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Dal Che Fare  n.° 74 giugno ottobre  2011

Anche in risposta all’Intifada araba,si è aperto in Italia un altro capitolo

del razzismo di stato

Con la campagna di primavera sulla paventata "invasione degli immigrati africani" il governo ha iniettato nuove dosi di veleno razzista nella società. Nelle righe che seguono denunciamo tutto ciò e indichiamo alcuni punti su cui i più attivi tra i lavoratori immigrati (come anche tra i lavoratori italiani) sono e saranno chiamati a riflettere e a intervenire per contribuire a superare lo stato di profondità difficoltà attraversato dal movimento di lotta degli immigrati, riflesso della più generale difficoltà politica in cui versa l’intero movimento operaio in Italia.

Nell'articolo "Dal lagher di Manduria" pubblichiamo una lettera inviataci ad aprile dalla Puglia. La lettera descrive dal vivo alcuni aspetti della situazione che si è venuta a creare a Manduria dopo il trasferimento organizzato dal governo di gruppi di immigrati da Lampedusa. Nella lettera si dà conto delle pulsioni razziste che sono emerse nella cittadina, di una bella iniziativa sviluppatasi in solidarietà con gli immigrati e del sentimento di ribellione con cui gli immigrati, come rivelato anche dal loro comportamento per nulla remissivo a Lampedusa, sono giunti in Italia dopo le sollevazioni in Egitto e Tunisia.

Puntualmente, con l’avvicinarsi della bella stagione, i mezzi di informazione ricominciano, con toni preoccupati e  preoccupanti, a lanciare l’allarme circa il pericolo di un’imminente ondata di immigrati che, proveniente dall’Africa, starebbe per invadere e devastare il "bel paese".

Questa primavera, però, la campagna propagandistica sulle "orde" che sarebbero state pronte ad aggredire le "nostre" coste ha superato ogni limite. Subito dopo la cacciata a furor di popolo del governo tunisino di Ben Ali (un autentico sgherro al servizio dell’Occidente), il ministro degli interni Maroni ha parlato di 50mila persone pronte a "sfruttare la situazione" venutasi a creare a Tunisi per lasciare il paese e sbarcare "qui da noi". Il ministro degli esteri Frattini ha poi rincarato la dose "correggendo" la cifra a 200mila. Poi, appena incominciati i bombardamenti Nato sulla Libia, qua e là, su radio e televisioni, qualche "eminente esperto" è arrivato a paventare e a dare per probabile anche l’arrivo di "mezzo milione" di persone che avrebbero portato con sé (e ci mancherebbe altro!) malattie, epidemie e delinquenza d’ogni genere.

Esagerazioni per nulla casuali

Di sicuro gli accadimenti che hanno sconvolto il Nord Africa hanno portato a un incremento dell’immigrazione (tentata o riuscita) verso l’Europa e l’Italia, ma le cifre di cui si è spesso parlato hanno poca attinenza con la realtà. La stessa rivista Limes (n. 2 del 2011) ridimensiona questi dati. Mentre il Sole24Ore del 13 aprile 2011 precisa: "Il piano - teorico - da 50 mila profughi si trasforma ora in  un piano concreto in cui i rifugiati saranno poche migliaia a cui vanno aggiunti gli immigrati con il permesso di soggiorno temporaneo per motivi umanitari. Va anche detto che la cifra dei 10mila nordafricani regolarizzati, alla fine, si abbasserà ancora, visto che tra tendopoli e altre strutture le presenze effettive sembra che ammontino a 8mila unità". Se si prospettano numeri tanto esagerati non è per l’incapacità previsionale del governo o per la particolare avventatezza di qualche suo esponente. Paventare una invasione di dimensioni bibliche ha precisi fini politici che sinteticamente andiamo a richiamare.

Primo. Alimentare il sentimento di separatezza e ostilità della popolazione italiana (innanzitutto nei lavoratori e nei giovani proletari) verso gli immigrati, che devono essere visti non solo come coloro che "rubano il lavoro", ma anche come quelli che minano tutte le "nostre sicurezze" e le "nostre tranquillità".

Secondo. Stimolare gli immigrati di "vecchia" data a prendere le distanze dai "nuovi arrivati". A vederli come coloro che, con la loro "ingombrante" presenza, mettono a repentaglio quel tanto che, chi è giunto in Italia anni addietro, è riuscito a conquistarsi tramite innumerevoli sacrifici.

Terzo. Rafforzare nella società l’appoggio (attivo e passivo) verso le politiche, le leggi e le misure repressive e razziste che vanno a colpire tutti gli immigrati (non "solo" i "nuovi") e che sono finalizzate a garantire il regime d’oppressione e super-sfruttamento a cui questi lavoratori sono quotidianamente sottoposti nei cantieri, nell’agricoltura, nelle fabbriche e nei servizi.

Quarto. La rappresentazione razzista delle genti arabe e africane come "pericolose", "barbare" e "predatrici" serve a produrre consenso verso le aggressioni militari occidentali (come quella contro il popolo libico) e ad accentuare e consolidare l’indifferenza e il senso di lontananza con cui il mondo del lavoro "di casa nostra" ha guardato e guarda al potente moto popolare e proletario che ha investito il mondo arabo all’inizio dell’anno.

Dalla propaganda ai fatti

Questa velenosa campagna contro gli immigrati e i loro popoli non è restata confinata al piano propagandistico. Il nostro governo ha infatti velocemente provveduto a mettere in campo una serie di dure misure concrete.

Ha respinto e "rimpatriato" forzosamente tanti immigrati africani. Ha stipulato un accordo con le nuove autorità tunisine per filtrare "alla fonte" i "flussi migratori", sulla falsariga di come aveva fatto con Gheddafi negli scorsi anni. Ha rinchiuso migliaia di persone in fetidi luoghi senza bagni, senz’acqua per lavarsi, con pochissimo cibo, mettendoli a rischio di malattie, trattandoli da bestie e tentando di umiliarli sotto ogni aspetto. Ma, soprattutto, ha proseguito nell’opera di militarizzazione del Mediterraneo.

 Oltre allo schieramento navale e aereonautico proprio, ha posizionato, con l’Europa, quattro aerei da pattugliamento, due elicotteri e due navi militari, 50 agenti dell’Europol e (con i fondi europei dello scudo "Frontex" per il controllo dell’immigrazione) è stato prontamente inaugurato un centro radar per "vigilare la costa siciliana più esposta" (Limes n.2 del 2011). A sentire il governo, la rafforzata presenza della marina militare a Sud della Sicilia non avrebbe "solo" il compito di impedire il paventato esodo biblico. Essa sarebbe anche d’aiuto a quanti, sfuggendo ai controlli, continuano a tentare di raggiungere le coste italiane e finiscono per trovarsi in balia del mare e in pericolo di vita. Insomma si tratterebbe di un pattugliamento con risvolti finanche "umanitari".

Nulla di più falso.  Il vero risultato della crescente militarizzazione delle acque è la trasformazione del Mediterraneo, più di quanto non lo fosse già ieri, in un grande campo di morte per migliaia di esseri umani (1).

Il terrore lungo il mare come prima "lezione"

Il capitalismo italiano ed europeo ha una grande necessità di immigrati. Questi lavoratori sono ormai indispensabili per far andare avanti la macchina produttiva ed, inoltre, sono utilissimi come incolpevole arma di ricatto verso gli altri lavoratori per "calmierarne" salari e diritti. I padroni hanno bisogno degli immigrati, ma li vogliono a testa china e "disposti" a subire ogni sorta di sopruso. Più volte sulle pagine di questo giornale (2) abbiamo sottolineato come il movimento migratorio sia di fatto inarrestabile e come la cosiddetta "clandestinità" sia un fenomeno estremamente utile alle esigenze capitalistiche e sia da esse prodotto. Qui vogliamo mettere in evidenza come la militarizzazione del Mediterraneo serva, tra l’altro, proprio a impartire una delle prime (tragiche) "lezioni" di massa a quanti abbandonano i propri affetti e le proprie terre sperando di poter costruire una vita decente per sé stessi e per i propri cari.

Chi fugge dalle guerre, dalla fame e dalla miseria che "noi" Occidente abbiamo nei secoli portato e continuiamo a portare in quelle terre, deve sapere che giungere sulle coste europee non è un diritto. Non è né facile né scontato. Dovrà mettersi in mano a trafficanti di carne umana. Dovrà attraversare il mare su autentiche carrette e di nascosto, evitando le rotte più sicure perché pattugliate dalle navi militari. Dovrà affrontare una lotteria dove in gioco c’è la sua stessa sopravvivenza e, se avrà la fortuna di toccare terra, non sarà finita. Qui rischierà di essere buttato in uno di quei lager che chiamano C.I.E. e poi, magari, di essere espulso. Insomma, se solo riuscirà in qualche modo a restare in Italia, dovrà considerarsi fortunato, dovrà "baciare dove cammina" senza avanzare pretese. Dovrà dimenticarsi dei diritti ed accettare di tutto perché "gli è andata già fin troppo bene" e se alzerà la voce rischierà di essere rispedito nell’inferno da cui è appena giunto.

Una pistola puntata contro tutti i lavoratori

Oggi i lavoratori italiani appaiono in buona parte indifferenti (o peggio) rispetto a quanto sta accadendo su questo versante. Questo è un sintomo e, allo stesso tempo, un fattore di grande debolezza che va combattuto con decisione, anche partendo da posizioni di estrema minoranza. Le politiche e le leggi razziste, non ci stancheremo mai di ripeterlo, sono rivolte, infatti, contro tutti i lavoratori, italiani o immigrati che siano. Esse tendono a dividerci, a stratificarci, a metterci l’uno contro l’altro per affossarci tutti. Questo è un "tema" che deve iniziare ad essere portato con attenzione in tutte le occasioni e le sedi di incontro tra lavoratori.

La lotta dei lavoratori italiani per la difesa dei propri diritti, del proprio salario e delle proprie condizioni non può prescindere da una battaglia tesa a costruire primi veri momenti di unità con i lavoratori immigrati. Non può prescindere da una lotta contro la politica estera del governo (dai bombardamenti su Tripoli, al pattugliamento militare dei mari) e contro tutte le misure governative (a cominciare dalla legge razzista Bossi-Fini) che, comunque "giustificate", hanno come bersaglio i proletari provenienti dagli altri paesi. Sperare di poter difendere le proprie condizioni da soli o contro altri lavoratori equivarrebbe a sperare di poter attraversare il mare abbracciati a un salvagente di piombo.

Note

1) Secondo varie stime, sono circa 20 mila gli immigrati annegati a partire dal 1998 nel tentativo di raggiungere le coste italiane ed europee.

(2) Vedi ad esempio quanto scritto sul che fare n. 71.

Dal Che Fare  n.° 74 giugno ottobre  2011

ORGANIZZAZIONE COMUNISTA INTERNAZIONALISTA


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