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Dal Che Fare  n.° 74 giugno ottobre  2011

Gli Usa dopo due anni di amministrazione Obama

La vittoria elettorale di Obama del 2008 fu sostenuta da due istanze sociali: da un lato, quella di una frazione del grande capitale, desiderosa di razionalizzare e ristrutturare l’apparato industriale del paese, di contenere l’erosione del dominio e dell’egemonia degli Usa sul pianeta,  di recuperare il consenso verso la democrazia statunitense tra i lavoratori degli Usa e dei continenti del Sud del mondo; dall’altro lato, quella di una sezione consistente del mondo del lavoro salariato, afro-americano e latinos in special modo, animata dalla speranza (illusoria) di poter migliorare la propria condizione attraverso la realizzazione del programma di rilancio "equo e solidale" dell’imperialismo a stelle e strisce perorato da Obama.

Cosa è successo da allora? Quale messaggio arriva oggi dagli Usa?

Luci e ombre

Le forze del grande capitale possono dichiararsi piuttosto soddisfatte dei primi due anni della presidenza Obama. L’amministrazione democratica ha permesso all’imperialismo Usa di tirare il fiato in un momento di estrema difficoltà: l’intreccio tra l’impantanamento della strategia neo-cons (quella targata Bush, per intenderci) in Medio Oriente, la crescente polarizzazione sociale e politica interna e l’esplosione della crisi finanziaria del 2008 stava diventando pericoloso per la macchina capitalistica Usa. Grazie ad un vasto finanziamento pubblico (un decimo dei 1000 miliardi messi in campo dalla Casa Bianca di fronte all’emergenza economica) e alla cooperazione dei sindacati e dei lavoratori, la presidenza Obama ha guidato il rilancio dell’industria automobilistica Usa, tornata, nei primi mesi del 2011, ad assumere entro i confini nazionali migliaia di lavoratori, anche in alternativa alla localizzazione dei siti industriali in altri continenti. È vero che l’avvio di alcuni interventi essenziali al rilancio della competitività generale del capitale Usa -ad esempio l’ammodernamento delle infrastrutture e le misure per l’efficienza energetica del processo produttivo e dei trasporti- è risultato, finora, stentato, ma è stata consolidata la cabina di regia per coordinare il progettato piano di ristrutturazione dell’apparato industriale Usa: grazie al sostegno pubblico, è stata portata avanti una gigantesca opera di accentramento del sistema finanziario Usa, giunto a controllare con 4 banche ben il 35% dei depositi nazionali.

Pur scontando l’opposizione di ben 34 parlamentari democratici passati ai repubblicani, l’amministrazione Obama ha, poi, varato la riforma sanitaria che era stata al centro della campagna elettorale, e ha realizzato con essa, sebbene parzialmente, i due obiettivi che avevano portato una parte del grande capitale Usa e il partito democratico a congegnarla: la riduzione dell’eccessiva quota del reddito nazionale congelato nella spesa sanitaria (con risultati tra l’altro mediocri) e il parziale recupero del sentimento di crescente scollamento del mondo salariato Usa dalle istituzioni democratiche.

Nello stesso tempo, Obama ha imbastito un serrato corteggiamento di alcuni dei colossi capitalistici emergenti, tra i quali l’India, la Corea del Sud e il Brasile, per tamponare l’erosione del dominio e dell’egemonia statunitensi sull’ordine capitalistico mondiale. I risultati sono al momento interlocutori. La spina nel fianco della resistenza popolare incontrata in Afghanistan è ancora lì, la tensione con il Pakistan è in crescita, la tessitura cinese in America Latina, in Africa e in Asia è andata avanti alla grande, facendo leva sull’indebolimento economico Usa e sulla disponibilità di capitali liquidi in mano al governo e alle imprese cinesi. È altrettanto vero, però, che l’amministrazione statunitense ha registrato alcuni punti a suo favore, tra i quali quello della secessione pilotata del Sudan meridionale, finalizzata ad arginare l’avanzata di Pechino in Africa. Appare, inoltre, abbastanza chiaro che senza l’apertura di credito suscitata da Obama nei popoli e nei governi del cosiddetto Sud del mondo, l’indebolimento dell’egemonia dell’imperialismo Usa sarebbe stato in questi due anni ben più pesante. Non è, infine, da sottovalutare il tentativo della Casa Bianca di recuperare nel mondo arabo il terreno perso per effetto dell’Intifada accesasi nell’area dall’inizio dell’anno.

Un debito pubblico stratosferico

Ciò che preoccupa il grande capitale Usa, nel suo insieme, non è certo l’operato di Obama. Ciò che lo preoccupano sono le sfide per le quali, grazie all’attuale amministrazione, esso ha potuto prendere un po’ di respiro e che, però, devono essere affront ate. Prima fra tutte quella del debito pubblico, che negli Usa ammonta a 20mila miliardi di dollari, il 120% circa del prodotto interno lordo Usa. All’inizio degli anni ‘80, prima di Ronald Reagan, era al 32%. Salì al 66% negli 8 anni di presidenza di Bush padre, fu ridotto lievemente sotto le presidenze Clinton (al 56%) ed è giunto all’83% al termine delle presidenze di Bush figlio, per poi impennarsi di nuovo per i salvataggi del 2007-2008. Attorno a questo nodo s’intrecciano due fronti d’azione: il regolamento di conti dell’imperialismo Usa con Pechino, per l’enorme riserva di titoli pubblici statunitensi contenuti nelle banche cinesi; la revisione (al ribasso) del "patto sociale" con il consistente settore del lavoro salariato Usa rappresentato dai 25 milioni di pubblici dipendenti (il 17 % dei 130 milioni di lavoratori dipendenti statunitensi).

In una frazione della classe borghese, rappresentata dall’ala oltranzista dei repubblicani, c’è la tentazione di arrivare al default (1), così da liberarsi di colpo dal peso del debito con la Cina e con il resto del mondo. Il resto della classe dominante Usa teme che l’operazione potrebbe rivelarsi un boomerang dalle conseguenze non controllabili, anche sul piano sociale interno. Esso preferisce, almeno al momento, provare a fare qualche passo in avanti in modo meno traumatico: con la prosecuzione della svalutazione strisciante del dollaro, con la "razionalizzazione" della spesa pubblica e con un taglio drastico dei cosiddetti "privilegi" dei lavoratori del pubblico impiego. Vanno in questa direzione l’attacco condotto dai governatori dell’Ohio e del Wisconsin ai lavoratori del pubblico impiego e l’accordo siglato tra Obama e il partito repubblicano sul bilancio statale dell’anno fiscale in corso (v. scheda). Questo piano trova uno dei suoi tasselli principali nella riduzione del numero dei dipendenti pubblici, dei loro salari e della capacità di contrattazione collettiva che essi hanno mantenuto come eredità del compromesso novecentesco tra capitale e lavoro.

La campagna propagandistica è già iniziata: "La crisi finanziaria che ci ha colpiti, ha obbligato tutti noi (tutti noi?) a sacrifici su sacrifici, ora tocca anche a voi. Basta con salari sicuri, basta soprattutto con la presunzione di sentirsi al riparo dalla spasmodica concorrenza che impazza sul mercato del lavoro mondiale e che ha costretto, tanto per dire, i lavoratori della Chrysler a siglare un accordo che manomette oltre un secolo di lotte e conquiste sociali e che, però, sta creando le condizioni per il rilancio della nostra potenza economica, nell’interesse di tutte le classi sociali..." In questa operazione il grande capitale conta di usufruire di un aiuto dal basso e uno dall’alto. Dal basso: conta di ottenere l’appoggio o, quantomeno, il silenzio-assenso dei lavoratori dell’industria; conta di sfruttare la moderata soddisfazione delle decine di milioni di lavoratori che hanno ottenuto l’accesso, con la riforma appena varata, anche solo ad uno straccio di copertura sanitaria; conta di mettere a frutto l’accresciuta responsabilizzazione dei lavoratori verso l’andamento dei conti economici del capitale Usa suscitata dalla riforma sanitaria e dai piani di ristrutturazione industriali gestiti con l’ingresso dei sindacati nei pacchetti azionari delle imprese. Dall’alto: l’intenzione dei settori dominanti della borghesia Usa è quella di condurre in porto gli interventi di riduzione del debito pubblico attraverso la collaborazione in sede parlamentare tra il partito democratico e il partito repubblicano, di cui si incoraggia la ripresa non tanto per la volontà di realizzare immediatamente  il programma propagandato dal Tea Party (2), quanto piuttosto per premere sul partito democratico e per metterne nell’angolo l’ala che rivendica, al posto della scure sul pubblico impiego, il rientro dal deficit attraverso un aumento della tassazione dei redditi più alti.

Se la manovra dei piani alti di Wall Street e di Washington andasse in porto, non si avrebbe ancora il ripianamento dell’enorme debito pubblico, ma l’imperialismo Usa prenderebbe altro fiato, potrebbe continuare la svalutazione strisciante del dollaro e si metterebbe in grado di tessere più alacremente la controffensiva già lanciata per contenere e accerchiare la Cina.

Verso i lavoratori degli altri continenti

Di fronte a quest’attacco, i lavoratori degli Usa hanno risposto, per ora, solo all’affondo lanciato dai governatori repubblicani del Wisconsin e dell’Ohio. Tali mobilitazioni, durante le quali i lavoratori del pubblico impiego hanno occupato il parlamento locale, vanno salutate con grande favore, ma senza nascondersi che esse sono rimaste separate dal resto degli sfruttati e che il tentativo della borghesia di isolare i dipendenti pubblici può effettivamente trovare qualche ascolto nel mondo del lavoro salariato.

Una simile eventualità, una frattura tra lavoratori del pubblico impiego e lavoratori del settore privato, contribuirebbe solo a produrre un arretramento politico generale dei lavoratori, di cui pagherebbe le spese anche il lento e accidentato percorso di organizzazione sindacale e politica iniziato tra i lavoratori immigrati e tra gli strati più giovani e frammentati del proletariato Usa. Difendere e portare avanti questo percorso richiede di denunciare l’attacco ai lavoratori del pubblico impiego come rivolto a tutti i lavoratori e di contrastarlo. Richiede di denunciare le insidie che vi si celano e di aver ben presente quanto sia articolata l’offensiva che, anche attraverso la presidenza Obama, la borghesia statunitense sta lanciando al lavoro salariato statunitense e del mondo intero. Un’offensiva che, a  suo modo, intende far leva anche sulla stessa organizzazione sindacale esistente e non solo sul suo schiacciamento. La vicenda Chrysler (3) ha dimostrato alla borghesia Usa che, senza un co-interessamento e una qualche partecipazione dei lavoratori, inclusi quelli afro-americani e latinos, non si va da nessuna parte. L’aumento della produzione per addetto, la modernizzazione dell’apparato produttivo Usa e il sostegno alla sfida con la Cina richiedono che gli operai supportino il "progetto". L’indebolimento del sindacato quale organizzazione collettiva, anche minimale, dei lavoratori da cui può germogliare un percorso di organizzazione politica autonoma, rimane nel mirino dei piani alti della borghesia statunitense, ma questi ultimi sembrano orientati a coniugare tale indebolimento con la trasformazione, come mai avvenuto nel passato, di ciò che resta dell’organizzazione sindacale in una cinghia di trasmissione per l’irregimentazione dei lavoratori al piano di rilancio della competitività e del dominio di Washington sul mondo.

Il rafforzamento della capacità difensiva dei lavoratori di fronte all’attacco condotto dall’amministrazione Obama, dal partito repubblicano e dal grande capitale Usa esige, quindi, di legare la lotta contro le leggi varate dai governatori del Wisconsin e dell’Ohio e contro il piano di rientro dal deficit pubblico messo in opera dall’amministrazione Obama ad una più generale battaglia politica contro tutte le prospettive (democratiche o repubblicane che siano) dell’establishment statunitense. In questa battaglia (che all’inizio potrà giocoforza essere condotta solo da esigue minoranze) dovrà svolgere un ruolo chiave la denuncia della politica estera della Casa Bianca, la propaganda a favore della proiezione del proletariato Usa sulla scena internazionale, non a fianco ma contro la bandiera a stelle e strisce (anche quando si presenta con il volto sorridente, come ha tentato di fare Obama in Brasile, in India, in Egitto...) e l’impegno per la costruzione di un fronte di solidarietà tra i lavoratori dei cinque continenti.

Quanto sia improcrastinabile questa dimensione internazionale dello scontro di classe, lo mostra anche l’intervista rilasciata a cavallo del nuovo anno dal segretario del sindacato Usa sulla mondializzazione (v. scheda). Sappiamo che non sarà la direzione dell’Afl-Cio a portare avanti una simile linea e che il segretario dell’Afl-Cio la evoca per invitare il grande capitale a moderare l e bastonate sui lavoratori "di casa" scaricandole sulle spalle delle altre sezioni del proletariato mondiale. Ma che per difendere uno straccio di riformismo al ribasso negli Usa, nel centro dell’imperialismo, si debba evocare questo spettro, è segno dei tempi e del carattere dello scontro capitale-lavoro dell’era prossima ventura.

Note

(1) In pratica si tratterebbe di dichiarare la non pagabilità tout-court del debito.

(2) Così è denominato il nuovo movimento oltranzista e reazionario che ha animato la recente campagna elettorale repubblicana.

(3) Rimandiamo a quanto scritto sul n.72 di questo giornale.

Dal Che Fare  n.° 74 giugno ottobre  2011

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