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Dal Che Fare n°71   novembre - dicembre 2009

Contro il razzismo di stato

 Contro il "pacchetto sicurezza"

Da decenni le politiche discriminatorie e razziste sono uno degli assi portanti nell’azione dei governi (di centrodestra e di centrosinistra) che si sono succeduti. Con il cosiddetto "pacchetto sicurezza", varato dal governo Berlusconi, viene compiuto un "salto di qualità" in questo campo al fine di ricattare, terrorizzare e torchiare sempre di più gli immigrati in un crescendo che non promette nulla di buono neanche per i proletari italiani. Contro queste politiche bisogna battersi sin da subito e con fermezza. Per poterlo fare al meglio, è necessario soffermarsi su alcune questioni a volte sottaciute, altre volte date superficialmente per "scontate".

Di solito stampa e tv affrescano gli immigrati come delle greggi cenciose di desperados, colpevoli di turbare le nostre tranquille vite cittadine e di essere la causa di (quasi) tutti i mali sociali. Se di poco alziamo lo sguardo oltre questa siepe di immagini razziste sarà più facile scorgere alcune verità che vanno prese seriamente in considerazione.

Primo: milioni di donne e uomini abbandonano i loro paesi d’origine perché vogliono sottrarsi ad una vita fatta di miserie, persecuzioni e guerre.

Non vengono in Italia ed Europa per vagabondare o delinquere. Vengono con la speranza e l’ambizione di poter conquistare attraverso il lavoro un’esistenza degna per se stessi, per i propri cari e per i propri figli. Secondo: sono costretti ad emigrare perché le loro terre da secoli sono sistematicamente dissanguate, saccheggiate e bombardate dall’azione coloniale e neo-coloniale dei paesi occidentali.

Una miniera a cielo aperto

Terzo: gli immigrati sono divenuti da tempo parte integrante e indispensabile della macchina produttiva italiana. A milioni lavorano nelle industrie, nei cantieri, nell’agricoltura, nel campo dell’assistenza e negli altri servizi. La manodopera immigrata è in realtà un grosso affare per il capitalismo nostrano che, alla stregua di tutti gli altri, ha necessità di abbassare drasticamente i costi di produzione per tutelare i propri profitti ed essere competitivo a livello internazionale. Cosa è infatti l’immigrato per il padronato e per lo stato?

È tanto lavoro a basso, bassissimo costo, spesso specializzato, come nel caso dei lavoratori dell’Est Europa. Energia viva da spremere con sempre  meno tutele per rimpinguare le casse e i portafogli di banche e imprese. Braccia e cuori pulsanti venuti da lontano su cui viene scaricato il lavoro "di cura" e di assistenza e che con i loro servizi svolti presso tantissime famiglie attutiscono gli effetti dei tagli alla spesa sociale. Altroché!

Gli immigrati sono per il capitale un miniera a cielo aperto indispensabile per evitare l’inceppamento dei suoi stessi ingranaggi! Per avere a disposizione questa miniera, il capitale e le sue istituzioni statali devono mettere la massa dei lavoratori immigrati nella gabbia delle normative differenziate e della fabbrica della clandestinità.

La concorrenza: un’arma del padrone

Le politiche e le leggi razziste non servono "solo" a garantire e rendere possibile il super-sfruttamento della manodopera immigrata, ma sono una clava usata anche contro gli operai e i proletari italiani. Se, infatti, il lavoratore immigrato è costretto a lavorare come una bestia per quattro soldi, dodici ore al giorno e senza (o quasi) diritti, allora anche quello italiano, per evitare la perdita del posto di lavoro, prima o poi dovrà inevitabilmente "accettare" l’abbassamento delle proprie condizioni salariali e normative.

I sentimenti razzisti, che disgraziatamente stanno prendendo piede anche nel mondo del lavoro, hanno la loro radice proprio nel fatto che ampi strati proletari italiani (soprattutto giovanili e metropolitani) sentono e subiscono la concorrenza al ribasso dei lavoratori immigrati nel lavoro e nella società.

Fare come gli struzzi e nascondere la testa sotto la sabbia per non vedere questa (brutta) realtà non serve a nulla. Non si tratta di negare l’esistenza della concorrenza tra lavoratori immigrati e italiani: questa c’è, bisogna riconoscerlo. Il problema da porre è come affrontare la questione.

Uno stesso destino

Da un lato ("tagliamo con l’accetta" per tentare di essere più chiari) c’è la strada indicata e propagandata in vario modo dal governo. Pugno di ferro dello stato e attivo sostegno "popolare" (ronde e non solo) verso una politica che imponga agli immigrati di stare con due piedi in una scarpa e di non pretendere "troppi" diritti. In questo modo, si dice, i lavoratori di casa nostra potranno riavere indietro quanto gli sarebbe stato portato via da questi "invadenti ospiti".

A prima vista può sembrare vero. L’immigrato non va in ospedale per paura di essere denunciato? Semplice, un posto libero in più per un italiano.

Non può portare il figlio all’asilo? Bene, c’è più spazio per i nostri. Gli viene reso più difficile usufruire dei servizi sociali? OK, c’è qualche possibilità in più per noi. Chiaro e semplice. Ma completamente falso! L’obiettivo di una simile politica è quello di creare un clima di feroce ostilità e ricatto contro gli immigrati per costringerli a subire in silenzio e passivamente ogni sopruso. Cioè per poterli utilizzare ancor meglio anche come incolpevole arma contro i proletari italiani. Se questi ultimi si lasceranno trascinare nella contrapposizione razzista indeboliranno le proprie capacità di difesa e si consegnano all’asservimento totale alle politiche governative, alla dittatura delle aziende, ad un destino da mendicanti rabbiosi pronti ad azzannarsi fra simili. Bisogna ficcarselo bene in testa: la sorte che si sta riservando agli immigrati prepara la strada ad un’analoga sorte per il proletariato "bianco".

La via della lotta unitaria

Proprio per questo, la via per difendere le proprie condizioni è opposta a quella indicata dalla propaganda governativa. L’unico modo per strappare realmente l’arma della concorrenza dalle mani del padrone è quella di andare verso la costruzione di un movimento unitario di tutto il mondo del lavoro che rivendichi pieni diritti per gli immigrati.

Non si tratta né di "buonismo", né di "spirito umanitario", ma di prendere atto della realtà. Gli immigrati qua sono e da qua non possono e non vogliono andar via. Non solo. Il movimento migratorio proseguirà. Nessuna legge, nessun pattugliamento nei mari, nessuna muraglia ai confini potrà arrestarlo. Alla sua base vi sono motivazioni strutturali troppo grandi e forti.

Dunque, i lavoratori italiani con questa "presenza" devono e ancor di più dovranno fare stabilmente i conti. Non ci potrà essere salvezza per nessuno al di fuori di una difesa collettiva dei propri interessi di classe lavoratrice che accomuni in un solo  ronte di lotta tanto gli operai italiani quanto quelli immigrati. Si tratta di un obiettivo difficile da conquistare, ma fondamentale ed irrinunciabile. Per questo, senza temere di andare anche contro quello che può al momento essere il sentire comune di una cospicua fetta di lavoratori, bisogna sin da subito nei luoghi di lavoro e nella società mettere in campo una tenace battaglia:

- per l’abolizione della Bossi-Fini e del "pacchetto sicurezza";

- per il permesso di soggiorno per tutti e senza condizioni;

- per la rottura del legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro;

- per i pieni diritti sociali, civili e politici degli immigrati;

- per l’unità di lotta tra i lavoratori immigrati e italiani contro i padroni e il governo.

Dal Che Fare n°71   novembre - dicembre 2009

    ORGANIZZAZIONE COMUNISTA INTERNAZIONALISTA


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Un momento della manifestazione del 4 luglio 2009 a Verona contro il "pacchetto sicurezza"