Dal Che Fare n.° 73 dicembre 2010 febbraio 2011
La crisi del sistema monetario internazionale (serie di articoli sul n.73)
Cos’è la moneta?
Un semplice segno per lubrificare gli scambi oppure l’espressione di un rapporto sociale di produzione?
Per analizzare le tensioni in atto nel sistema monetario internazionale e per cogliere la loro portata storica, non basta la rilevazione empirica di ciò che sta accadendo in questo ambito della vita economica e finanziaria.
Una seria indagine in tal senso richiede la chiarificazione di alcune questioni teoriche, prima fra tutte quella condensata nella seguente domanda: cos’è la moneta?
Nelle righe che seguono svolgiamo solo alcune considerazioni introduttive e sintetiche su questo preliminare ma fondamentale punto.
A scuola si insegna che ...
la moneta è uno strumento introdotto per rendere possibile il commercio. Di solito, la questione viene illustrata considerando le difficoltà cui andrebbe incontro lo scambio delle merci in un’economia mercantile senza moneta. Partiamo anche noi da questa esemplificazione.
Supponiamo che in un’economia mercantile semplice, composta, cioè, da artigiani e contadini liberi produttori indipendenti, siano presenti cinque “agenti economici”. Uno, chiamiamolo A, arriva sul mercato con la lana e vorrebbe comprare delle forbici. Un altro, B, arriva con le forbici ma vuole comprare la birra. Un terzo, C, arriva con la birra ma vuole comprare l’orzo ed un po’ di oro per sistemare i denti. Il quarto, D, arriva con l’orzo e ha bisogno di acquistare la lana. Il quinto, E, vende l’oro e vuole acquistare l’orzo.
La situazione descritta può sembrare lontana dalla vita economica contemporanea. Tuttavia essa permette di identificare meglio i nodi del nostro problema.
Supponiamo, poi, che i rapporti di scambio tra le 5 merci siano dati dalle seguenti relazioni: 100 chilogrammi di lana sono scambiati con 100 paia di forbici; 100 paia di forbici con 50 litri di birra; 50 litri di birra con 25 grammi di oro; 25 grammi di oro con 200 chilogrammi di orzo. Da queste equivalenze si può dedurre come il rapporto di scambio tra l’oro e la lana sia 25 grammi del primo contro 100 chilogrammi della seconda o (che è la stessa cosa) un grammo del primo contro 4 chilogrammi della seconda.
Lasciamo stare, per ora, come si siano originati questi rapporti di scambio e chiediamoci: il baratto (cioè lo scambio di una merce con un’altra senza la mediazione del denaro) permette di effettuare gli scambi in modo che ciascuno venda la merce che porta sul mercato e acquisti quella di cui ha bisogno? Difficilmente. La merce che il produttore A deve acquistare è diversa da quella venduta dal produttore D interessato alla merce portata sul mercato dallo stesso A. E nella nostra ipotetica economia mercantile semplice siamo in presenza solo di 5 produttori indipendenti. Immaginiamo cosa succede con centinaia o milioni di produttori indipendenti e una più accentuata divisione del lavoro.
Un segno convenzionale e arbitrario?
I manuali di economia adottati nelle scuole insegnano che, per superare questa difficoltà, i produttori indipendenti si sono messi d’accordo per introdurre (o far introdurre da parte di un’autorità super partes) un simbolo (biglietto di carta o disco metallico che sia) per rendere possibili le transazioni. Supponiamo, ad esempio, che venga introdotto un biglietto di carta che rappresenti un chilogrammo di lana oppure un paio di forbici oppure mezzo litro di birra oppure 0.25 grammi di oro oppure 2 chilogrammi di orzo. Supponiamo, inoltre, che su tale biglietto sia stampata la cifra di 10 sesterzi. Su questa base, ad ogni merce viene affibbiato un prezzo: 10 sesterzi per un chilogrammo di lana, 20 sesterzi per un litro di birra. Se la cifra stampata sul biglietto di carta fosse di 5 sesterzi, il prezzo dello stesso chilogrammo di lana sarebbe di 5 sesterzi e quello di un litro di birra sarebbe di 10 sesterzi. Cambiano i prezzi, ma la loro equivalenza reciproca resta invariata.
Attraverso una certa quantità di biglietti-sesterzi, lo scambio reciproco delle merci supera le difficoltà inerenti il baratto: il produttore A vende la lana direttamente al produttore D che ha bisogno della lana e A riceve in cambio una “cosa”, le banconote, con cui può acquistare direttamente le merce che desidera. Ovviamente D deve possedere i biglietti di carta necessari per pagare la lana nella quantità che egli desidera comprare. Lasciamo stare, per ora, come D possa essersi procurato le banconote. Con le banconote in mano, A acquista direttamente le forbici da B, B prende le banconote da A e acquista la birra da C, che, con il ricavato della vendita della birra, acquista la merce che gli interessa, l’oro, venduto non dal produttore cui ha ceduto la birra ma da E, e così via fino all’ultimo scambio.
Pur nella sua schematicità, questo esempio descrive il corso degli eventi che ha effettivamente condotto alla nascita della moneta. Esso, però, non esplicita, di per sé stesso, cosa sia la moneta. Esso offre solo il punto di partenza dell’indagine. La “scienza” economica ufficiale lo “sviluppa” combinandolo con una tesi che appare sintetizzare il top dell’atteggiamento scientifico e che, invece, allontana dalla via della conoscenza dei fenomeni economici e sociali: la tesi aggiuntiva è che, oltre il corso degli eventi raccontato nell’esempio, non c’è null’altro da conoscere. Ora, se si assume questa posizione, è inevitabile ritenere che la moneta sia un semplice segno convenzionale, un neutrale intermediario, un lubrificante che, compiuta la sua missione, svanisce, come si afferma, ad esempio, in uno dei manuali universitari di economia politica più diffusi, quello di Samuelson. Altrettanto inevitabile giungere alla conclusione che i prezzi delle merci sono considerati numeri convenzionali, dipendenti dal valore apposto a proprio piacimento sull’oggetto-moneta dall’autorità monetaria.
La dottrina marxista sostiene, invece, che il corso degli eventi raccontato nell’esempio va considerato come la manifestazione empirica di un processo più profondo, non direttamente visibile né direttamente coincidente con ciò che osserviamo. La decifrazione del geroglifico della moneta richiede la messa a fuoco di questo sfondo dissimulato. Per portarlo alla luce, torniamo alla domanda intravista e accantonata: “Cos’è che determina i rapporti di scambio tra le cinque merci?”
Le merci contengono lavoro (astratto).
Per la “scienza” economica ufficiale i rapporti di scambio tra le merci sono, abbiamo detto, un dato di fatto: non c’è nulla da spiegare (1). Ma riflettiamo meglio: se le merci non incorporassero una sostanza comune potrebbero essere commensurate l’una all’altra nei rapporti di scambio? Certo che no. E qual è la sostanza comune a tutte le merci che fa sì che, ad esempio, al di là di provvisorie oscillazioni, 100 paia di forbici si scambino con 50 litri di birra o un’automobile valga mediamente quanto 30 lavastoviglie? Questa sostanza non può essere certo una delle qualità fisiche, chimiche, ecc. che rendono la merce un bene adeguato alla soddisfazione dei bisogni umani. Queste qualità, che caratterizzano una merce come valore d’uso, non equiparano le merci ma le differenziano. Ma se si prescinde da queste qualità, cosa resta in ogni merce?
La risposta va cercata nell’esame dello sviluppo storico dei rapporti monetari e mettendo questi in relazione con la concreta produzione e riproduzione della vita delle collettività umane. Se si fa una simile “operazione”, si trova che la qualità comune a tutte le merci è il fatto che ciascuna di esse è il frutto del lavoro umano. Ma attenzione: questa qualità è davvero comune a tutte le merci, solo se il lavoro che le ha sfornate non viene considerato nei suoi caratteri concreti, non viene considerato come lavoro specifico che tosa le pecore e prepara la lana o che setaccia l’acqua dei fiumi per estrarne l’oro, cioè come attività che trasforma gli oggetti in modo che diventino utili. Considerati da questo punto di vista, i lavori sono attività produttrici di valori d’uso incommensurabili tra loro. Ma se si prescinde dai caratteri concreti dei singoli lavori, l’elemento comune che rimane nelle merci è il fatto che ciascuna di esse è il coagulo di una certa quantità di generica energia lavorativa umana. Marx chiama questa meccanica erogazione di energia lavorativa lavoro astratto.
In quanto concrezioni di lavoro astratto, le merci sono confrontabili tra loro e il loro rapporto di scambio non può che dipendere dalla grandezza della “sostanza valorificante” contenuta in ciascuna di esse, che Marx chiama valore. Supponiamo, per esempio, che la produzione di 50 litri di birra richieda 50 ore di lavoro medio: il rapporto di scambio di 1 a 2 con le forbici sta ad indicare che in un paio di forbici sono coagulate 2 ore di lavoro astratto medio, mentre in un litro di birra è coagulata un’ora soltanto. Ancora un passo e, se manteniamo i piedi sul terreno dell’evoluzione storica, siamo alla moneta.
La moneta è lavoro (alienato) cristallizzato.
Inizialmente, la moneta non è rappresentata da un biglietto di carta a corso forzoso ma dal sale o dal bestiame o dall’oro. È rappresentata, cioè, da una merce tra le merci, la quale in tanto può svolgere la sua funzione di misura dei valori delle merci e di mezzo di circolazione in quanto contiene anch’essa una certa quantità di lavoro umano erogato entro rapporti sociali mercantili. Se ritorniamo al nostro esempio, questo significa che in un grammo d’oro sono coagulate 10 ore di lavoro.
Supponiamo, ora, che l’oro-denaro sia utilizzato sotto forma di dischi (ecco apparire la moneta) aventi la massa di 0.1 grammi (equivalente ad un’ora di lavoro medio astratto) e che su ogni disco sia impresso il segno di 5 sesterzi. Quest’operazione permette di affibbiare ad ogni merce un valore numerico rispetto all’unità dei sesterzi, permette di assegnarle, cioè, un prezzo: su un chilogrammo di lana viene apposta l’etichetta 12.5 sesterzi, su un litro di birra l’etichetta è di 25 sesterzi… Il prezzo è, dunque, l’espressione del valore posseduto da una merce attraverso il valore posseduto da un’altra merce assurta a rappresentante sociale del coagulo del lavoro astratto. I prezzi e il valore della moneta non sono, quindi, elementi arbitrari, che le autorità monetarie possono fissare a piacimento.
È vero che i prezzi delle merci cambiano se l’autorità monetaria attribuisce ad ogni disco un altro valore numerico. Ma i prezzi cambiano rispettando la legge, indipendente dall’autorità monetaria, che collega i prezzi con il valore delle merci (senza farli coincidere, non ci occupiamo qui di questo importante aspetto, con essi). I prezzi cambiano ma le relazioni dei prezzi tra le varie merci restano immutate: un litro di birra costerà in ogni caso quanto due chilogrammi di lana, e un litro di birra e due chilogrammi di lana continueranno a incorporare la stessa quantità di lavoro richiesto per la produzione di mezzo grammo di oro.
È vero che l’autorità monetaria può indurre un cambiamento dei prezzi, ad esempio un aumento, se diminuisce il contenuto in oro di ogni disco. Ma la massa monetaria globale, per svolgere la sua funzione nella circolazione delle merci, deve, in ogni caso, continuare a rappresentare il tempo di lavoro complessivo coagulato nelle merci scambiate in un ciclo economico completo. E pertanto, se svilisce la moneta, l’autorità monetaria o la spontaneità dei processi economici devono aumentare il numero di monete in circolazione fino ad arrivare a stabilire la corrispondenza tra i due versanti, pena, in caso contrario, la perturbazione del flusso degli scambi. Non è vero, quindi, che è la massa monetaria messa in circolazione dall’autorità statale e/o le cifre fissate sulle monete a determinare il valore delle merci scambiate: è questo valore, stabilito sulla base del tempo di lavoro coagulato in ciascuna merce, a dettare i parametri della massa monetaria in circolazione.
Il risultato cui siamo giunti, non si limita a svelare il fondamento dei rapporti quantitativi di scambio. Esso fa riflettere su un punto ancor più importante, non prettamente quantitativo ma qualitativo. Se nello scambio si confrontano i tempi di lavoro astratto coagulati nelle merci, il fatto che la produzione di A, B, C, D ed E sia finalizzata allo scambio, sta ad indicare che l’attività lavorativa di A, B, C, D ed E è ridotta a mera erogazione di meccanica energia lavorativa umana, è estranea alla soggettività che lavora, alla concretezza e all’utilità delle operazioni da essa compiute e al bisogno umano che il valore d’uso ottenuto va a soddisfare.
Non è inevitabile che il lavoro sia ridotto a questa forma. Ciò avviene solo perché si svolge entro particolari rapporti sociali di produzione, quelli mercantili.
In una collettività umana in cui il lavoro concreto è consapevolmente distribuito tra i suoi membri attivi secondo un piano che stabilisca, in vista del benessere collettivo, quale porzione dell’attività lavorativa complessiva riservare ai singoli lavori utili qualitativamente diversi nei quali la produzione sociale si articola, dove il lavoro è svolto su queste basi, i prodotti del lavoro non assumono la forma delle merci, non presentano un valore di scambio, non hanno un valore. In tale collettività il lavoro non è lavoro astratto. La moneta non esiste.
Le cose vanno diversamente in una società mercantile semplice. È vero che lo scambio tra le merci continua a presupporre che gli individui producano ancora per la società e in società. Ma presuppone anche che i lavori individuali non siano lavori che il singolo compie per commissione della società: presuppone, al contrario, che siano lavori individuali privati, autonomi, compiuti l’uno indipendentemente dall’altro. In questa situazione, i prodotti del lavoro si esprimono come prodotti del lavoro sociale solo attraverso l’eguagliamento astratto dei singoli lavori e l’esistenza sociale dei singoli lavori non può che essere quella del lavoro astratto. Il lavoro della società mercantile semplice è astratto non perché è comune a tutti ma perché è estraneo a tutti, è lavoro alienato.
Nel capitalismo la moneta esprime il rapporto tra capitale e lavoro.
Il passaggio dalla circolazione mercantile semplice a quella capitalistica non sopprime la legge del “valore - lavoro astratto”. Al contrario, la realizza fino in fondo: il valore, cioè l’astratta attività lavorativa umana, si autonomizza a tal punto dalla produzione sociale, giunge a tal punto a sovrastare i produttori, che esso, prima o poi, deve diventare il fine dell’attività lavorativa umana. Il che avviene, appunto, con il passaggio dalla società mercantile semplice alla società mercantile capitalistica, alla società in cui la produzione è svolta da imprese indipendenti in vista del semplice accrescimento del valore, in vista del profitto.
Gli artigiani della società mercantile semplice producevano valori in vista dello scambio ma avevano ancora di mira l’acquisizione, attraverso lo scambio, delle merci che volevano consumare. Nel capitalismo si produce per il profitto: le imprese della società capitalistica producono merci solo per accrescere la grandezza di valore da esse posseduta. Si tratta di un rovesciamento? Certo, ma è un rovesciamento che realizza fino in fondo le caratteristiche della produzione sociale nella società mercantile semplice. E che in tanto può compiersi in quanto, nello stesso tempo, giunge fino in fondo l’alienazione del lavoro umano già presente nella società mercantile semplice e diventa esso stesso una merce, cioè lavoro salariato (2).
La conclusione cui giungiamo è che la moneta non è una semplice scappatoia per sfuggire all’inconveniente emerso nella sequenza dei baratti. La moneta è il risultato e lo svolgimento della contraddizione insita nei rapporti sociali di produzione sottostanti allo scambio delle merci. Cioè della contraddizione di una società che mette in opera l’attività lavorativa umana (che non può che essere sociale) non in maniera armonicamente coordinata e pianificata al fine di operare per il benessere dell’intera specie, ma, al contrario, mediante dei lavori privati indipendenti l’uno dall’altro; esprime, dunque, un rapporto sociale di produzione, quello mercantile semplice e, poi, quello capitalistico, nel quale, a diversi livelli di profondità, il processo sociale di produzione asservisce gli esseri umani anziché esserne dominato, in cui gli esseri umani non sono più i soggetti del lavoro ma sono organi dell’algido lavoro astratto, in cui l’attività lavorativa così strutturata non è più l’appropriazione soggettiva umana dell’oggettività naturale ma l’espropriazione della soggettività umana.
La moneta esprime ed è funzionale alla riproduzione di questo rapporto sociale.
La moneta bancaria non ha una natura “speciale”.
Da quarant’anni siamo passati ad un sistema monetario sganciato dal riferimento all’oro. Vi siamo passati per effetto della dichiarazione di inconvertibilità del dollaro rispetto all’oro del 1971 e per effetto del crescente peso assunto, accanto alle banconote emesse dalla banca centrale, dalle aperture di credito operate dalle banche e dalle altre forme della cosiddetta moneta bancaria. Questa situazione sembra aver reso la moneta un segno convenzionale, con valore indipendente dal tempo di lavoro astratto incorporato nelle merci. Non è così. Ce ne rendiamo conto, se riflettiamo sullo sviluppo storico delle banche.
Originariamente, le banche avevano la funzione di conservare le ricchezze dei mercanti e dei capitalisti e di operare per loro conto nei saldi con altri mercanti e altri capitalisti, soprattutto se abitanti in paesi lontani. Lo sviluppo del capitalismo portò alla sedimentazione di notevoli patrimoni nei forzieri delle banche. Contemporaneamente, questo stesso sviluppo fece crescere a tal punto la ricchezza sociale, cioè il tempo di lavoro astratto coagulato in merci, che la parallela crescita della massa monetaria che, in ogni unità temporale, la doveva rappresentare, rimase indietro. Siamo ancora nell’epoca in cui la moneta era la merce-oro e l’estrazione dell’oro da immettere sul mercato come base per la creazione di nuova moneta non riusciva a tener testa alla corsa dell’accumulazione capitalistica. Nello stesso tempo, i banchieri osservarono che i prelievi dei correntisti impegnavano solo una quota dei rispettivi depositi. Ciò permise di escogitare un mezzo per fronteggiare l’insufficienza della quantità di moneta disponibile nel circuito economico: perché non mettere in opera i depositi inutilizzati per concedere credito ai capitalisti che hanno bisogno di denaro da investire?
Solo apparentemente l’ampliamento della massa monetaria prodotta in questo modo dal credito bancario è slegato dal “valore - lavoro astratto”. Una banca che concede il credito a un capitalista esige da quest’ultimo una serie di garanzie. Queste garanzie rimandano, gira e rigira, al profitto che la banca si aspetta il capitalista estragga dall’attività finanziata e da quello che il singolo capitalista e l’intera classe capitalistica sono stati capaci di fare in questo campo fino a quel momento. La moltiplicazione della moneta generata dal credito bancario non fa, quindi, che rappresentare un riflesso e un’anticipazione della nuova ricchezza sociale creata dal lavoro e incorporata dai capitalisti come profitto.
Certo, con la moneta bancaria sorge una differenza rispetto alla circolazione monetaria semplice e all’emissione su base aurea controllata monopolisticamente da una banca centrale. La dissociazione nata nello scambio con la duplicazione della merce in merce-e-moneta si estende: e se essa permette all’accumulazione capitalistica di superare il collo di bottiglia della scarsità di mezzi monetari, la espone alla tentazione di pericolose “fughe in avanti” con la ricerca di far soldi stampando soldi, senza passare per le forche caudine della produzione nei luoghi di lavoro. Tali fughe si realizzano puntualmente per effetto delle insanabili contraddizioni insite nel rapporto “capitale - lavoro salariato”. Ma a quale esito, altrettanto puntualmente, approdano?
Lo abbiamo visto, di nuovo, nel 2008. E quando arriva il momento della verità, quando la base dell’accumulazione reale dei profitti si fa valere nei confronti delle aspettative dei detentori di capitale, quando si incespica nella crisi finanziaria, la diffidenza di ciascun capitalista nella fiduciaria offerta dagli altri capitalisti, la ricerca spasmodica della “moneta -merce”, l’interruzione dei crediti inter-bancari, l’allergia delle banche e dei capitalisti alla “moneta - simbolo”, la violenta contrazione della liquidità e del credito che ne risulta, mostrano quanto la teoria del “valore - lavoro astratto” indichi più che mai l’effettivo binario su cui la circolazione monetaria capitalistica deve muoversi, se non vuole diventare da “cinghia di trasmissione” dell’accumulazione dei profitti in elemento di destabilizzazione generale.
Quello che abbiamo detto per la moneta bancaria permette di comprendere anche i vincoli cui sottostà la creazione della moneta cartacea non convertibile in oro da parte di una banca centrale. Con essa, è evidente, le banche centrali e i governi hanno acquisito maggiori margini di manovra rispetto al sistema monetario a base aurea. Tali margini di manovra non vanno affatto sottovalutati, anche in relazione agli effetti che hanno sul corso dello scontro tra le classi sociali. Ma le istituzioni monetarie non possono sganciarsi ed autonomizzarsi completamente da quel binario: la massa monetaria di banconote non convertibili in circolazione deve essere tendenzialmente “equivalente” alla quantità nella quale dovrebbe circolare la moneta-oro da esse rappresentata. La riprova e la garanzia di ciò la si ha nell’evoluzione dei rapporti monetari internazionali e nel ruolo svolto della moneta come moneta mondiale. Anche qui, ci limitiamo ad un rapido cenno in vista di un più approfondito intervento futuro.
Moneta mondiale e legge del valore
Il problema emerso con il baratto è risolto dalla moneta entro i confini di uno stato. Ma il sistema capitalistico mondiale è organizzato in stati con monete differenti. Pertanto il problema si ripresenta negli scambi internazionali.
Un commerciante di Karachi vuole vendere una Citroen importata dalla Romania ad un cliente che dispone di una somma in rupie. La Citroen dalla Romania non vuole rupie pachistane perché non deve comprare merci pachistane, ma ha bisogno di rubli per acquistare le lamine di alluminio che importa dalla Russia. L’azienda russa che vende l’alluminio alla Citroen della Romania potrebbe anche accettare gli euro sganciati dalla Citroen ma, poiché ha bisogno di acquistare le macchine utensili dalla General Electric statunitense, ha bisogno di dollari. Per importare tali macchine, deve noleggiare una nave mercantile e assicurare il trasporto: lo fa attraverso una società londinese che va pagata in sterline. Questa società londinese, a sua volta, intende investire il ricavato non nell’acquisto di merci dalla Russia ma in investimenti in Cina e ha bisogno di moneta cinese, perché deve pagare i fornitori cinesi e i lavoratori cinesi. La GE, a sua volta, intende investire il ricavato della sua vendita all’azienda russa nella partecipazione azionaria di imprese in Algeria... Il flusso delle merci e degli investimenti a livello internazionale deve essere duplicato da un parallelo scambio delle monete.
I rapporti di scambio tra le monete si stabiliscono, in ultima istanza, sulla base della legge del valore, e i rapporti economici internazionali riconducono la discrezionalità con cui le banche centrali nazionali emettono moneta entro i margini stringenti di questa legge: il valore delle singole monete nazionali è in relazione con le frazioni del tempo di lavoro astratto mondiale coagulato nelle merci prodotte entro i confini dei singoli stati.
Il punto decisivo, qui, è un altro: come una merce particolare ha dovuto assumere il ruolo di moneta sul mercato nazionale per rendere possibili gli scambi entro tale circuito locale, così una moneta particolare deve assumere il ruolo di moneta mondiale per rendere possibili gli scambi internazionali. L’accumulazione capitalistica globale non può mantenersi senza la regia e la dittatura di una moneta su e tra le monete, e senza che la moneta regnante corrisponda al grado di maturazione storica raggiunto dal sistema capitalistico mondiale. Sorgono, così, due interrogativi. 1) Come stabilire la moneta da incoronare a regina mondiale? 2) La banca nazionale che controlla la moneta mondiale non si viene a trovare in una situazione che le permette di svincolarsi dalla legge del valore e di emettere moneta secondo le sue particolari esigenze ai danni dei capitalisti e dei lavoratori degli altri stati?
Prendiamo l’esempio del dollaro.
Assurto al ruolo di moneta mondiale a partire dalla seconda guerra mondiale, per le ragioni ricordate nell’articolo, il dollaro lo ha svolto “alla perfezione” per decenni, a vantaggio di tutti i capitalisti, di tutti gli stati. Che hanno accettato che il capitale Usa usufruisse dei vantaggi connessi alla detenzione della moneta mondiale perché, al fondo, trovavano nella gestione Usa dei rapporti monetari internazionali l’alveo adeguato per lo svolgimento dei propri affari. Ciò era possibile perché la rete degli scambi mercantili e finanziari mondiali (confinato, relativamente ad oggi, entro una scala geografica ristretta) passava in una non piccola percentuale per le mani delle multinazionali, delle banche e del governo degli Stati Uniti.
Oggi non è più così.
La scala della socializzazione delle forze produttive ha raggiunto l’intero pianeta. Il perseguimento dell’interesse monetario degli Usa non coincide, come accaduto per buona parte del XX secolo, con quello dell’accumulazione capitalistica mondiale. Lo sta, invece, ostacolando. Ciò accade perché, al fondo, l’oggettivazione della contraddizione intrinseca alla merce nella giustapposizione di una merce-moneta a fianco delle altre merci e lo sviluppo delle funzioni superiori della moneta non permettono di risolvere ma, alla distanza, aggravano la contraddizione di fondo del sistema capitalistico: quella tra le forze produttive messe a punto dal lavoro sociale, che chiedono, per evitare di condurre l’umanità nella barbarie, di essere prese in carico dall’umanità lavoratrice secondo un piano funzionale ai propri bisogni di sviluppo onnilaterale, e la subordinazione dell’uso e dello sviluppo di queste forze all’accrescimento continuo del profitto.
La moneta è tanto poco un semplice intermediario che sta diventando il brodo di coltura dei virus che si annidano, “silenti”, nell’organismo capitalistico mondiale.
Note
(1) Non sono certo una spiegazione le curve della domanda e dell’offerta con cui i sapientoni riempiono il cervello dei giovani.
(2) Il fatto che in regime capitalistico la circolazione delle merci non sia regolata dal valore incorporato in ogni merce ma dai prezzi di produzione non invalida la legge del valore. I prezzi di produzione si formano in coerenza con la teoria del “valore-lavoro astratto” e non in contraddizione con essa.
Dal Che Fare n.° 73 dicembre 2010 febbraio 2011
ORGANIZZAZIONE COMUNISTA INTERNAZIONALISTA