Dossier: "La crisi dell'Est"

IN URSS ANCHE LA CLASSE OPERAIA HA COMINCIATO 
A SCENDERE IN CAMPO. SCUSATE SE È POCO

Il possente sciopero dei minatori siberiani ed ucraini segna la prima, attesa irruzione della classe operaia sulla scena dell'Urss gorbaceviana.

I marxisti salutano con entusiasmo questa scesa in campo degli operai russi come l'inizio di un cammino che immancabilmente riporterà questa storica sezione del proletariato mondiale ad un ruolo centrale nella lotta per l'abbattimento del sistema capitalistico.

Cronologia della lotta

Fresco ancora di stampa l'organo di punta della perestrojka "Ogonëk" che sentenziava: "non c'è più posto per i grandi movimenti operai, come per le rivoluzioni classiche nel mondo moderno" (1); ancora fresche le dichiarazioni di un teorico delle riforme, Leonid Abalkin, circa l'alleanza tra intellighentzija e potere" su cui poggiare come base sociale (!) il nuovo regime, vista la passività, quando non l'aperta ostilità della classe operaia rispetto al nuovo corso prospettato (2); ed ecco che un reparto storico della classe operaia, i minatori (un reparto fra l'altro non dei più bassi e penalizzati del mondo del lavoro salariato), ha fatto irruzione sulla scena sociale e politica del "paese dei soviet", ha strappato la parola al regime, ha imposto le sue ragioni, ha fatto pesare la sua forza.

Due settimane di sciopero, mezzo milione circa di minatori coinvolti, dai bacini della Siberia a quelli dell'Ucraina, la lotta organizzata è portata avanti completamente al di fuori del sindacato ufficiale, coi dirigenti locali del partito costretti a fare buon viso a cattiva sorte.

Ebbene, da questa irruzione operaia Gorbacev e i suoi hanno potuto ricavare che "ora la perestrojka diventa realtà" reclamata dagli stessi minatori per i quali il vecchio stato di cose è diventato più sopportabile. Gorbacev si scopre dunque un'anima "operaista" che i suoi sostenitori di sinistra occidentali (del tipo "Manifesto" e sinistrame vario) prontamente sventolano a mo' di semivittoria: "vedete, Gorbacev non manda la polizia a stroncare la lotta. Anzi, riconosce legittime le ragioni dei lavoratori e li invita al Cremlino!". È probabile che anche i nostrani staliniani "costruttori di socialismo" (del tipo MPS, Associazione marxista, "Politica e classe") si accodino a questa estrema linea difensiva circa i vantaggi che la "patria del socialismo" tutt'oggi ha, per i lavoratori, rispetto all'Occidente, prima - s'intende - di passare alla "fase due" quando, cadute le illusioni, plaudiranno alle forze dell'ordine russe impegnate manganelli ed armi alla mano a "difendere il socialismo" contro la classe operaia. Ma questo ancora... "addavenì".

Primo passo, la perestrojka "dalle parole ai fatti"

Ed in effetti è vero che il dato immediato portato avanti e sortito dalla lotta operaia è che la perestrojka vada finalmente avanti, passi dalle enunciazioni ai fatti. I minatori ci credono, credono che, se questo avviene, i conti per loro potranno finalmente quadrare. Bene, di qui si passa, è inevitabile.

La classe operaia esce allo scoperto, ha i suoi interessi da tutelare, particolari, settoriali, per il momento. Ma intanto ha gettato il suo peso e la sua forza sulla bilancia. Sarà dura far quadrare i bilanci per il proletariato. Ben lo sanno i gorbaceviani che si mantengono, per intanto, sul generico: "Che essa si formi o no un suo sindacato o un suo partito, con essa bisognerà d'ora in avanti fare i conti, con i suoi interessi e le sue idee, che spesso non coincidono con quelli dei tecnocrati 'modernisti' di Mosca" (1).

Accanto ad obiettivi economici - dio sa quanto vitali: aumenti salariali, cibo, vestiario decente, abitazioni decorose, sapone per lavarsi, più giorni di ferie - i minatori hanno posto rivendicazioni politiche che si possono riassumere in una sola: autogestione delle miniere, sottrarre cioè al "piano centrale" la gestione dei pozzi così da valorizzare maggiormente sul mercato lavoro e carbone. Apertamente hanno rivendicato anche l'aumento del prezzo del carbone; la possibilità di aprire conti in valuta che l'impresa autogestita potrà utilizzare vendendo il carbone direttamente all'estero; la diversificazione delle forme di proprietà e cioè la formazione di più imprese autonome e concorrenti sul mercato, libere di muoversi senza vincoli una volta versata la quota stabilita di carbone allo Stato; ed infine, naturalmente, la spazzolata degli apparati burocratici e del "management" che sinora hanno prosperato, alle spalle degli operai, sull'economia "centralizzata".

Due espressioni raccolte dai reporters fra i minatori in sciopero, esprimono bene i sentimenti contraddittori della massa: "Vogliamo mangiare come chi non lavora", "col capitalismo le cose andrebbero meglio".

Sarebbe cretino sostenere che vanno bene le rivendicazioni economiche, mentre invece quelle politiche rappresenterebbero un passo indietro, come fecero alcuni davanti all'insorgenza operaia in Polonia, plaudendo alle rivendicazioni economiche e giudicando un "regresso" il passaggio al piano più alto delle rivendicazioni politiche.

Due anni or sono i minatori jugoslavi di Albona furono protagonisti di una lotta - certo assai più circoscritta di quella attuale dei loro colleghi sovietici - che però, in certo senso, era più avanzata di questa, in quanto partiva da una base, l'esperienza dell'autogestione appunto, che deve essere ancora sperimentata in URSS. Ad Albona, di fronte al fallimento dell'autogestione, gli operai si sono rifiutati di pagarne le spese e di sottostare agli "oggettivi calcoli economici", che inoppugnabilmente reclamavano sacrifici per essi (3). Questa esperienza deve ancora essere concretamente fatta in Russia sia dai minatori che dalla classe operaia tutta.

Ed i tempi possono essere molto rapidi: "A forza di discutere, una volta partita la glasnost', sulla necessità di modernizzare le industrie e di introdurvi nuove tecnologie, - scrive Karol su "Il Manifesto" del 23 luglio - c'è chi ha finito per dimenticare gli operai, che in URSS costituiscono il 58% della popolazione attiva. Quindici milioni di essi dovranno, sembra, riconvertirsi prima della fine del secolo, perché molte fabbriche e miniere non sono più redditizie. Ma chi metterà mano a questa operazione non indolore?".

I minatori sovietici hanno ottenuto soddisfazione per tutte le loro rivendicazioni, anche se i testi dell'accordo non sono trapelati sulla stampa (a spizzichi si deve pescarli: pare che la nuova gestione privata, autogestita del lavoro entrerà in vigore col prossimo anno); Gorbacev, per rispondere ai minatori e ricondurli al loro vitale lavoro di scavo sottoterra, ha dovuto ulteriormente e pesantemente ricorrere all'indebitamento con l'estero. Dieci miliardi di rubli sono stati stanziati d'urgenza per importare generi di prima necessità: una boccata d'ossigeno per non essere travolti e poter sperare che il meccanismo della perestrojka si metta in moto e faccia il miracolo. L'impatto immediato della lotta è stato, dunque, un ulteriore aggravamento dei conti dello Stato sovietico. Che cosa esso può mettere all'attivo?

Esso non può che sperare che, una volta lasciate libere di operare, come chiesto dai minatori, le leggi del mercato s’incaricheranno di dimostrare ai lavoratori, con la propria "obiettività", che i sacrifici sono inevitabili e che ad essi ci si deve, perciò, piegare; che possono sopravvivere solo le attività redditizie, mentre debbono cessare quelle in perdita. Se questo processo dovesse effettivamente passare, avremmo una divisione tra i lavoratori, un indebolimento del fronte di classe sul quale il regime conta per sopravvivere. È questa la posta attiva sperata da Gorbacev & C.

I minatori dovranno dunque misurarsi sul mercato nazionale ed internazionale, nella lotta di concorrenza tra aziende. Se prima si spaccavano la schiena per la "patria socialista" a cui non credono più, ora saranno chiamati a spaccarsela più realisticamente per la propria azienda. Quante aziende autogestite cadranno sul campo di battaglia del mercato? Quante migliaia di operai saranno gettati sul lastrico? E non era proprio per evitare queste "distorsioni" capitalistiche che vigeva il buon vecchio "piano centralizzato socialista"? Ma se proprio questo è andato a catafascio, quale sarà ora la via d'uscita?

Il meccanismo-perestrojka è stato finalmente innestato, spinto dall'istanza operaia, ma, una volta messo in moto, i tempi si raccorciano. I minatori hanno chiesto l'aumento del prezzo del carbone. Su chi viene scaricato questo aumento? Cosa ne pensano gli operai siderurgici che hanno nel carbone una materia prima essenziale? Dovranno mettersi forse contro i minatori? E lo stesso Stato russo che per far fronte ai propri debiti non può far altro che vendere, in sostanza, le sue materie prime ai suoi creditori, come gestirà l'aumento dei costi di produzione di una di queste, il carbone appunto? Se, come sembra, gli stessi minatori potranno accedere liberamente al mercato internazionale, cioè potranno vendere direttamente all'estero, non toccherà loro di fare ben presto i conti con i denti affilati dei "clienti" occidentali?

Regime e classe operaia si trovano davanti questi ed altri seri interrogativi.

L'autogestione secondo gli operai e secondo Gorbacev

Un solo punto delle richieste dei minatori è stato criticato a fondo da Gorbacev: "Chiedete la chiusura immediata delle cooperative nel campo dei ristoranti, della medicina e della piccola industria; chiudere è facile, ma è la soluzione giusta?". I minatori avevano chiesto di "mangiare come chi non lavora", riferendosi non solo al personale amministrativo burocratico sovrastante le miniere, ma anche ai "nuovi ricchi" che la perestrojka non può che favorire e moltiplicare. Appena appena al di sotto dell'illusione "razionale" dell'"autogestione", che al momento "unifica" i vertici "riformatori" e settori di classe operaia, cova un dissidio di fondo tra le due parti che nessuna vasellina sociale può, o potrà, impunemente mascherare.

Per gli operai l'autogestione è (torniamo a sottolinearlo: illusoriamente) uno strumento per "riprendersi il potere", una sorta di pacifico "controllo operaio" sulla produzione dalla fonte al mercato, e viceversa (il classico, capitalistissimo D-M-D...), nell'intento di volgerne i risultati verso fini sociali, tant'è che, contestualmente a questo loro farsi "padroni d'impresa" (sfruttatori e sfruttati cioè "capitalisti" e salariati ad un tempo!) sembra abbiano preso possesso, in alcune situazioni, dell'insieme della direzione economica e politica locale, rivendicandosi come soviet e, in quanto tali, legittimi depositari di "tutto il potere" (4). Per questo stesso motivo essi vedono come il fumo negli occhi i "nuovi ricchi" che, per lo stesso meccanismo accumulativo di cui sono figli, sfuggono ad ogni "controllo sociale".

D'altra parte, Gorbacev ha buon gioco nel dimostrare che l'attività privata oggi in via di sviluppo è perfettamente compatibile col sistema cui ubbidirà la stessa "autogestione" mineraria. Non è essa un'impresa e, come tale, non dovrà anch'essa ubbidire alle leggi dell'accumulazione, della massimizzazione dei profitti, della "razionalizzazione" del lavoro salariato etc. etc.? Andate un po' avanti e provatevi a fare i conti con la partita delle entrate e delle uscite e poi mi saprete dire.

Perfettamente vero, ed è il pedaggio che gli operai dovranno pagare. Solo che non è detto lo vorranno pagare accettando di compiere sul proprio corpo l'opera di "razionalizzazione" ad essi delegata (assai parzialmente) dal regime, con l’espulsione della manodopera eccedente, l'esasperazione del ventaglio salariale e, al fin fine (com'è avvenuto in Jugoslavia) il ristabilirsi della gerarchia capitalista in fabbrica ad un livello assai più esasperato che in partenza. Essi non si sono mossi per questo, anche se la via dell'"autogestione" porta inevitabilmente a questo ove la si percorra sino in fondo e non si rivendichi in sua vece la totalità dittatoriale, comunista del potere rivoluzionario, sovietico ed internazionale (come sovietico ed internazionale è il carbone).

La partita, dunque, resta tutta da giocare, e siamo certi che, alla fine, i neo-"padroni" operai della perestrojka sapranno riconoscere in ogni e qualsiasi perestrojka borghese, anche se in veste "operaia", il nemico contro cui battersi.


Note

(1) F .S. Karol ne "II Manifesto", 23 luglio 1989.

(2) "Le Monde Diplomatique", luglio 1989.

(3) Vedi sul tema il n.10 del nostro giornale.

(4) Stando ad alcune fonti di informazione, ci sarebbe stata, localmente, una vera e propria esautorazione del potere "centrale", con la presa in carico dell'organizzazione dell'insieme della vita sociale e la definizione di programmi politici volti a generalizzare quest'esperienza alla scala di tutto il paese. Usiamo pure queste informazioni con tutte le cautele: nondimeno esse indicano una tendenza del massimo interesse.