Diritto di voto

o "vuoto" di diritti?

 

In Italia, in autunno, abbiamo assistito da un lato all’intensificazione dell’azione repressiva verso gli immigrati, dall’altro alla proposta Fini sul diritto di voto alle amministrative.

I vertici statali italiani lanciano una promessa ai lavoratori immigrati: "Se diventerete fedeli sostenitori degli interessi dell’Italia, avrete la possibilità di condurre un’esistenza meno appesa ad un filo di quella attuale. Altrimenti, perquisizioni, linciaggio, galera, espulsione."

Questa promessa è un amo avvelenato.

Il 18 settembre a Roma le forze dell’ordine hanno sottoposto a perquisizione sia la sede del Dhuumcatu che le abitazioni dei suoi più noti attivisti. Motivo: indagini per associazione con finalità di terrorismo internazionale.

Il Dhuumcatu è una delle più rappresentative associazioni di immigrati con migliaia di iscritti, non solo del Bangladesh ma anche dell’India, del Pakistan e delle più svariate nazionalità. Insieme ad altre associazioni del Comitato Immigrati di Roma è stato tra i più attivi organizzatori delle lotte degli ultimi anni: ha dato un contributo importante per l’avvio di un Comitato Nazionale degli Immigrati. Ha segnato con il proprio intervento primissimi reali tentativi di collegamento della lotta degli immigrati con le mobilitazioni dei lavoratori italiani, dove ha portato anche la denuncia delle guerre scatenate dall’Occidente contro i propri popoli. Ed è proprio questo percorso di organizzazione e di lotta che la repressione statale ha preso di mira. Alla massa dei lavoratori immigrati ha mandato a dire: chiunque di voi intenda muoversi in questa direzione può ritrovarsi inquisito e arrestato con quelle accuse, la via dell’organizzazione e della lotta è pericolosa e sconveniente, è meglio isolare gli elementi più attivi all’interno delle stesse comunità. A questi ultimi ha lanciato un monito esplicito: è ora di smetterla di organizzare gli immigrati e di organizzarli per la lotta; ma soprattutto di recedere dalla via "intollerabilmente" intrapresa, quella di occuparsi di politica, di gridare nelle piazze contro l’aggressione dell’Occidente ai propri popoli, di rivolgersi ai lavoratori occidentali per unire le forze e la lotta degli sfruttati. Più terrorismo internazionale di così ??!!

L’affondo contro le associazioni romane è solo un tassello di una più generale politica repressiva contro il mondo degli immigrati, rivolta soprattutto contro il settore di fede islamica. Negli ultimi mesi, seguendo l’esempio di Usa e Gran Bretagna, anche in Italia abbiamo assistito ad un’escalation di arresti di lavoratori immigrati con l’accusa di terrorismo internazionale, che vengono pubblicizzati dai media con il massimo clamore e allarme. Di recente gli apparati preposti hanno pensato di tagliare corto e hanno preso a utilizzare un’arma ancor più insidiosa e vigliacca: il decreto che dispone l’espulsione immediata dei "sospetti", che ha colpito l’imam di Carmagnola, espulso da un giorno all’altro in Senegal per le sue dichiarazioni sulla guerra in Iraq, nonché sette lavoratori immigrati accusati di fiancheggiamento ad Al Qaeda. Tutte le moschee d’Italia, in particolare dopo i fatti di Nassiriya, vengono passate al setaccio, con arresti, espulsioni e richieste perentorie di rimozione degli imam colpevoli di tenere discorsi non in linea con la sensibilità sciovinista e razzista dei nostrani questurini. La guerra scatenata dal "nostro" imperialismo contro la Baghdad interna non finisce qui. Completano il quadro i respingimenti e gli affondamenti in mare delle imbarcazioni di immigrati, le retate quotidiane nelle strade e nei quartieri con l’espulsione di migliaia di "clandestini", gli sgomberi di immigrati che hanno trovano un tetto in edifici pubblici in disuso (come quelli recenti di Treviso), le continue campagne d’odio razzista (come quella esplosa sull’affissione del crocifisso nelle aule scolastiche) che puntano a creare il consenso dei lavoratori italiani a questa complessiva opera di criminalizzazione e repressione.

Nondimeno la politica del governo italiano verso gli immigrati non si esaurisce in questo. Essa contempla anche un’iniziativa che sembra andare in contro-senso e come tale è stata accolta da settori dell’immigrazione: la proposta Fini. Le cose stanno davvero così?

"Premiare" pochi … per tacitare tutti

Cosa prevede la proposta Fini? Il diritto di votare e di candidarsi alle elezioni amministrative. La prima bozza della Turco-Napolitano prevedeva il solo diritto di voto attivo alle amministrative, ma il centro-sinistra, dopo sondaggio interno al proprio elettorato, eliminò la proposta dal disegno portato in discussione.

Ma chi avrà questo diritto di voto? Gli immigrati in possesso della carta di soggiorno. Secondo la Turco-Napolitano può avere la carta di soggiorno chi è stato per 5 anni sempre con contratti regolari (e dunque con permesso di soggiorno) e senza nessuna contestazione o violazione. La Bossi-Fini allunga a 6 gli anni necessari, ma precisa che il lavoratore immigrato può richiedere la carta di soggiorno ma non ha nessun diritto in tal senso, e, dunque, pur in presenza dei "requisiti", rimane a discrezione della polizia darla o no. Qualche questura ha chiarito che occorre anche aver lavorato sempre presso la stessa impresa; altrove sono saltati fuori requisiti "di censo": cosa altro significano, infatti, "condizioni tali da potersi permettere un alloggio decente"?

Il disegno è quello di arrivare a selezionare -è il termine più appropriato- una minima frazione della popolazione immigrata, per toglierla, a condizioni ben precise, dalla tagliola della precarietà assoluta e chiuderla in un recinto. Il recinto riservato a uno strato "privilegiato", che, avendo rotto i ponti con la via dell’organizzazione e della lotta, divenga invece un ponte di collegamento tra le istituzioni democratiche e la massa degli immigrati. È la prosecuzione a livello più alto e compiuto della via già intrapresa da alcune giunte locali, di centro-destra e di centro-sinistra, con la nomina di consiglieri comunali aggiunti immigrati, portavoce senza potere e senza voto. Il messaggio è lo stesso: ti possiamo accogliere nelle nostre istituzioni, a condizione che, non avendo mai avuto niente a che fare con la polizia e l’irregolarità sanzionata dalle nostre leggi sull’immigrazione, tu svolga una determinata opera di pompieraggio della lotta degli immigrati e di istituzionalizzazione delle loro istanze e aspettative.

La proposta Fini si presenta agli immigrati con la faccia umana e la mano tesa, mentre in realtà mira a serrare su di loro la morsa di violenza e super-sfruttamento che già li stringe. Lo ha "confessato" lo stesso La Russa quando ha rassicurato i membri del partito sconcertati sul senso del progetto del loro generale.

Come mai proprio oggi una simile proposta?

L’iniziativa di Fini, ispirata dalla discussione in sede europea e da ambienti vaticani, è in linea di continuità con tutta la politica precedentemente attuata dai governi italiani, di centro-destra e di centro-sinistra, pur segnando un’accelerazione nella presa in carico del tema. L’accelerazione è richiesta dai cambiamenti avvenuti nel mondo dell’immigrazione in Italia negli ultimi 10-15 anni.

La Russa traduce Fini

"Nessuno ha mai pensato che l’immigrato clandestino seduto sul marciapiede vicino casa possa avere diritto di voto, ma non fa scandalo se la filippina che lavora in casa dopo sei, otto, dieci anni possa votare per il sindaco. La connotazione della destra non cambia di una virgola. Crescono ancora di più la severità, la rigidità, la ferocia nei confronti dei clandestini, di coloro che non hanno lavoro e sono preda della criminalità".

Dal manifesto del 10 ottobre 2003

In questo periodo anche l’Italia è diventata un paese di stabile insediamento di una quota non trascurabile di lavoratori immigrati. Si calcolano oltre un milione e mezzo di regolari, ma il totale delle presenze, anche tenendo conto della corposa sanatoria in corso, supera 

abbondantemente i 2 e in alcune stime si approssima ai 3 milioni. Stiamo parlando di percentuali che vanno dal 2 fino al 5% e oltre della popolazione. In città come Roma e Milano addirittura il 12-13% della popolazione è costituita da immigrati. E si tratta di presenze sempre più strutturalmente immesse non solo nel lavoro nero ma anche in comparti produttivi centrali e nella fabbrica: il 7% della forza-lavoro nazionale è immigrata e in alcune zone del Nord e Centro Italia siamo anche al 10% della forza-lavoro e della forza-lavoro sindacalizzata. Un tasso di sindacalizzazione più alto di quello degli italiani. Le democrazie imperialiste e tra esse l’Italia non possono tralasciare il problema, né pensare di poterlo affrontare soltanto con i "centri temporanei di permanenza", le retate, gli arresti, il razzismo dichiarato.

Le proprie economie hanno bisogno di forza-lavoro immigrata. Il padronato brama di avere a disposizione questa riserva di sovra-profitti entro i confini nazionali, che possa valere anche come arma di ricatto verso la classe lavoratrice indigena perché accetti anch’essa di retrocedere nei gironi dello sfruttamento. Ma questa forza-lavoro è portatrice di forti contraddizioni, non solo per la condizione insopportabile ad essa riservata nelle cittadelle del "benessere", ma soprattutto perché reca con sé qui in Occidente il dramma del saccheggio e del super-sfruttamento che l’imperialismo impone a tre quarti dell’umanità lavoratrice nei paesi dominati e oppressi del Sud e dell’Est del mondo. La democrazia imperialista prende atto di questo antagonismo e con politiche opportune mira a disinnescarne il rischio connesso e semmai a funzionalizzare ai propri interessi la presenza degli immigrati in Italia e in Occidente. Quali sono queste politiche? Quelle, adeguate a tutte le democrazie e già praticate anche dai governi di centro-sinistra, che abbinano alla brutalità e al ricatto più crudi verso la massa un minimo di concessioni messe all’asta come premio per una selezionata minoranza, puntando anche a creare una stratificazione e una gerarchia di posizioni per nazionalità. Da lunga esperienza lorsignori hanno appreso che le contraddizioni del capitalismo non possono essere disinnescate esclusivamente con l’azione repressiva dello stato e hanno imparato a fronteggiare l’antagonismo degli sfruttati puntando a organizzarne una parte contro la massa, a inquadrarne alcuni settori nei propri ranghi perché vadano contro i loro fratelli e, in fin dei conti, contro se stessi.

La proposta Fini, inoltre, nasce da un’altra considerazione. L’Europa e l’Italia hanno bisogno sempre più di torchiare il lavoro immigrato, ma al tempo stesso vogliono rivolgersi a queste popolazioni "terzo-mondiali" con un volto diverso rispetto a quello degli Stati Uniti. Così da poter erodere, con il "consenso" dei popoli del Sud e dell’Est del mondo, spazi di mercato e di potere all’alleato maggiore. Si muovono nello stesso senso anche le contestuali aperture fatte dal governo per istituire canali di dialogo con le correnti più moderate delle comunità islamiche presenti in Italia. Mentre lo stato italiano continua a colpire in vario modo gli imam che rilasciano dichiarazioni di sostegno alla resistenza della popolazione irachena, il ministro Pisanu ipotizza la costituzione di una consulta permanente con un Islam "buono, moderato e dialogante".

Insieme alla proposta di voto amministrativo, infine, torna a ripresentarsi un disegno più ampio e per nulla nuovo: costituire reparti delle forze armate italiane formati da immigrati. L’idea fu lanciata a suo tempo dall’ex-ministro della difesa Lagorio. Ora ne parlano Martino e soci, che discutono in lungo e in largo dell’utilità di inquadrare soldati stranieri nell’esercito italiano, a cominciare da una brigata di albanesi.

I lavoratori immigrati davanti alla proposta Fini

Alcuni tra gli immigrati più attivi hanno immediatamente percepito che la proposta di Fini è un amo avvelenato. Ha ragione un rappresentante immigrato quando afferma che "non si tratta di un voto, ma di un vuoto"! E infatti continuano ad essere negati ben altri diritti, come quello di vivere e lavorare senza la minaccia dell’espulsione, di avere pari condizioni sul lavoro, di avere una casa, di manifestare, di stampare, di coltivare le proprie tradizioni e il proprio sentimento religioso, di non vedere costantemente negata e minacciata la piena agibilità sindacale e politica nei posti di lavoro, nei quartieri, nella società, il diritto di organizzare la difesa dei propri interessi di sfruttati e di fare politica senza alcuna limitazione, di unirsi in associazioni, comitati e partiti senza che ogni forma collettiva e di difesa sia costretta a subire perquisizioni, inchieste, arresti.

I lavoratori immigrati

di Roma

salutano

i metalmeccanici in lotta.

Voi lavoratori metalmeccanici siete oggi in piazza per la difesa del contratto nazionale e contro la precarietà imposta dal governo Berlusconi con la "legge 30".

Noi diciamo con forza che la vostra lotta è la nostra lotta.

Noi immigrati infatti sappiamo fin troppo bene cosa significa il lavoro precario e sottopagato. Sappiamo bene cosa significa vivere sotto il ricatto permanente d’espulsione.

Con la legge razzista Bossi-Fini e con tutta una serie di atti discriminatori il governo ed i padroni vogliono fare di noi immigrati dei lavoratori di serie B da sfruttare come bestie e da usare come arma di ricatto contro i lavoratori ed i giovani italiani.

Sappiamo che il ministro Giovanardi ha recentemente invocato l’intervento delle forze di polizia contro alcuni vostri scioperi. Contro noi immigrati viene quotidianamente usato lo stesso metodo. Qui a Roma, tra l’altro, il 18 settembre sono state svolte dure perquisizioni contro la nostra associazione Dhuumcato e contro vari aderenti ad essa.

Noi siamo pienamente solidali con voi perché abbiamo capito come tali intimidazioni mirano ad impedire la lotta per la difesa e la conquista dei diritti dei lavoratori.

Veniamo qui in Italia ed in Europa per sfuggire alla miseria, alla fame e alla violenza che nei nostri paesi è prodotta dalle guerre e dalle politiche economiche del Nord del mondo. Veniamo qui alla ricerca di una vita dignitosa ed invece troviamo razzismo, sfruttamento ed oppressione.

Contro tutto ciò noi lavoratori immigrati abbiamo iniziato ad organizzarci ed a lottare.

Molti di noi, soprattutto al Nord, lavorano al vostro fianco in tante aziende. Noi siamo lavoratori come voi ed è per questo che pensiamo che solo unendoci e mettendoci assieme potremo davvero difendere e migliorare le nostre condizioni di vita e lavoro.

Contro la legge 30 !

Contro la legge Bossi-Fini !

Per l’unità tra lavoratori italiani ed immigrati !

Comitato Lavoratori Immigrati (Roma)

Non ci nascondiamo però che la proposta del presidente di An, insieme alla legislazione d’accompagno alla Bossi-Fini, possa trovare un’accoglienza favorevole tra la massa degli immigrati. Con la Bossi-Fini il capitalismo italiano ha messo in campo un’arma efficace contro l’iniziativa di massa degli immigrati, l’ha però accompagnata - sotto la pressione della mobilitazione - con alcune non secondarie aperture: la recente sanatoria sta completando il rilascio di circa 700.000 permessi; il governo, misurando le necessità delle imprese, ha previsto l’allargamento delle quote dei flussi e sta considerando l’allungamento da 6 a 9 mesi del periodo utile per trovare un nuovo lavoro senza essere espulsi. Non è da escludere che i settori degli immigrati che si sentono più tutelati possano smarcarsi dalla lotta e assumere come giusta la politica di dividere chi "lavora e sta in regola" dagli altri. Come anche che certe leadership arabe e islamiche inizino (o continuino) a guardare all’Europa in un certo modo, come a un possibile alleato per ri-contrattare rapporti meno sfavorevoli di quelli imposti ai propri paesi dal capofila americano.

Questo il quadro reale. Le difficoltà generali in cui versa l’insieme della classe lavoratrice non possono che tradursi in difficoltà maggiori e aggiuntive per i lavoratori immigrati. Nondimeno, la massa degli immigrati potrà trovare solo nella lotta l’unica risorsa per evitare di essere sospinta ancor più in basso. Solo nella continuazione del percorso di lotta e di organizzazione iniziato negli anni scorsi e che è giunto a strappare il risultato, parziale ma significativo, dell’allargamento della sanatoria. La grande manifestazione nazionale del 19 gennaio 2002 a Roma, lo sciopero di 8 ore della provincia di Vicenza indetto da Cgil-Cils-Uil il 15 maggio 2002, la manifestazione romana del 15 settembre 2002 che ha visto in piazza oltre 5.000 immigrati, la partecipazione di piccoli gruppi di immigrati agli scioperi generali a difesa dell’articolo 18 con volantini che coniugavano la lotta contro la "libertà" di licenziamento con quella per i diritti degli immigrati, la confluenza di coraggiosi nuclei di immigrati, come è successo a Torino il 29 marzo 2003, nelle manifestazioni contro l’ultima aggressione all’Iraq: tutto ciò ha rappresentato un percorso irto di enormi e molteplici difficoltà che va perseguito, senza farsi irretire da sirene quali quelle rappresentate da proposte alla Fini.

Bene ha fatto il Comitato Immigrati di Roma ad intervenire nella manifestazione dello sciopero Fiom del 7 novembre 2003, nel corso della quale è stato letto dal palco un comunicato di solidarietà del Comitato stesso. Un ulteriore piccolo passo compiuto da avanguardie immigrate verso i lavoratori italiani e il sindacato, non certo il segnale di una reale attenzione e presa in carico delle loro istanze da parte della classe lavoratrice italiana e delle sue organizzazioni. Il peso che i lavoratori immigrati vanno assumendo nel mondo del lavoro e la lotta messa in campo, hanno iniziato a gettare un ponte verso i proletari italiani tuttora, nel complesso, sordi e frastornati. A tratti la lotta degli immigrati ha potuto suscitare una timida simpatia in alcuni settori dei lavoratori italiani, ma anche in questo caso il muro divisorio dell’indifferenza e del razzismo è appena scalfito. Si è trattato infatti della simpatia verso una lotta avvertita e assunta come separata, una faccenda degli immigrati da condursi ad opera di questi per conto proprio e da soli, giammai vista e vissuta come parte di un’unica battaglia per la difesa dei comuni interessi della propria classe. Su questo chiodo centrale, inscindibilmente legato a quello della solidarietà incondizionata alla resistenza delle popolazioni del Sud del mondo aggredite dall’imperialismo, noi continueremo a battere tra i lavoratori, i giovani, le donne italiani.