Home page        Archivio generale "Che fare"         Per contattarci


9 luglio 2013

Nostro volantino distribuito agli operai della Indesit

Cosa dicono i tagli occupazionali all’Indesit?

 

 

 Lo scorso 4 giugno la dirigenza della multinazionale italiana Indesit Company, una delle prime aziende produttrici di elettrodomestici d’Europa, ha annunciato un pesante piano di ristrutturazione: sono previsti 1425 licenziamenti negli stabilimenti italiani, distribuiti sul sito campano di Teverola e sui siti marchigiani di Fabriano e Comunanza. Intanto l’azienda ha annunciato l’intenzione di spostare una parte della produzione verso la Polonia e la Turchia.

 Quello della Indesit non è che l’ennesimo caso di delocalizzazione, ovvero di spostamento della produzione verso territori in cui il lavoro costa meno e gli operai hanno meno diritti, con parallela creazione di “esuberi” nelle zone in cui i salari sono (relativamente) più elevati.

Delocalizzando, le aziende mettono in concorrenza i lavoratori, e puntano a ottenere un duplice risultato, economico e politico: 1) incrementare immediatamente i margini di profitto comprimendo il costo del lavoro; 2) attaccare i diritti e la capacità di organizzazione e di lotta di tutti i lavoratori, quelli “di qua” e quelli “di là”, sotto il ricatto del licenziamento.

 Emblematico è il caso di “delocalizzazione interna” del call center Almaviva, che a settembre 2012 ha dichiarato centinaia di esuberi su Roma, mentre una parte della produzione veniva spostata in Calabria (una delle regioni d’Europa a più alto tasso di disoccupazione!), dove centinaia di giovani venivano assunti con salari più bassi e con meno diritti (ad es., un periodo di prova più lungo) rispetto ai colleghi di Roma. Alla fine di una lunga vertenza, i lavoratori Almaviva sono stati costretti ad accettare un accordo che prevede sì il ritiro dei licenziamenti su Roma, ma in cambio di tagli salariali, abolizione delle maggiorazioni domenicali, e introduzione del controllo a distanza (vietato dall’art. 4 dello Statuto dei lavoratori) mediante un software che registrerà le conversazioni telefoniche. Il risultato è che oggi tutti i lavoratori, sia i romani, sia i calabresi, guadagnano meno e sono più controllati e più ricattabili.

 Come reagire di fronte a tutto ciò?

Primo, lottando con ogni mezzo contro i licenziamenti (volantinaggi, presìdi, scioperi, picchetti…), rimanendo compatti e non contrapponendosi fra lavoratori dei vari stabilimenti, nella speranza (illusoria) di cavarsela strappando la sopravvivenza del proprio sito produttivo a discapito degli altri.

Secondo, vedendo nel governo non un possibile alleato dei lavoratori, ma uno dei portabandiera dell’offensiva padronale contro cui battersi.

Terzo, alzando lo sguardo al di là dei confini nazionali (o territoriali), iniziando a stringere contatti con i lavoratori “di là” e cercando di mettere su un fronte comune che si batta al tempo stesso per la difesa dei posti di lavoro e per il miglioramento di salario e diritti dei lavoratori oltreconfine.

Nella prospettiva di costruire una organizzazione sindacale e politica di classe comune dei lavoratori dei cinque continenti, che allo strapotere del capitale mondializzato sia in grado di opporre la forza della  lotta globalizzata dei lavoratori.

9 luglio 2013

ORGANIZZAZIONE COMUNISTA INTERNAZIONALISTA


Home page        Archivio generale "Che fare"         Per contattarci