QUALCHE RIFLESSIONE SUL "RITORNO
 A GENOVA UN ANNO DOPO"

Ad un anno esatto dall’assassinio di stato del compagno Carlo Giuliani e dalla comparsa in Italia in grande stile del movimento no-global (termine questo sicuramente improprio, ma che usiamo per comodità), decine di migliaia di manifestanti hanno nuovamente invaso le strade di Genova in occasione del corteo di sabato 20 luglio. Quelle che seguono sono delle sintetiche, schematiche e certamente parziali riflessioni che, partendo dalla "3 giorni" di Genova, vogliono contribuire a fare il punto sullo stato del movimento sforzandosi di coglierne tanto i passi in avanti (che vanno incoraggiati e rafforzati), quanto gli elementi di debolezza che vanno collettivamente individuati e superati in avanti.

Una prima considerazione. La partecipazione di massa alla manifestazione di sabato (partecipazione andata oltre le più rosee aspettative di chiunque, noi compresi) dimostra che – pur tra alti e bassi – vi è una massa che sente profondamente e istintivamente (questo termine è tutt’altro che spregiativo) la necessità di denunciare e battersi contro le "storture" e le crescenti "ingiustizie" che a vari livelli allietano in tutti i campi l’intera umanità lavoratrice ed oppressa. Decine di migliaia di persone che scendono in campo a partire da svariate e spesso disomogenee esigenze e "richieste" immediate, ma che da Seattle (lo scegliamo come momento simbolo) in poi iniziano sempre più ad intuire come tutta una serie di, magari apparentemente lontani tra loro, problemi e malanni dell’umanità, siano invece intimamente legati l’un l’altro e che, proprio in base a questo sentire, iniziano a percepire e praticare la necessità di "mettersi assieme" e di cominciare a "guardare" oltre i patrii confini.

A Genova si è manifestato principalmente contro la dura repressione statale dello scorso anno e per chiedere "giustizia" per Carlo Giuliani; ma se non vi fosse stato quel "sentire" di cui sopra, il corteo non avrebbe potuto avere la dimensione imponente che ha avuto. Altro dato estremamente interessante è stata la presenza preponderante di giovani e giovanissimi, una conferma ulteriore che una nuova generazione si è affacciata e si sta affacciando alla lotta. D’altro canto, proprio la cospicua presenza di tanti lavoratori (molti tutt’altro che anziani) sotto le bandiere FIOM, CGIL e COBAS è sintomatica di come, anche se per ora a piccoli passi, stiano aumentando i punti di contatto tra il movimento dei lavoratori e quello no-global. Anche tra i 300 mila dello scorso anno vi erano tanti operai e lavoratori, ma la presenza quest’anno più strutturata ed organizzata della FIOM (mentre cogliamo e sottolineiamo questo dato, invitiamo però a non esagerare) rappresenta in un certo qual senso una novità. Una "novità" che da un lato ci dice che la tenuta del movimento no-global è frutto anche delle recenti lotte sindacali contro i provvedimenti del governo Berlusconi, e che dall’altro lato ci dice che il movimento dei lavoratori – anche per difendere coerentemente i suoi più elementari diritti – inizia a "sentire" la necessità di affrontare le tematiche a cui la globalizzazione capitalistica lo chiama.

Positive conferme e positive "novità", dunque. Ma, proprio per rafforzare e dare maggiore coerenza ai fattori positivi, è indispensabile e necessario evidenziare anche alcuni punti di debolezza (e a volte di arretramento) del movimento per delineare la via attraverso cui debbono essere superati -essendo escluso, per noi, che vi possa essere un auto-superamento meramente spontaneo di essi-. Chiediamo scusa per la schematicità con cui entreremo nel merito delle questioni e se qua e là "taglieremo con l’accetta", ma questo scritto ha solo il valore di una "nota al volo". Procediamo quindi per punti (non in ordine di importanza, poiché tutti lo sono).

1)L’assenza della componente cattolica.

La recente iniziativa genovese ha visto praticamente assente quella massa cattolica giovanile che aveva contribuito alla riuscita delle mobilitazioni contro il G8 e che si era riaffacciata numerosa alla Perugia-Assisi subendo gli strali ed i rimproveri tanto dei Berlusconi quanto dei D’Alema per non essersi integralmente e completamente allineata alla propaganda bellicista, razzista ed anti-islamica occidentale. Sarebbe riduttivo spiegare tale assenza esclusivamente con la presa di distanze operata dalla rete Lilliput o da altri esponenti di spicco di questa area. Come sarebbe sbagliato se la faccenda venisse liquidata con un "se non c’erano, sono fatti loro". No, sono fatti anche "nostri".

Questa area cattolica è popolata infatti da tanti lavoratori, da tanti giovani, da tante "brave persone" che sentono realmente e profondamente una ripulsa per le stridenti contraddizioni sociali che attanagliano il mondo e che cercano a tentoni uno sbocco che dia coerenza alla loro sacrosanta sete di "giustizia sociale". L’istituzione-Chiesa, sulla base della sua consolidata connivenza con l’ordine capitalistico costituito e della sua storica ripulsa del rovesciamento rivoluzionario di questo stesso ordine, agisce in modo oggettivo e cosciente per bloccare allo stadio embrionale il processo di confluenza di queste energie nel movimento. Ed in questa medesima direzione opera il riflesso condizionato di un "solidarismo" cristiano che compiange i "poveri", ma non ha alcuna fiducia nella capacità e volontà degli sfruttati di battersi contro la macchina dello sfruttamento capitalistico-imperialistico, mentre viceversa alimenta più di qualche illusione sulla possibilità di conversione "umanitaria" dei poteri costituiti. Anche uno Zanotelli, tanto per dire, pur capace di vibranti denunzie delle condizioni in cui è tenuto il "Sud" del mondo dalla violenza sistematica del mercato globale, finisce per impantanarsi e per certi versi per auto-annullare la forza delle sue stesse denunzie quando nega alle popolazioni del Sud del mondo il diritto, diciamo noi: la necessità e il dovere, di combattere fino in fondo e con tutti i mezzi, quelli della forza e della violenza organizzata inclusi, la dominazione imperialista. Lungi da noi, perciò, accreditare un’area cattolica che, in quanto tale, sarebbe pronta a fare il salto verso una coerente battaglia anti-capitalistica. Ma a nostro avviso le potenzialità in questo senso che stanno maturando anche all’interno di questa area non sono state certo aiutate, anzi!, dalla sordina che i social forum e il pool dei portavoce hanno messo nell’ultimo anno su temi a cui un certo volontariato cattolico è autenticamente sensibile, come il debito estero e la lotta alla fame e alla miseria nel "Sud" del mondo. Temi che al contrario andrebbero svolti fino in fondo con una logica di classe, con la logica marxista, perché solo una chiara evidenziazione delle loro radici e degli sbocchi che essi attendono e pretendono può liberare singoli o gruppi di cristiani dalle superstizioni conservatrici che li attanagliano (a cominciare da quella sulla non-violenza assoluta).

Il flop della mobilitazione in occasione del vertice della FAO (erano annunciati 500.000 manifestanti, ce n’erano poco più di 5.000, e non parliamo neppure dei contenuti davvero miseri della stessa!) è stata una clamorosa dimostrazione di come, sempre, mettere la sordina a temi radicali porti a restringere anziché ad allargare il fronte di lotta. Una restrizione che, attenzione, se dovesse procedere oltre, infetterebbe sempre di più lo stesso movimento no global del virus dello sciovinismo metropolitano. E non saranno certo le pose verbosamente estremisteggianti (per es. sul tema violenza-non violenza) di quegli stessi esponenti che con la loro politica hanno contribuito e stanno contribuendo a ciò, a risolvere il problema.

2)Altra questione: la lotta contro la guerra.

Giustamente questo movimento è contro le guerre che il Nord ricco porta contro il Sud povero. In alcune sue componenti (minoritarie) tali guerre si chiamano col loro nome: "aggressioni imperialiste". Viene denunciata la guerra permanente e globale dichiarata da Bush e soci. Tutto bene… ma chiediamoci: non si è stati forse maledettamente tiepidi nell’esprimere appoggio e solidarietà nei confronti dei popoli e delle masse che nel Sud del mondo si battono contro la continua aggressione occidentale con i mezzi che hanno a disposizione? e non è forse vero che la propaganda anti-islamica è spesso penetrata tra le stesse fila del movimento? Pensiamo all’Afghanistan e a tutti i "se" e "ma", a volte espliciti, a volte impliciti, a cui si è fatto ricorso per non schierarsi attivamente con la resistenza del popolo afghano. Pensiamo alla lotta del popolo palestinese, ai militanti di Hamas e al vergognoso epiteto (kamikaze nazisti) mutuato direttamente dalla propaganda razzista borghese, che dai dirigenti di alcune componenti del movimento viene ad essi rivolto con astio e livore. [A tal proposito sia consentita una parentesi. Nel famoso film di Pontecorvo, un regista caro alla sinistra ed allo stesso movimento, "La battaglia di Algeri", film ambientato durante la guerra di liberazione algerina contro il colonialismo francese, c’è la seguente istruttiva scena. I paracadutisti francesi hanno catturato il capo del FLN algerino (lo impiccheranno poco dopo) e lo fanno intervistare dai giornalisti parigini. Uno di essi chiede indignato perché l’FLN metta le bombe nei cestini dell’immondizia uccidendo così a volte dei civili francesi. Il capo dell’FLN risponde: "Dateci i vostri aerei da bombardamento, le vostre armi ed i vostri carrarmati e noi non metteremo più bombe nei cestini". Parentesi chiusa.]

Non vogliamo qui esporre il punto di vista dell’OCI sui movimenti islamici (per questo rimandiamo a quanto scritto su tanti numeri del che fare), ma evidenziare come la timidezza (ma a volte purtroppo si tratta di ben altro, di indifferenza, di diffidenza, perfino di vera e propria paura) espressa nel sostenere le lotte delle masse del Sud del mondo e il rifiuto di appoggiarle incondizionatamente, non giovi certo alla giusta e necessaria battaglia contro la guerra permanente dei signori della finanza e dei mercati. E’ un caso che della necessità di ricominciare o iniziare a battersi per il ritiro delle truppe occidentali d’occupazione - che dall’Afghanistan ai Balcani scorazzano per tutto il mondo - a Genova non si sia parlato? E’ un caso che non si sia detta una parola né sulla Palestina né sull’imminente ennesima criminale aggressione all’Iraq? E’ un caso che il vertice di guerra di Pratica di mare, in cui -palesemente- si è discussa e preparata la nuova guerra al popolo iracheno sia passato pressocché inosservato al movimento, senza nessuna vera intenzione di manifestare contro di esso? Noi pensiamo di no. E pensiamo che tutto ciò indebolisca, non rafforzi il movimento, e lo esponga con il tempo, se questa direzione di marcia non sarà opportunamente corretta ed invertita, al rischio di una vera e propria degenerazione almeno di una parte di esso.

E per "concludere" sull’argomento: come si può pensare di portare coerentemente e sino in fondo la battaglia al fianco dei lavoratori immigrati se non si rifiuta in ogni suo aspetto la campagna anti-islamica, se non ci si batte affinché i lavoratori ed i giovani italiani ed occidentali si schierino senza condizione alcuna a fianco della lotta dei popoli che non chinano la testa dinanzi all’imperialismo (popoli di cui i lavoratori immigrati costituiscono un avamposto qui in "casa nostra")?

3)La lotta contro la repressione.

Una forte spinta per rafforzare e dare coerenza alla proiezione internazionale del movimento è indispensabile anche nella battaglia contro la repressione.

A Genova si era in tanti a chiedere "giustizia per Carlo" e contro la repressione poliziesca che lo scorso anno aveva fatto assaggiare le sue carezze in piazza, alla Diaz e a Bolzaneto. In tanti si è iniziato a capire che questa battaglia non la si può delegare ai giudici (gli stessi giudici che da più di mezzo secolo non muovono un dito di fronte alla quotidiana strage di operai che il capitale compie nelle fabbriche e nei cantieri) o alle commissioni parlamentari, ma va affrontata in prima persona con la mobilitazione. Allo stesso tempo, però, è ancora troppo diffusa l’idea che la repressione scatenata nel corso del G8 del 2001 sia stata un qualcosa di eccezionale, un gravissimo "episodio" ma pur sempre un "episodio" legato a fattori contingenti difficilmente riproponibili, quali un dato governo, un dato ministro degli interni, una data presenza di Fini nonsodove, e così via. Troppo è ancora diffusa la fiducia (anche se un po’ più condizionata di qualche tempo fa) nel ruolo che la magistratura e le istituzioni parlamentari potrebbero e dovrebbero avere contro gli "abusi repressivi". Come ancora troppo diffusa è l’idea che "se non ci fossero stati i black bloc...", se non si fosse andati oltre i limiti posti dalle istituzioni, tutto sarebbe filato liscio.

In realtà a Genova si è manifestato in maniera "improvvisa e clamorosa" quello che è un dato sempre più strutturale ed essenziale della società capitalistica ben al di là dell’Italia: il rafforzamento costante degli apparati "d’ordine" dello Stato e la crescente militarizzazione della società, il che significa la crescente limitazione istituzionale degli "spazi" e delle forme del conflitto di classe. Una limitazione che prima che a Genova era già emersa, nel cuore dell’Occidente democratico (secondo le regole della democrazia, non in opposizione ad esse), a Seattle, a Goteborg, a Napoli, a Praga, e la lista è lunga, sotto governi che non annoverano nelle proprie fila né i Berlusconi, né gli Scaiola, né i Fini o i Bossi (ai tempi di Seattle alla Casa Bianca sedeva ancora Bill Clinton, quel Clinton che a suo tempo anche il manifesto ebbe a salutare come l’antidoto di Reagan e la speranza della sinistra nel mondo…), e tuttavia operano lungo le medesime linee d’azione. E fuori dal ristretto perimetro dell’Occidente, in Palestina, in Argentina, in Corea, in Indonesia è sotto i nostri occhi, a condizione che ci degniamo di vederlo, ciò che da sempre ed in forme ben più crude questo sistema (ed i suoi padroni che alloggiano a New York, Washington, Londra, Roma, ecc.) riserva ai popoli del Sud del mondo.

Nessunissima anomalia ed eccezionalità italiana o genovese, quindi. Prenderne atto è necessario. Per essere efficace la lotta contro la repressione deve infatti liberarsi da ogni illusione circa il ruolo dei vari apparati dello Stato-democratico-nato-dalla-Resistenza e contare solo ed esclusivamente sulla forza e mobilitazione di massa e di piazza. Una mobilitazione che deve saper assumere su di sé anche questo compito in una ottica internazionale ed internazionalista perché sempre più internazionalizzato e consapevolmente coordinato è il meccanismo che è incaricato di bastonare, anche preventivamente, le lotte.

Anche su questo piano c’è parecchio cammino da fare. Basti un solo esempio. Uno dei temi-chiave dello scontro di classe che è passato in sordina a Genova è stato quello dell’Argentina, sicché non si è visto, non si è detto che chi ha armato la mano degli assassini di Carlo Giuliani, è lo stesso che arma la mano degli assassini dei piqueteros argentini. La macchina della repressione capitalistica è unitaria, ma la lotta contro di essa è ancora lontana dall’essere altrettanto unitaria. A provarlo basterebbe proprio l’assenza di risposta da parte del movimento (emblematica la manifestazione di Roma con trenta, dicasi trenta!, partecipanti) alla bestiale repressione che il 26 giugno si è abbattuta sui proletari in lotta in Argentina. E da queste assenze, da questi ritardi, da queste sordità la nostra stessa battaglia anti-repressione qui ne esce indebolita, non rafforzata.

Per quanto riguarda poi i black-bloc e tutto ciò che va oltre i limiti istituzionalmente definiti della libertà di manifestare, noi ribadiamo che non si può trattare questi fenomeni alla stregua di teppisti e provocatori, criminalizzandoli come il fattore causale primo della repressione statale; e che la spinta vitale che viene da certe aree giovanili (e non solo) a rompere i ceppi di una legalità sempre più oppressiva e carceraria va assunta e organizzata da tutto il movimento di classe, e non esorcizzata e respinta. Ricordiamo inoltre che in mille e più occasioni lo stato italiano, la democrazia italiana, ha dimostrato di non aver alcuna necessità di essere "provocata" per scatenare i suoi mazzieri, in divisa o in borghese che fossero (del resto, non ha lasciato sul terreno migliaia e migliaia di dimostranti? e qual era la provocazione black bloc che provocò l’affondamento della Kater I Rades o il bombardamento del petrolchimico di Pancevo?).

Chiudiamo queste riflessioni con una notazione.

Le riunioni e le assemblee preparatorie o di bilancio delle scadenze, incluse quelle che hanno preceduto Genova 2002, sono troppo spesso di fatto presenziate dai soli "esperti addetti ai lavori" (la stessa cosa può dirsi per i gruppi di lavoro che hanno preceduto la manifestazione di sabato 20). Sappiamo che la latitanza di molti, soprattutto dei giovani, è dovuta ad una ripulsa e a una sorta di noia verso un certo modo di "fare politica" che non a torto è visto spesso come leaderistico e per "iniziati". Ma sappiamo pure che l’unico modo per rompere realmente con tutto ciò, è quello di farsi carico in prima persona di una discussione continua e collettiva sul bilancio e sulle prospettive della lotta. Un autentico protagonismo di massa (è di questo che si ha necessità) non si può esaurire nella partecipazione a determinate scadenze di piazza, ma deve vedere la massa stessa, o quanto meno una sua cospicua avanguardia, affrontare direttamente tutti i problemi (politici, teorici ed organizzativi) che lo scontro in atto propone.

E’ questo un ineludibile passaggio a cui sono chiamati quanti (soprattutto la nuova generazione affacciatasi alla lotta, ma non solo essa) vogliono adoperarsi per rafforzare il movimento e fargli superare gli attuali limiti. Questo superamento richiede l’impegno ad andare al di là dello stato immediato delle cose, lo sforzo di analisi e di comprensione scientifica (la scienza della rivoluzione, s’intende, non quella delle università) delle cause dei processi sociali e politici in corso, delle forze in campo, svolto al solo livello adeguato, quello internazionale. Così pure il "nuovo mondo possibile" potrà uscire dalle attuali nebbie di un vago (e sempre truffaldino) riformismo, solo attraverso un programma autenticamente anti-capitalista e anti-imperialista, un programma comunista, una strategia di battaglia contro un establishment mondiale che non manca certo di una sua (o di sue) strategie, una tattica di azione volta al continuo allargamento del fronte di lotta e a cementare di continuo l’unità tra le necessariamente diverse componenti di questo fronte. E per fare tutto ciò necessita, compagni, un’organizzazione comunista di partito capace di esaltare la auto-organizzazione della massa, a misura che sia capace sempre di rappresentare in essa il futuro del movimento ed il suo interesse più generale.

È a questo complicato, e oggi spesso sbeffeggiato, lavoro di partito che l’OCI dedica tutte le sue energie e chiama le nuove e più fresche forze in campo. Il sacrosanto rifiuto del politicantismo neo-istituzionale ed individualistico non trascini con sé anche il rifiuto della politica rivoluzionaria.