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Dal Che Fare  n.° 74 giugno ottobre  2011

Italia: Davanti ai colpi dell’offensiva capitalistica, non è inevitabile continuare ad arretrare disordinatamente

Scriviamo queste righe a cavallo dello sciopero generale indetto dalla Cgil per il 6 maggio.

Il quadro politico nazionale si presenta incerto. La coalizione governativa continua a sfilacciarsi. Il Pdl è sempre più attraversato da una guerra strisciante tra i vari gruppi di interesse, anche territorialmente contrapposti, che si annidano al suo interno. In vari strati della società cresce lo scontento verso l’azione del governo. Anche tra i ranghi della Confindustria.

Se questa situazione continuerà ad incancrenirsi lentamente o porterà ad un’anticipata crisi di governo dipenderà da vari fattori, al momento non ponderabili. La cosa sicura è che, comunque evolva la situazione, le alternative che si stanno preparando nel palazzo della politica e nelle stanze del potere economico non prospettano nulla di buono per i lavoratori.

L’insistenza con cui Mario Draghi, governatore della Banca d’Italia e candidato "super partes" alla testa della Banca Europea, sta ribadendo la necessità di una pesante manovra "correttiva", sintetizza la direzione di marcia che il governo Berlusconi o un diverso futuro governo dovranno imboccare per rilanciare la competitività dell’"Azienda Italia".

Nell’articolo che segue, proviamo ad evidenziare gli elementi di fondo che i lavoratori sono chiamati ad affrontare per cominciare ad approntare una coerente difesa dinanzi agli affondi che il composito (e contraddittorio) fronte borghese sta comunque scagliando e che scaglierà contro la classe lavoratrice.

Le assemblee preparatorie dello sciopero generale indetto dalla Cgil per il 6 maggio 2011 e le manifestazioni svoltesi il giorno dello sciopero hanno denunciato quanto si stia facendo pesante la condizione dei  lavoratori, e hanno rivendicato alcune misure immediate di difesa contro la precarietà, i licenziamenti, la cassa integrazione e il vampiraggio fiscale sui redditi da lavoro salariato. Noi abbiamo partecipato all’iniziativa, cercando di favorirne la riuscita e di farne un momento di discussione per far emergere, anche in un ristretto nucleo di militanti proletari, il percorso per arrestare l’arretramento disordinato della classe proletaria, porre le basi per l’organizzazione di un efficace argine difensivo e imporre al governo in carica e al padronato le istanze dei lavoratori.

Le discussioni intessute dai nostri militanti prima e durante lo sciopero hanno confermato quanto sia vitale continuare a ragionare su questi punti e su una domanda che ci è stata posta più e più volte: come mai più passa il tempo e più appare problematico organizzare nel mondo del lavoro una vera opposizione di lotta contro il cavaliere e la sua banda? Come mai le "oceaniche" manifestazioni sindacali dell’autunno 1994 e della primavera del 2002 contro il primo ed il secondo al suo primo impiego o per governo Berlusconi appaiono al più degli sbiaditi ricordi? come mai, pur in presenza di un governo così discreditato e diviso, non riusciamo, come lavoratori e movimento sindacale, a imporre le misure richieste dalla difesa della nostra condizione?

Berlusconi non rappresenta solo se stesso

Il primo punto da tener presente è che queste misure vanno imposte non a un singolo personaggio ma a uno schieramento sociale corposo, composto di padroni, re della finanza, speculatori, professionisti, ecc., il quale, pur diviso, ha da anni come proprio obiettivo prioritario quello di spaccare le ossa al lavoro salariato, ridurlo a un aggregato di individui impotenti di fronte allo strapotere aziendale. Accanto al fronte padronale, c’è poi un governo, il governo Berlusconi, che, pur indebolito e talvolta in contrasto su singoli temi con la Confindustria, ha lavorato e sta lavorando nella stessa direzione. E non è affatto vero che il governo Berlusconi-Bossi è un governo che non governa, che si occupa solo degli interessi del cavaliere.

Ad intendere questo punto cruciale, ci può aiutare ripercorrere velocemente la scesa in campo politica di Berlusconi e l’ascesa del suo connubio con Bossi e Fini. Eravamo quasi alla metà degli anni novanta, e la classe dominante italiana aveva bisogno di spezzare il compromesso sociale imposto dal movimento operaio e dagli oppressi con la loro tenace resistenza degli anni quaranta e cinquanta e con le loro lotte offensive degli anni sessanta e settanta. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, l’Italia aveva conosciuto un ventennio di grande espansione e trasformazione economica. Milioni di braccianti e contadini poveri avevano lasciato le campagne meridionali alla volta delle fabbriche del Nord, e in appena due decenni il paese aveva cambiato radicalmente volto, diventando una delle nazioni più industrializzate d’Europa e del mondo. Era cresciuta l’industria e con essa era cresciuta anche una moderna e giovane classe operaia che intuendo di essere il vero motore nascosto del "boom italiano" pretese a viva forza di esserne partecipe. Con il poderoso ciclo di lotte che attraversò il paese a cavallo tra gli anni ’60 e ‘70 (il famoso "autunno caldo"), il mondo del lavoro riuscì ad imporre un netto avanzamento della sua condizione, non solo sul piano salariale e normativo ma anche a livello sociale e politico.

Furono gli anni in cui la grande forza messa in campo dal movimento operaio e la contemporanea fase espansiva attraversata dal capitale italiano (ed occidentale) resero possibile una sorta di compromesso sociale, in cui "sembrò" che gli interessi proletari e quelli padronali potessero marciare assieme e progredire contemporaneamente. Le basi di quel compromesso erano, però, destinate ad entrare in crisi ed è in questo contesto che inizia la carriera politica di Berlusconi. Vediamo meglio.

L’uno-due targato Romiti-Craxi

Al sorgere degli anni ‘80 (complice anche, ma non solo, il doppio shock petrolifero del ‘73 e del ‘79) il quadro economico internazionale peggiora seriamente. In tutti i paesi occidentali sono adottate politiche che puntano a ristrutturare i rapporti tra il capitale ed il mondo del lavoro. Reagan e la Thatcher fanno da apripista, attaccando in profondità la classe lavoratrice statunitense ed inglese. In Italia lo scossone arriva nel 1980 dalla Fiat di Romiti (ne abbiamo parlato sul precedente numero del che fare) e poi nel1984 dal governo Craxi con il taglio, per decreto, di quattro punti della scala mobile (1). Per la prima volta dal 1969 la classe operaia e le sue organizzazioni di massa sono costrette alla difensiva. Ma è solo l’inizio.

La globalizzazione dei mercati avanza  impetuosamente, la concorrenza internazionale si fa più agguerrita e il capitale italiano comincia a perdere terreno. Il "compromesso" sociale figlio del "boom economico" deve essere attaccato più a fondo di quanto non abbiano fatto lo stesso Craxi- Romiti. La borghesia italiana sente che per realizzare un simile obiettivo non può più far leva sul personale politico e il quadro dei partiti che ne hanno rappresentato gli interessi dalla seconda guerra mondiale. Ha bisogno che entri in scesa un apparato che abbia le mani più libere rispetto al mondo del lavoro di quanto accada al Psi e alla Dc e non sia frenato da relazioni, materiali e politiche, con esso intessute nei decenni della "gestione consociativa" del potere. La prima repubblica deve essere messa da parte.

La scesa in campo di Berlusconi, la sua alleanza con Fini, la convergenza con la nascente Lega Nord di Bossi rispondono a questa esigenza di fondo dei padroni, dei finanzieri e degli sfruttatori italiani. Berlusconi, quindi, non entra in politica per se stesso, ma per rappresentare gli interessi di un’intera classe sociale. E se è riuscito a rimanere in sella è perché ha avuto e continua ad avere dietro di sé questo sostegno.

È perché è riuscito, soprattutto dal 2001, a mettere a segno una grandinata di misure che hanno condotto all’erosione del potere collettivo di contrattazione dei lavoratori, alla frantumazione della classe lavoratrice richiesta dalle esigenze di rilancio della competitività delle aziende italiane.

I "poteri forti" che a suo tempo sponsorizzarono la scesa in campo di Berlusconi non hanno mai avuto attuativi. da ridire sull’azione anti-operaia perpetrata dai vari governi guidati dall’uomo di Arcore. Tra un settore del grande capitale italiano e l’attuale governo ci sono, è vero dei contrasti, e ne discuteremo tra un momento, ma l’intera classe padronale ha applaudito ai numerosissimi provvedimenti abbattutisi sulle spalle dei lavoratori, che su questo e sui precedenti numeri del nostro giornale abbiamo sinteticamente descritto.

In questa offensiva condotta dal trio Berlusconi-Bossi-Fini ha giocato un ruolo cruciale la politica di discriminazione, di super-sfruttamento e di razzismo portata avanti contro i lavoratori immigrati. Essa ha mirato anche a canalizzare il malessere dei proletari italiani (soprattutto nello strato più giovane) contro il falso bersaglio degli immigrati, aumentando così le contrapposizioni e lo sfilacciamento nel campo proletario.

Per far valere i propri interessi, i lavoratori devono, quindi, scontrarsi con uno schieramento nemico ampio, deciso, organizzato. Che ha dalla sua il sostegno e la collaborazione degli altri governi e delle altre confindustrie occidentali, dei centri della finanza, della spietata macchina di potere e di sfruttamento del capitale mondiale.

Questo schieramento sente solo le ragioni della lotta, della mobilitazione di piazza generale, dello scontro di classe. È la lezione che ci arriva dalla storia secolare del movimento operaio e che ci è stata ricordata, da ultimo, dall’Intifada in Tunisia e in Egitto.

Contro l’"alternativa" di Casini, Fini, Montezemolo!

Ed è qui che entra in gioco l’altro elemento che, al momento, pesa contro di noi. Il mondo del lavoro salariato in Italia, ed in Europa, è quasi paralizzato e costretto ad arretrare disordinatamente da un ricatto a cui sembra impossibile (in realtà non è così!, ci arriveremo) sfuggire: quello di essere crescentemente in concorrenza con i lavoratori degli altri continenti. La vertenza alla Bertone (2) è solo l’ultima in ordine di tempo a spiattellarci sotto il naso questa contraddizione. E a mostrare quanto la pur vitale resistenza sindacale messa in campo in singole vertenze non è in grado, da sola, di sbarrare la strada ad un’offensiva capitalistica che sta socializzando tra i lavoratori la convinzione che il solo modo per "salvarsi" è quello di incatenarsi alla "propria" azienda e al "proprio" territorio, lavorando ancora di più e più intensamente per poter sperare di ridurre i danni. Va, invece, arato il terreno per il dispiegamento di un movimento di lotta generale, unitario, dei lavoratori dei vari settori, delle varie regioni, dei lavoratori italiani e immigrati contro il padronato e il governo del centro-destra. In questa battaglia non possiamo contare sull’ala della borghesia che fa riferimento a Fini, Casini, Montezemolo e a pezzi del centrosinistra. Né possiamo contare su una sinistra di fatto e nella sostanza accodata a questa cordata.

Ciò che quest’ala della borghesia italiana (che trova le sue radici per lo più nel grande mondo imprenditoriale e finanziario direttamente impegnato a fronteggiare la concorrenza internazionale sui mercati mondializzati) rimprovera al governo non è certo di aver condotto l’offensiva contro i lavoratori e le loro conquiste, ma è di non aver accompagnato una simile offensiva con le altre misure necessarie al rilancio competitivo dell’imperialismo italiano nel mondo. Non basta, sostengono Fini, Casini, Montezemolo, picchiare sui lavoratori. Occorre puntare contemporaneamente su una politica industriale in cui l’azione dello stato sia strategicamente finalizzata alla promozione ed alla diffusione dell’innovazione tecnologica, ad un potenziamento reale delle infrastrutture, ad una canalizzazione del credito a sostegno dell’ammodernamento  dell’apparato produttivo e alla crescita delle dimensioni delle imprese impegnate sui mercati internazionali.

Bisogna puntare a salvare e tutelare quel che resta della grande industria italiana. Perché, sostengono non senza ragioni questi settori del padronato, un paese senza industrie strategiche è destinato a perdere peso in campo internazionale, è destinato a subire la drastica riduzione della profittabilità delle stesse attività imprenditoriali coltivate entro i confini nazionali al riparo dalla concorrenza internazionale.

Questa organica politica di rilancio del capitale nazionale richiesta dai vertici del grande capitale italiano ha bisogno, oltre che di irregimentare i lavoratori e di tagliare la spesa sociale, anche di limare i privilegi e gli interessi corporativi in cui sguazza il vasto ceto medio accumulatore italiano, di dispiegare una politica estera lungimirante, di frenare la prurigine localistica-centrifuga di cui è portatrice la Lega e che traina, anche con controspinte "meridionaliste", il resto della maggioranza. Su questo triplice terreno, il governo Berlusconi-Bossi sconta un limite invalicabile, visto che la sua base di massa è proprio in questo ceto medio (3), rassegnato a pompare profitti in nicchie protette e meschine.

Da tempo il grande capitale italiano sta cercando di superare quest’impasse. La formazione del "Terzo polo"  e la tessitura operata dal Quirinale tentano di farsi carico di questo compito. Ma la difficoltà che il grande capitale incontra nel trovare la base sociale per imporre il suo programma all’attuale maggioranza di governo sta contribuendo ad accentuare la parabola discendente della potenza capitalistica italiana, fino a far intravedere i rischi di sfaldamento dello stesso stato unitario. Per attuare il programma vagheggiato da Fini, infatti, non basta disporre di un paio di generali e di qualche ufficiale. E non basta neanche occhieggiare "ora sì e ora no" al partito democratico.

Per mettere davvero in riga, come piacerebbe al grande capitale e ai borghesi italiani lungimiranti, il ceto medio accumulatore e le consorterie affiliate alla maggioranza, sarebbe necessario disporre di un esercito reale da schierare in campo aperto. Questo esercito può essere rappresentato solo dai lavoratori. Ma il "Terzo Polo" non può e non intende perseguire una simile convergenza, perché sa che con la loro discesa in piazza per far pulizia della maggioranza di governo i lavoratori troverebbero la forza per far valere i loro interessi anche contro il resto del fronte borghese, contro i Montezemolo, contro i Della Valle, il cui programma di rilancio della competitività del sistema Italia non potrà prescindere dall’aumento dello sfruttamento della classe lavoratrice.

I lavoratori non possono, quindi, affidarsi all’ala cosiddetta progressista della borghesia, di destra o di "sinistra". Va, anzi, denunciato che il rilancio della competitività del sistema Italia a cui l’una e l’altra mirano, richiede l’intensificazione dello sfruttamento nei posti di lavoro e la contrapposizione dei lavoratori d’Italia   con quelli degli altri continenti.

Ci dice qualcosa di diverso l’attacco della Fiat, condotto, lancia in resta, dal borghese cosiddetto "illuminato" Marchionne? Ci dice qualcosa di diverso il sostegno di Fini e Casini e del Pd all’aggressione neo-coloniale dell’Occidente alla Libia, al popolo libico e all’Intifada del mondo arabo per continuare a disporre nell’altra sponda del Mediterraneo, anche contro i lavoratori italiani, di manodopera debole e ricattata?

I lavoratori possono contare solo sulle loro forze. Eppure queste forze, benché numericamente più estese che mai, sembrano nulle. Come mai? E come invertire la rotta?

Il rovescio della medaglia

La risposta, lo accennavamo sopra, sta nel processo di mondializzazione che ha trasformato il sistema capitalistico negli ultimi venticinque anni. Esso ha esteso come non mai l’esercito dei lavoratori nei cinque continenti. Lo ha rinfoltito in Italia e in tutto l’Occidente, con l’arrivo di milioni di immigrati e con l’immissione nel mercato del lavoro di un elevato numero di donne. Lo ha moltiplicato in tutto il pianeta: in Asia, in America Latina, in Africa. Le fabbriche hanno smesso di essere monopolio occidentale. Sempre più operai hanno la pelle nera o gli occhi a mandorla. Questa profondissima trasformazione planetaria ha ribaltato la situazione vissuta per decenni dalla classe lavoratrice occidentale abbassandone  il potere contrattuale. Oggi non sono più gli operai che "solo minacciando" di bloccare la produzione, riescono ad ottenere migliori condizioni. Sono i padroni che utilizzano lo spauracchio (reale) dei licenziamenti, delle delocalizzazioni, dei salari più bassi pagati ai lavoratori degli altri continenti, e stanno eliminando, una dopo l’altra, le tutele e le conquiste strappate con le lotte del secolo appena trascorso.

Sono questi gli elementi di base che stanno determinando lo sfilacciamento progressivo della capacità di organizzazione e resistenza proletaria affermatasi nel corso del XX secolo, elementi che, tra le altre cose, rendono così difficile costruire un adeguato movimento di lotta contro Berlusconi e il padronato.

Questa china non è però immodificabile.

L’áncora di salvezza sta proprio in quel mercato mondiale del lavoro che oggi viene usato contro i lavoratori: la concorrenza tra lavoratori di continenti diversi può trasformarsi da elemento di paralisi in elemento di forza se i lavoratori dei diversi paesi e continenti cominciano a coordinare le loro lotte difensive. Contro la mondializzazione del capitale i lavoratori hanno una sola arma: la mondializzazione dell’organizzazione e della lotta proletaria! Alziamo lo sguardo oltre i confini italiani e vedremo che non si parte da zero.

I reparti della classe lavoratrice  mondiale asiatici, africani e latinoamericani, da anni, stanno mettendo in campo lotte sindacali e politiche in controtendenza rispetto alla concorrenza internazionale a cui i padroni vorrebbero trascinarci per farci scannare gli uni contro gli altri! Spetta, dunque, anche a noi incamminarci su questa strada e in questa prospettiva.

Denunciando e preparando la lotta contro i provvedimenti del governo! Impedendo che passino senza colpo ferire licenziamenti su licenziamenti e chiusure di aziende su chiusure di aziende! Imbastendo una battaglia sistematica per abbattere il muro che contrappone i lavoratori italiani ai lavoratori immigrati e per sbarrare la strada alle guerre di oppressione (altro che difesa dei popoli!) che l’Italia, la Nato e l’Onu stanno conducendo in Libia e in Afghanistan. Insieme, in un fronte unico internazionale dei lavoratori!

E per questo occorre un diretto protagonismo di tutti i lavoratori. Occorre lavorare per un partito che alla concorrenza e alla competizione tra lavoratori contrapponga un programma di affratellamento di classe. Un programma e un’organizzazione adeguati cioè alla scala planetaria su cui si muove e agisce il capitalismo globalizzato.

Note

(1) La contingenza (o "scala mobile") era il meccanismo che permetteva ai salari di recuperare in parte la capacità di potere d’acquisto erosa dall’inflazione. Questo meccanismo di tutela delle buste paga è stato cancellato nel 1993.

2) La Bertone è un’azienda piemontese del gruppo Fiat dove gli stessi delegati Fiom, di fronte alla minaccia di chiudere la produzione ed allocarla all’estero, sono stati costretti loro malgrado a cedere e ad "accettare" un piano di riorganizzazione dell’attività in fabbrica (estremamente  simile a quello imposto da Marchionne a Pomigliano e Mirafiori) fatto di ritmi e carichi lavorativi forsennati.

(3) Si tratta di strati borghesi che spesso traggono i loro profitti in settori posti al riparo della competizione internazionale (come l’edilizia, gli appalti pubblici, le libere professioni, ecc.) e sono estremamente riluttanti ad accettare di subordinare i loro singoli appetiti a un’azione di complessivo rafforzamento del "sistema capitalistico italiano". Questo diversificato strato borghese ha un discreto "peso" in tutti gli schieramenti politici, ma fino ad oggi ha visto nel cavaliere il suo massimo punto di riferimento.

Dal Che Fare  n.° 74 giugno ottobre  2011

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