Lavoratori / padronato e governo: è tempo di...

Competitività: una corsa verso l'abisso da fermare subito

Tanto la Confindustria quanto il governo battono ossessivamente su un tasto: accrescere la competitività delle aziende e dell’azienda-Italia. Che musica vien fuori da quel tasto? All’oggi non c’è forse miglior test canoro della Fiat: impresa con profitti in forte rilancio, lavoratori spremuti come limoni, con quattro euro in tasca e una serie di incognite per il proprio futuro.

A dicembre, uno dei principali motivi di rimostranza degli operai di Mirafiori nelle assemblee con i segretari generali di Cgil-Cisl-Uil è stato proprio quello delle condizioni di lavoro. I ritmi e l’organizzazione del lavoro sono diventati estenuanti. A Mirafiori e nella gran parte delle fabbriche italiane. Lo avevano già denunciato due anni fa, nel silenzio generale, gli operai di Melfi con uno sciopero ad oltranza di tre settimane contro l’asfissiante organizzazione dei turni. Ora, è la stessa esperienza degli operai di Mirafiori a spiegare da dove deriva questo aggravio snervante del lavoro operaio: dall’esigenza di sfornare automobili competitive rispetto a quelle prodotte dalle altre case o dagli stabilimenti esteri della stessa Fiat. Ecco dove sta il segreto dei successi di Marchionne, ecco cosa vuol dire in concreto: più competitività! Vuol dire saturazione ai limiti dell’umano dei tempi di lavoro, richiami ed umiliazione dei capi verso chi non regge il passo, variazione continua dei turni e, sempre più spesso, allungamento degli stessi orari di lavoro, magari sotto forma dell’estensione del lavoro straordinario. Da una recente inchiesta dell’Ires-Cgil emerge che il 60% dei proletari lavora per più di 40 ore, nel settore privato la percentuale sale al 72%, mentre il 22% dei lavoratori sorpassa le 45%!

E poi ci si sorprende per i muratori di Brescia che "tirano la coca" per sostenere il lavoro da bestie che svolgono nei cantieri! Certo, il caso dei giovani proletari di Brescia può anche essere estremo. Ma meno di quel che sembra, se si considera quant’è diffuso tra gli operai, anche i più giovani, il consumo di anfetamine, hashish, anti-depressivi, anti-dolorifici proprio per sopportare la fatica e l’alienazione di un lavoro "a prova di stupido" (come ha teorizzato il toyotismo) da portare avanti per tutta la vita. Poi ci si sorprende che nel solo 2005 ben 1280 lavoratori siano stati assassinati dal e sul lavoro! Con un ritmo di lavoro a tal punto spasmodico che, come accaduto in estate nel cantiere di Catania, non si fa neanche riposare il cemento armato il tempo minimo richiesto dal consolidamento del materiale, è inevitabile che si moltiplichino gli incidenti e le stragi sul lavoro.

Per i dirigenti del centro-sinistra queste condizioni di lavoro dipendono dal fatto che le imprese italiane sono collocate su settori merceologici non avanzati dal punto di vista tecnologico. E’ una delle tante balle che mettono in circolazione. Basta dare un’occhiata a ciò che accade nel paese europeo leader nei settori avanzati, la Germania, per rendersi conto che anche lì l’antifona non è diversa. Negli ultimi anni, ne abbiamo parlato nei numeri precedenti del giornale e sul nostro sito, proprio per sostenere la competitività delle imprese tedesche nel mondo o per salvaguardare i posti di lavoro negli stabilimenti in Germania, vi è stata una serie di accordi che hanno portato all’allungamento degli orari di lavoro (fino anche a 6-7 ore a settimana in più, senza aumenti di salario) e al peggioramento della condizione lavorativa. Il fatto è che l’elemento fondamentale che permette alle aziende di rimanere competitive nella giungla dell’attuale mercato capitalistico mondiale è l’intensificazione e l’allungamento della prestazione lavorativa. Anche l’introduzione di nuovi procedimenti tecnologici serve a questo e non ad alleviare la fatica. L’ennesima riprova viene dalla discussione in sede Ue di una nuova legislazione che prevede lo sfondamento del tetto dell’orario di lavoro massimo vigente in Europa (48 ore a settimana) e le riforme in corso in tutti i paesi europei per l’allungamento della vita lavorativa. Recentemente è stata ancora l’avanzata Germania, impegnata nella "via alta allo sviluppo" cara ai vertici dei sindacati confederali, ad alzare l’età di pensionamento a 67 anni!

A questo va aggiunto che una simile condizione lavorativa e una società invasata dalla rincorsa della competitività porta all’abbrutimento della vita dei lavoratori anche al di fuori del posto di lavoro. La stanchezza, gli orari e le turnazioni rendono sempre più difficile coltivare sani rapporti affettivi e sociali. L’insicurezza che la concorrenza fa spasmodicamente gravare su molti posti di lavoro, quelli a tempo determinato e quelli a tempo indeterminato, regala ansia a dosi massicce e spinge ad accettare di correre, sgomitare, arrampicarsi, per paura di essere buttati fuori. E poi ci si sorprende per l’imbarbarimento dei costumi sociali rivelato dai fatti di cronaca! Ogni giorno su un qualsiasi quotidiano leggiamo da un lato gli inni alla competitività e dall’altro la condanna moralistica per la sequenza sempre più fitta e varia degli orrori della vita quotidiana, più legati di quanto non si creda, oltre che alla generale mercificazione dei rapporti sociali, ad una dinamica sociale nella quale, visto l’imperare della competitività, non si può in nessun modo accettare anche nella vita personale di "soccombere". Ai vicini di casa che fanno rumore, a un insuccesso nel lavoro, alla fine di un amore… Il programma prodiano di rilancio della competitività esaspererà ulteriormente queste tendenze patogene, dentro e fuori i luoghi di

lavoro; forse è anche in vista di ciò che si è un po’ liberalizzato il consumo di hashish e marijuana… un "aiutino" a sopportare meglio.

Ma il carro della competitività non si limita a travolgere "solo" le condizioni di lavoro e la vita "privata" dei proletari. Agendo come una centrifuga contro ogni fattore di coesione e di unità tra operai, tende a disintegrarne completamente la capacità di resistenza e la forza politica. Spinge il lavoratore a essere solidale con la "sua" azienda, con la "sua" regione, con la "sua" nazione contro il lavoratore dell’"altra" impresa, dell’"altra" regione, dell’"altro" paese. Una spirale che, vista la debolezza del capitalismo italiano, potrebbe portare in Italia ad una contrapposizione territoriale simile nella sostanza, pur se non nelle forme, a quella che hanno subìto (ed è stata una catastrofe) i lavoratori della "ex"-Jugoslavia.

Il tentativo, reale, del grande capitale italiano e del governo Prodi di contenere e invertire il declino del capitalismo italiano è estremamente fragile. Certo, in pochi mesi sono stati compiuti passi in avanti su alcuni terreni decisivi, tra cui un certo accentramento del capitale finanziario, la riduzione del costo del lavoro con l’intervento sul cuneo fiscale, il rilancio del ruolo internazionale dell’Italia e degli investimenti italiani nelle aree a più alto tasso di sviluppo (Cina e India in primo luogo), la firma di alcuni accordi strategici sull’approvvigionamento energetico con la Russia e l’Algeria. Ma questi passi avanti vanno messi in relazione con quello che accade contemporaneamente nelle altre potenze capitalistiche: fusioni gigantesche tra multinazionali (come è accaduto nel campo delle telecomunicazioni e dell’elettronica), intervento pianificato della leva statale per lo sviluppo dei settori strategici (come ad esempio i trasporti aerei) e per la protezione degli investimenti esteri, convergenza di due superpotenze del capitale finanziario come Wall Street ed Euronext. L’incapacità del sistema-Italia e dello stato italiano di farsi carico di questo ritardo, potrebbe rilanciare la tentazione a "far da sé" da parte delle imprese delle regioni più ricche e, in appoggio ad esse, se si accetterà la "filosofia" del governo Prodi, anche da parte dei loro lavoratori.

Senza contare che la concorrenza mondializzata a cui i padroni e il governo italiano stanno chiamando i lavoratori ha come sbocco obbligato la crescente implicazione dell’Italia sul piano militare nella "guerra infinita" ai "popoli ribelli". Basterebbe leggere in proposito la lettera che il ministro degli esteri D’Alema ha inviato il 27 ottobre al quotidiano La Repubblica: "Nel mondo interdipendente di oggi, l’Europa riuscirà a rispondere alle preoccupazioni di fondo dei suoi cittadini –occupazione e sicurezza– solo diventando un attore globale. Nel mezzo secolo scorso, l’Europa è stata costruita sull’integrazione interna, dal mercato unico alla moneta; nel prossimo mezzo secolo, l’Europa esisterà solo se saprà proiettarsi all’esterno. Da questo punto di vista, la missione in Libano ha costituito un segno di risveglio positivo." Non aspettiamo di trovarci sull’orlo del baratro per comprendere che l’aggancio della difesa delle condizioni proletarie al rilancio della competitività delle imprese, dell’Italia e dell’Europa richiederà anche sempre più la partecipazione diretta a vere e proprie operazioni militari, a vere e proprie guerre guerreggiate (come del resto è già stato, al di là delle ipocrisie berlusconiane, in Iraq e in Afghanistan, e di quelle dalemiane, in Jugoslavia).