Dove va l’Italia?

Dopo il varo della piattaforma unitaria per il rinnovo del contratto metalmeccanici

 

II vertici Fiom-Fim-Uilm hanno da poco definito la piattaforma nazionale unitaria per il rinnovo del contratto dei metalmeccanici. Andiamo in stampa mentre sono appena cominciate le consultazioni dei lavoratori. Dopo la stagione della "rottura" (che proprio tra le "tute blu" ha vissuto i momenti più profondi con le pessime intese nazionali separate firmate solo da Fim e Uilm) prosegue il percorso di riavvicinamento tra la Cgil e gli altri due sindacati confederali. Su quali basi sta avvenendo? E, soprattutto, cosa comporta per i lavoratori? Uno sguardo agli sviluppi della "discussione" sulla piattaforma metalmeccanica aiuta a chiarire questi interrogativi.

 

Aumenti salariali penalizzanti per chi ha lottato

Sulla parte economica la proposta iniziale della Fiom era di una richiesta d’aumento a regime di 150 euro mensili uguali per tutti i lavoratori inquadrati al quinto livello in ogni azienda. Ben presto, sotto le spinte di Fim e Uilm, si è passati a 130 euro divisi in due quote: 105 in tutte le aziende e 25 in quelle in cui non si è mai riusciti a fare la contrattazione integrativa.

Fim e Uilm pretendevano la retroattività dell’assorbimento della quota aziendale. Ciò avrebbe significato un colpo politico alle lotte sui pre-contratti che i delegati di base Fiom e gli operai più combattivi hanno portato avanti in tante fabbriche. In pratica verrebbe penalizzato chi negli ultimi due anni è riuscito a strappare condizioni salariali migliori rispetto a quelle previste dall’ultimo contratto nazionale. La Fiom alla fine, è riuscita a far si che tale assorbibilità sia "solo" futura, cioè non dovrà riguardare quanto già ottenuto nei precontratti o nei più recenti "integrativi" aziendali. È vero che la differenza tra le due "interpretazioni" non è di poco conto. Ma è altrettanto vero che anche la Fiom accetta il dato che una parte dell’aumento salariale ottenuto sul piano nazionale possa essere riassorbito e, quindi di fatto annullato, al momento di un’eventuale contrattazione aziendale.

Si pensi inoltre al fatto che secondo i calcoli dell’istituto Eurispes i salari per recuperare quanto perso dall’entrata in vigore della moneta unica dovrebbero avere incrementi pari a circa 300 euro, e si potrà meglio vedere quanto la Fiom sia stata disposta a calmierare le esigenze dei lavoratori pur di poter giungere ad una piattaforma unitaria.

 

Il controllo "democratico"

Negli ultimi anni la Fiom, anche in aperta polemica con le altre federazioni, ha sostenuto (almeno a parole) la necessità di sottoporre ogni trattativa, in tutte le sue fasi, al controllo ed al parere vincolante dei lavoratori.

Vediamo come tutto ciò si è concretizzato sul tavolo di preparazione "unitaria" della piattaforma.La cosiddetta "partecipazione democratica" si dovrà dare attraverso la costituzione di un’assemblea di delegati con il compito di seguire l’intero corso dei lavori. Inoltre è prevista la possibilità per una singola organizzazione sindacale di ricorrere al referendum sia in fase di presentazione della piattaforma sia al momento della ratifica della firma finale. L’assemblea verrà composta da una percentuale uguale tra le tre federazioni e da una parte presa a campione del peso sociale di tali organizzazioni. Si capisce facilmente che quest’organismo sarà più rappresentativo di Fim e Uilm sommate assieme che non della Fiom singolarmente presa (nonostante questa abbia più iscritti di quanti non ne cumulino complessivamente le altre due sigle). Esso avrà inoltre poteri esclusivamente consultivi e non decisionali. Per quanto poi concerne il referendum, nel caso in cui un’organizzazione sindacale non concordi con le altre, bisognerebbe far sì che alla consultazione in uscita (cioè sulle conclusioni della vertenza) il sindacato richiedente vincesse non con la maggioranza dei voti dei partecipanti, bensì con il 50% più 1 di quanti avevano partecipato alle assemblee in entrata (cioè al momento della presentazione della piattaforma). È facile capire gli iscritti di Fim e Uilm non partecipando al referendum avrebbe, a date condizioni, discrete possibilità di non far raggiungere il quorum necessario. Il problema tecnico nasconde una realtà politica: ci dice che la Fiom con questo sistema si sta preparando ad accettare qualsivoglia risultato delle trattative giustificandolo con la volontà più o meno positiva espressa dai lavoratori nelle "assemblee di uscita".

In pratica si vuol far pensare che il potere passi dal coinvolgimento della massa. Massa che oggi pare essere più o meno sfiduciata, più che coinvolta. La realtà è che il coinvolgimento è potere, solo se si parla di un coinvolgimento a tutela delle proprie istanze di classe. Quindi presumendo ad una coscienza tra la classe ampia. Siccome, sfortunati noi, questa situazione non c’è si sta nella realtà perpetrando un nuovo cambiamento gattopardesco, il cui unico risultato potrebbe essere un ulteriore passivizzazione ed allontanamento dei lavoratori.

La realtà è che nessuna assemblea, neppure di base, ha significato se quello che si propone è già determinato e se soprattutto in un modo o in un altro si fa capire che non si può richiedere di più. Magari nelle assemblee dove più forte sarà il malumore si darà la colpa alla delocalizzazione, alla Cina, all’est Europa e alla sua competizione senza qualità. Magari facendo salire di una tacca il già più che elevato termometro dello sciovinismo e del razzismo presente, ma ancora latente, nella maggior parte del proletariato.

Se di vera piattaforma sindacale democratica si vuol parlare, deve essere una piattaforma fatta dalla base cosciente, sulle esigenze di classe espresse dalla massa dei lavoratori e che soprattutto abbia la capacità politica e concreta di mettere assieme le esigenze reali, sociali di tutto il proletariato, italiano ed immigrato, maschile e femminile, precario e non. Questa piattaforma rivendicativa sindacale sarebbe rispondente democraticamente alle esigenze operaie. Sarebbe, questa sì, una piattaforma catalizzatrice e difesa dai lavoratori, come si è visto nelle lotte che ci sono state negli ultimi anni. È per questo che una simile forma di democrazia, di base, su esigenze di classe non può essere accettata in quanto farebbe saltare tutti i paletti concertativi. Non tanto quelli attuali ancora non entrati a regime ma quelli che il sindacato tutto ha firmato in calce assieme ai governi di centro sinistra. Dalla Martelli - Turco Napoletano - Bossi Fini, alle forme di flessibilità del beneamato Treu con il suo seguito di gabbie salariali, ecc.

 

Perché tutto ciò?

Cos’è che porta a questa situazione? Perché dopo aver urlato ai quattro venti e mobilitato i lavoratori contro la legge 30, contro Cisl e Uil e le loro scelte succubi delle politiche anti-operaie, a favore di una reale tutela salariale si è giunti ad un simile compromesso al ribasso?

La risposta più comune è quella che la Fiom e la Cgil (che in vero un grande apporto alle lotte metalmeccaniche non lo ha mai dato) non riuscirebbero a sostenere una nuova stagione di lotte con contratti separati che le vedrebbe contrapposte non solo a governo e padronato, ma anche alle altre organizzazioni sindacali.

Indubbiamente ciò corrisponde ad una difficoltà reale. Altre però sono le cause fondamentali di quanto sta accadendo.

Fiom e Cgil hanno l’assoluta necessità di rientrare nelle sedi trattanti ufficiali, e di far introiettare ai lavoratori che quella è l’unica via da battere. Andare contro questa visione significherebbe chiamare la propria base ad una più incisiva e combattiva mobilitazione che non potrebbe limitarsi al campo "sindacale" e "categoriale", ma dovrebbe scontrarsi direttamente contro l’azione complessiva e generale del governo e dell’intero padronato.

Il problema è che una vera battaglia contro il governo Berlusconi condotta in piazza da parte dei lavoratori organizzati sulle proprie necessità normative e salariali viene vista come fumo negli occhi da quanti (vertici Cgil e Fiom inclusi) pongono come proprio orizzonte la vittoria elettorale del centrosinistra nella consultazione del 2006.

Fumo negli occhi per due principali motivi.

Primo. Un’autentica ed aperta mobilitazione proletaria contro Berlusconi e le sue politiche finirebbe per essere d’intralcio anche ad un ipotetico futuro governo dell’Ulivo (o dell’Unione che dir si voglia). I Prodi, i Rutelli ed i D’Alema si ritroverebbero con il fiato della piazza sul collo e ciò ne limiterebbe la libertà d’azione nella cosiddetta opera di "risanamento" economico. Risanamento che, con tempi e modi forse un po’ più graduati di quelli Berlusconiani, richiederà comunque "amichevoli" - e forse "concertati" - giri di vite contro il mondo del lavoro.

Secondo. Una dispiegata lotta operaia contro il governo costituirebbe anche una decisa battuta d’arresto per tutto il capitalismo italiano e, data la situazione internazionale, un segno fortissimo a tutto il proletariato europeo. Ebbene, questo è un "crimine" di cui i vertici sindacali (compresi quelli Cgil e Fiom) non vogliono macchiarsi. Come, infatti, si potrebbe mai andare in questa direzione quando, di fronte al "declino industriale dell’Italia" e alle conseguenze che ciò comporta per i lavoratori, si punta tutto sul rilancio della competitività e dell’efficienza del capitalismo nazionale e continentale?

 

Mettere al centro le nostre esigenze di classe

Alcune recenti lotte, come quella esemplare di Melfi della scorsa primavera o come quella della Fincantieri sul precontratto, hanno dimostrato, sia pur con gradazioni diverse, che quando si mettono in campo con decisione le reali esigenze dei lavoratori, allora si da la possibilità di una concreta partecipazione ed attivizzazione di massa. Queste mobilitazioni (al pari di quella degli autoferrotranvieri) hanno anche evidenziato che se la classe operaia si batte con determinazione riesce a raccogliere intorno a sé la simpatia ed il favore di vasti strati di popolazione.

L’impostazione politica dei vertici Fiom, non è assolutamente in grado di "comprendere" e sviluppare queste "lezioni". Prova ne sia l’azione sviluppata per depotenziare i coordinamenti spontanei tra delegati che, soprattutto in Emilia e Toscana, si erano iniziati a costituire intorno alle vertenze sui precontratti, o l’incapacità (e la non volontà) di utilizzare la "vicenda" di Melfi per provare ad impostare una generale battaglia contro l’innalzamento dei ritmi e dei carichi di lavoro in tutto il comparto metalmeccanico.

Spetta dunque ai delegati ed ai lavoratori più combattivi ed attenti fare tesoro di queste esperienze e trarne le dovute conseguenze per ribaltare da cima a fondo l’attuale politica sindacale.

La vertenza per il contratto nazionale potrà costituire un fattore di ripresa e di rivitalizzazione delle nostre forze se ci si batterà per mettere realmente assieme le esigenze reali e sociali dell’operaio italiano ed immigrato, maschio e femmina, precario e non. Se sapremo iniziare a dare battaglia per mettere al centro dell’azione le nostre effettive esigenze salariali e normative senza subordinarle alle "necessità" delle aziende, senza accettare ad esempio la nuova richiesta di flessibilità oraria avanzata dal padronato metalmeccanico in cambio di qualche spicciolo in busta paga. E se, di pari passo, avremo la capacità di cominciare a supportare il tutto con adeguate forme di lotta: scioperi duri e ad oltranza, picchetti, blocchi delle merci, cortei, ecc.

È una "piattaforma" di questo genere che serve, che esprima ed interpreti le esigenze più profonde (quand’anche spesso inespresse) di chi è costretto a sudare appresso a viti e bulloni e che non si auto-limiti in nome di fasulle ed illusorie aspettative elettorali. Una "piattaforma" che sappia anche parlare, con le rivendicazioni e la mobilitazione, al resto della popolazione lavoratrice e che punti a gettare le basi affinché intorno alla lotta dei metalmeccanici si possano ritrovare, organizzare e battere le sempre più folte schiere dei precari, i disoccupati, le donne, i giovani, i lavoratori di altri comparti ed anche quei settori di popolazione non sfruttatrice che pur non vivendo una condizione salariata iniziano a sentire anche sulla propria pelle la pressione dei grandi poteri capitalistici. Una "piattaforma" che leghi le questioni "del lavoro" alla necessaria ripresa della lotta contro le guerre, le aggressioni e le missioni militari che, a partire dall’Iraq, vedono il "nostro" stato, il "nostro" governo, il "nostro" capitalismo impegnati in prima fila.

Chiaro, è tutt’altro che un "compitino" da quattro soldi. Ma queste sono le condizioni che ci possono far risalire la china, e questo è quello che siamo chiamati a fare. I padroni da decenni lo fanno. Sono organizzati e determinati, e sanno andare fino in fondo. Così dobbiamo agire noi.