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Dossier URSS

I problemi dell’economia sovietica e la loro "soluzione"


"La situazione adesso è tale che non possiamo limitarci a miglioramenti parziali; ci vuole una riforma radicale.
E’ impossibile ottenere cambiamenti radicali sulla precedente base tecnico-materiale".
(Gorbacev al Congresso)

Una rapida carrellata sui mali dell'economia sovietica attraverso le dichiarazioni delle stesse fonti ufficiali ci servirà da introduzione per capire il senso del "riformismo" gorbacioviano.

1) il modello di crescita "estensiva" ha portato ad una errata politica degli investimenti, con l'incoraggiamento alla moltiplicazione di impianti produttivi spesso inutili, o perché duplicati di altri già esistenti o perché mai equipaggiati tecnicamente; ciò in luogo di una decisa ristrutturazione produttiva, capace di convogliare in forma centralizzata i capitali verso i settori a maggior intensità produttiva. I risultati sono stati calcolati in "quantità" e non in "qualità", cioè in relazione alla possibilità di smercio con profitto. Ed ancor oggi "sotto la bandiera della ricostruzione ministeri ed enti erigono nuovi stabilimenti, riempiendoli di macchinari obsoleti, elaborano costosi progetti, che non garantiscono l'ascesa della produzione verso gli indicatori tecnico-economici più elevati", vale adire verso l'indicatore di profittabilità.

2) Ciò ha comportato uno sfruttamento delle riserve naturali, sovrabbondanti in passato ed a basso costo, col duplice risultato di impoverire tali riserve e di legare troppo ad esse volumi e standard economici, esponendo l'intiero sistema a potenziali crisi di dimensioni colossali. Basti riflettere sui dati della percentuale occupata dall'URSS nel campo della produzione mondiale di materie prime, mettendo a confronto gli anni 1913 e 1983: per il carbone si è passati dal 2,7 al 19%, per il rame dal 4,4 al 14,3%, per l'oro dal 7,1 al 22,7% e per il petrolio dal 17,8 al 22,4%. In volumi produttivi la corsa al saccheggio delle materie prime (operazione tutto sommato assai semplice nell'URSS di ieri) assume aspetti ancor più vistosi.

Si consideri ora l'importanza rivestita dall'export di materie prime per i bilanci dell'economia sovietica ed il suo ruolo di rastrellamento di valuta estera pregiata per l'acquisto di macchinari della "nuova generazione". Solo qualche flash: alla data dei '72 il 36% dell'intero export sovietico era costituito da materie prime minerali, combustibili ed energia elettrica, mentre il suo import dipendeva già per un 35% dall'acquisto di macchinari ed impianti ed un 15% dall'import alimentare; dal '55 al '75 l’URSS ha sempre meno importato materie prime dall'area COMECON, riversandovi in compenso una quota del proprio export nel settore, dal 27,8 al 48,3%.

Con l'accresciuta fame attuale di tecnologia ed il calo a picco del prezzo delle materie prime l’URSS viene a pagare straordinariamente cara la sua crescita precedente, vantata per decenni come esempio di alti tassi di sviluppo propri dei "sistema socialista".

Oggi la produzione di materie prime costa più cara che in passato, considerato - tra l'altro - che i maggiori serbatoi di riserva si trovano spostati ad Est, in terre poco appetite dai lavoratori salariati e bisognose di tutta una serie di strutture ed infrastrutture ad alti costi; col risultato poi che questo prodotto è andato svalorizzandosi sul mercato internazionale. (Se i paesi arabi del petrolio piangono Mosca certo non ride ... ).

Un ultimo dato: nel '65 l'import di macchinari da parte dell'URSS dipendeva per il 75,5% dal COMECON; nel '75 la quota si era ridotta al 57,3%, ma a volume di spesa quadruplicato. L'esposizione ad Occidente procede a grandi passi, per forza di cose, nonostante l'avvertenza "marxista" dei regime sovietico che bisogna stare attenti, perché l'Occidente capitalista potrebbe esportare inopinatamente ad Est assieme alle merci la... "sua" crisi.

3) L'incapacità dell'industria sovietica a soddisfare le esigenze di mercato (anche a mercato "limitato" per decreto) ha comportato un'insufficiente interscambio tra agricoltura ed industria, con l'impermeabilità della prima ai richiami a "fare il proprio dovere" in cambio di nulla e l'arroccamento dei lavoratori agricoli, attorno al proprio orticello privato (e in seconda istanza attorno al "collettivo" kolchoziano, quale forza di pressione nei confronti dei governo) per occupare ed allargare gli interstizi dell'iniziativa privata. A decenni di distanza dalla "collettivizzazione" di Stalin, la campagna sovietica continua ad ipotecare l'intero sistema economico-sociale del paese.

Nonostante i vantati progressi tecnico-organizzativi, tra il '65 e l'82 il numero degli occupati-salariati nei kolchoz e sovchoz si è ridotto di un'inezia, passando dai 25,8 ai 22,9 milioni di addetti (proprio mentre - negli stessi anni - tutti i paesi sviluppati conoscevano una drastica diminuzione dell'occupazione agricola). Nello stesso torno di tempo l'aumento produttivo registrato ufficialmente è stato del 55% con un tasso annuo di aumento di produttività calcolato attorno ad un misero 10%, mentre le spese destinate dallo Stato al settore sono andate velocemente crescendo: esso si mangia il 30% dei fondi produttivi (leggi: capitali) dei paese sotto forma di sovvenzioni e differenziali tra pagamenti ufficiali da parte dello Stato ai contadini per le merci d'ammasso e loro valore di mercato, che deve in qualche modo essere coperto. Gorbacev ha portato l'esempio dell'intera regione di Celjabinsk, che avrebbe ricevuto fondi annui per 130 milioni di rubli dando in cambio prodotti per soli 78 milioni (a prezzi "controllati" ufficiali).

4) Il modello "estensivo" ha incoraggiato, inoltre, due concomitanti fenomeni negativi tra i lavoratori dell'industria (stiamo sempre alle posizioni ufficialmente espresse dai "compagni" sovietici): a) difesa conservatrice della propria "rendita di posizione" da parte dei proletari (sicurezza dell'impiego, basse norme, facoltà di "arrangiarsi" individualmente in qualche modo ... ) b) mancanza di stimoli adeguati al cambiamento sul versante opposto dei tecnici e degli amministratori-managers (in forza, si dice, dell'"eccessivo appiattimento" salariale, della eccessiva mancanza di disciplina ed operosità operaia, delle resistenze alle ristrutturazioni - insomma - da parte di chi sente di non averci troppo da guadagnare; nonché - beninteso - a causa dei "burocratismo" che s'intromette nelle questioni proprie dell'economia). Risultato: produzione quantitativamente al di sotto delle norme raggiungibili attraverso una diversa organizzazione dei lavoro e qualitativamente fuori da ogni possibilità di competere sul mercato.

5) In mancanza di una produzione all'altezza delle aspettative della domanda, in termini di quantità e qualità, si è inoltre fatta strada la corsa alla redistribuzione settoriale (dalle repubbliche, alle regioni, ai settori, alle singole aziende…) del prodotto "collettivo", indipendentemente dal "proprio apporto" alla produzione di esso: "Ha assunto ampie dimensioni la cattiva abitudine di ridistribuire i redditi per coprire le perdite delle imprese, dei ministeri e delle regioni rimaste indietro a spese di quelli che lavorano in modo redditizio. Questo fa traballare il calcolo economico, genera parassitismo, induce a chiedere all'infinito aiuti al centro. Il credito ha perduto il suo reale significato." (Gorbacev al Congresso così ci informa dell'esistenza di "Casse per il Mezzogiorno" e carrozzoni clientelari di vario tipo "made in URSS").

Questi ed altri fattori di crisi sono il riflesso, e forza inerziale, di un vecchio sistema oramai tramontato e da seppellire: "Le forme dei rapporti di produzione, il sistema di gestione e direzione ora vigenti si sono formati fondamentalmente nelle condizioni dello sviluppo estensivo dell'economia. Con il passar del tempo sono invecchiati, hanno cominciato a perdere la loro funzione di stimolo e per qualche aspetto si sono tramutati in un freno".

Gorbacev non si rimangia il tipo di sviluppo precedente: la seconda tappa dell'accumulazione è figlia della prima ma è ora che rompa il cordone ombelicale con essa.

Stalin aveva detto: "La nostra industria si basa sul mercato interno. Sotto questo aspetto lo sviluppo economico del nostro paese ricorda quello degli Stati Uniti d'America ( ... ) L'industria del nostro paese poggerà sul mercato interno, e prima di tutto sul mercato contadino, in misura ancor maggiore dell'industria americana" (Op. Compi., VIII, p. 167).

Lo sviluppo estensivo, da Stalin a Breznev, ha attinto alle riserve contadine (soprattutto in termini di forza-lavoro per l'industria), ed a quelle naturali, coprendo tutte le praterie russe, ma senza riuscire a creare un mercato davvero all'altezza dei tempi ("all’americana", com'è nel sogno dei "capi del socialismo" sovietici ... ).


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