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I meccanismi istituzionali che scoraggiano i lavoratori a recarsi alle urne

Riprendiamo le notizie riportate nella scheda seguente da un’intervista a Frances Fox Piven pubblicata da Zmagazine di luglio-agosto 2001 e da altri articoli reperibili attraverso il sito politicaonline.it.
Partiamo da un dato di fatto: come già detto, nelle ultime elezioni presidenziali la percentuale di astenuti supera il 45% della popolazione in età di voto, ovvero oltre 100 milioni di aventi diritto su 217,7.
A cosa è imputabile un simile tasso di astensione al voto?
Motivo principale ne è il fatto che gli "elettori" percepiscono una distanza abissale tra quelli che sono i propri interessi e bisogni e le promesse della politica istituzionale. Percepiscono, magari inconsapevolmente, che è il mercato a dettare le leggi, non le forze politiche che ad esso si conformano e mai si contrappongono. Le forze politiche in campo nelle elezioni, lungi dall’essere alternative tra loro, rappresentano al contrario gli interessi di una stessa classe, differenziandosi solo nelle modalità della sottomissione che impongono agli elettori proletari. Con questo non vogliamo dire che l’astenersi dal voto sia ascrivibile ad un livello di coscienza e di partecipazione più alto, tutt’altro. Nel contesto complessivo delle condizioni e delle difficoltà attuali dell’insieme del proletariato, l’astensione è sintomo piuttosto di una passivizzazione e marginalizzazione di vaste masse lavoratrici dalla politica tout court, non solo da quella elettorale.
Ciò premesso, prendiamo atto però dell’esistenza di una procedura di voto complicata e facilmente soggetta a limitazioni e intralci di vario tipo che scoraggia comunque la partecipazione dei lavoratori alle elezioni. Anche sul piano del meccanismo elettorale la democrazia si rivela una dittatura che esclude la gente comune dalla partecipazione alla vita politica collettiva. Riteniamo perciò utile spiegare qualcosa in più sul sistema elettorale americano.
Un primo intoppo lo si ritrova già nel funzionamento stesso delle elezioni americane: quando i cittadini si recano alle urne per eleggere il presidente pensano di partecipare ad una elezione diretta. Non è così. Essi votano non soltanto per il presidente, ma anche per un certo numero di elettori presidenziali, che si riuniranno in seguito per eleggere il presidente e il vice presidente. Sul totale dei voti popolari per stato, il candidato che ottiene la maggioranza (anche di un solo voto) si aggiudica tutti i voti degli elettori di quello stato, il cui numero è stabilito in base alla popolazione. I voti elettorali presenti alla riunione finale del collegio presidenziale assommano a 538, il che significa che per essere eletto presidente si devono "controllare" almeno 270 voti. Ciò comporta fondamentali conseguenze: alcuni Stati che hanno, per via della consistenza della loro popolazione, un maggior numero di delegati da eleggere sono nettamente più importanti di altri ai fini del raggiungimento dei 270 voti, cioè della maggioranza assoluta al collegio presidenziale. Sarà conseguentemente assai più utile, per i candidati, cercare di vincere negli stati più popolosi (quali la California, con 54 elettori, New York con 33 o il Texas con 32) piuttosto che aggiudicarsi i pochi voti elettorali che altri territori possono assegnare. La seconda conseguenza di tale sistema è che si possono ottenere più voti popolari ed essere ugualmente sconfitti.
Accanto al sistema dei cosiddetti "grandi elettori", motivazioni di ordine storico aiutano a comprendere la forte correlazione che esiste tra stato economico e voto, fattore razziale e voto, genere e voto. Fin quasi dagli esordi, negli Stati Uniti tutti i cittadini maschi bianchi, senza distinzione di censo, hanno avuto formalmente diritto al voto. Per le donne bisognerà aspettare il 1920, per i neri il 1960. Ma nel tardo XIX sec, di pari passo con la crescente industrializzazione ed urbanizzazione e l’emergere come soggetto politico di lavoratori e contadini, si provvide tempestivamente a modificare le condizioni del suffragio: si riattivò la tassa sullo scrutinio eliminata all’inizio del 19° sec.; si ripristinarono i requisiti di istruzione e si imposero requisiti di residenza. Per rendere tutto ciò efficace, si introdusse un sistema unico al mondo di registrazione periodica del voto personale in cui ogni possibile votante è chiamato a verificare la sua presenza nelle liste elettorali, anche quando questo significa percorrere chilometri per raggiungere il più vicino comitato elettorale.
Su un sistema di registrazione così concepito si innestano tutta una serie di ulteriori limitazioni e artifici vari, che vanno ad inibire la possibilità e la volontà di voto dei settori meno abbienti della società: lavoratori bianchi e minoranze. Come si realizza tutto ciò?
In primis invalidando consistenti numeri di schede elettorali per motivi giuridici o tecnici e accantonandone molte altre come provisional ballot (voti "sospesi" per dubbia identità). Il 6 dicembre 2004, il segretario di stato repubblicano dell’Ohio, Blackwell, ha certificato la vittoria di Bush con un margine di 119.000 voti, a fronte del doppio di voti praticamente non contati (di cui 93.000 invalidati e 155.000 provisional ballot). Nelle presidenziali del 2000 più di 120.000 voti raccolti nelle circoscrizioni nere sono stati cancellati.
Florida, quattro anni fa: il governatore Jeb Bush e Katherine Harris, segretario di stato repubblicano, ordinarono ai responsabili locali delle elezioni di cancellare dalle liste dei votanti 57.700 individui, presumibilmente ex-pregiudicati; di questi almeno il 90,2 % era innocente ed il 54% afro-americano. In tutto 91.000 persone furono ingiustamente espunte dagli elenchi elettorali.
Altro caso clamoroso fu quello della contea di Gasden, che vanta la più alta percentuale di residenti afro-americani di tutta la Florida (il 58%) ed un altro primato: un voto su otto invalidato per motivi tecnici. Nella vicina contea di Leon a maggioranza bianca i voti invalidati erano invece in rapporto di uno su 500. questo spiegherebbe i 179.855 voti invalidati quattro anni fa, di cui 97.000 di cittadini afro-americani. Tirando le somme, su scala nazionale si contò un totale di 1,9 milioni di voti invalidati, di cui un milione afro-americano.
E ancora: mesi prima delle ultime elezioni di novembre, i repubblicani avrebbero stilato le cosiddette caging list ("liste blindate"), contenenti nomi ed indirizzi di elettori per la gran parte di colore e democratici dell’area di Jacksonville. Quest’elenco sarebbe servito per contestare durante la tornata elettorale il diritto al voto dei malcapitati, liquidati in attesa di verifica del loro status giuridico con il provisional ballot, poi puntualmente cestinato.
La situazione paradossale è quella di assistere ad un aumento sostanziale della registrazione, che non si tramuta poi in un aumento dei voti.
A tutto ciò fanno da ciliegina sulla torta il malfunzionamento delle macchine elettorali e l’apertura limitata in termini di orario dei seggi elettorali, oltre al fatto che l’election day negli Usa è a tutti gli effetti un giorno lavorativo. I seggi aprono solitamente alle 6 del mattino e chiudono appena alle 7 del pomeriggio. Va da sé che le possibilità di voto non siano molto buone in queste condizioni. Quand’anche si riuscisse a trovare il tempo per andare a votare, resta un ulteriore ostacolo da superare: la serrata opera di intimidazione preventiva e disincentivante ai danni dei proletari bianchi e delle minoranze ispaniche e afro-americane. In Florida furono piazzati blocchi stradali della polizia nel giorno delle elezioni per impedire che gli elettori delle minoranze potessero andare a votare. In Texas e New Jersey i repubblicani assoldarono guardie e vigilantes per camminare avanti ed indietro lungo le linee di attesa dei votanti minacciandoli di arresto per qualunque eventuale trasgressione. Alquanto diffusa risulta poi la pratica di filmare o fotografare gli elettori mattinieri, in gran parte di colore e democratici, per poi minacciarli ed intimidirli.
Per seminare il terrore in seno all’elettorato afro-americano si è negli anni ricorso a manifesti dai messaggi intimidatori o volantini, come nel caso contea di Dillon in South Carolina dove, nel 1998, il repubblicano Son Kinon inviò più di 3000 volantini ad elettori afro-americani con su scritto: "Sei sempre stato un mio amico, quindi non rischiare la galera il giorno delle elezioni…Agenti dell’FBI, funzionari del Dipartimento di Giustizia ed agenti in borghese lavoreranno a Dillon durante le elezioni. Persone che tu consideri amiche e perfino i tuoi vicini potrebbero essere quelli che ti consegneranno alla polizia. QUESTE ELEZIONI NON MERITANO LA GALERA!!!"
Quanto fin qui riportato non è che una conferma del fatto che la borghesia, quand’anche abbia blindato il gioco elettorale nell’ambito di solidi binari di riferimento dai quali non è dato debordare (i binari della conservazione del proprio sistema al cui interno non è concesso che di competere), nondimeno non tralascia trucchi di ogni genere per evitarsi sorprese e capitalizzare al meglio l’evento elettorale a consacrazione del proprio potere di classe.
Di fronte a questo sarebbe perciò auspicabile, più che l’astensionismo passivo e disinteressato, un più alto livello di partecipazione vera e di coscienza, orientato nel senso di una forte mobilitazione di piazza in grado di travolgere e catalizzare sui propri contenuti di battaglia la stessa contesa elettorale, senza sottomettersi ai suoi calendari e alle sue regole.

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