Noi comunisti internazionalisti, le lacrime per piangere le abbiamo. Ma le riserviamo alle cose serie. Le centinaia di morti iracheni e palestinesi, “civili” e combattenti, per le quali ci si guarda bene dal chiedere il lutto, vengono passati dai grandi mezzi di informazione come notizie subordinate. L’operaio marocchino Abdslam F. che ad agosto, in un cantiere di Foligno, è caduto da un’impalcatura ed è stato gettato in una discarica dai suoi padroni italiani, non ha fatto piangere, non ha fatto indignare... Si è dato, invece, il primo piano, nei mezzi di informazione e anche tra il “popolo della sinistra” e della “pace”, a persone simili a Baldoni, presentate come “amici del popolo iracheno”. Ecco cosa scriveva Baldoni nel suo “diario”, come lo abbiamo letto in un articolo della Repubblica a firma di Francesco Merlo dal titolo "L'italiano di Baghdad".

 

“Uno così simpatico non l’avevano ancora rapito. La simpatia italiana è una risorsa che, chissà, potrebbe spiazzare persino i terroristi islamici, quella simpatia che alcuni popoli ci rimproverano come “pittoresca”, ma che per noi è plasticità, capacità di stare al mondo senza troppo subirlo, in piedi e non in ginocchio… Comunque vada a finire, Enzo Baldoni e Fabrizio Quattrocchi sono i gemelli d’Italia…Per la prima volta, in mano ai macellai c’è un uomo leggero come un adolescente, fresco e curioso… Coltiviamo, dunque, la forte e fragile speranza che quello che sta succedendo a noi, che lo abbiamo visto per la prima volta, e per giunta in video, succeda anche ai suoi rapitori. La simpatia è contagiosa, ed è piacevole immaginare che Baldoni riesca persino a farli sorridere, a mostrare loro tutta la dolcezza di essere italiani… Basta un’occhiata ai suoi scritti per capire che Baldoni vive la guerra in Iraq come una saga di “fuochi”. Baldoni è felice quando scopre che si spara non per uccidere ma per festeggiare la qualificazione della nazionale irachena di calcio alle Olimpiadi. «Ogni sparo è una piccola esplosione e l’odore di cordite ci avvolge immediatamente». Ma Baldoni aggiunge che nessuno a Baghdad può distinguere i mitra di festa dai mitra di guerra. E quando un proiettile lo sfiora scrive «tiè”». Mai si abbandona alle geremiadi antimilitariste, il suo pacifismo è ilare e giocoso, sta dentro alla guerra come a uno sport estremo: «Ce ne andiamo a mangiare un hamburger da Tils, ad Al Mansour: luci, gente che passeggia, risate, grandi centrifugati di frutta e uno dei migliori hamburger che abbia mai mangiato. A Baghdad la vita è a scacchi.» (...) Se si imbatte in un burqa, non parla dell’antifemminismo del Corano ma di un espediente per mostrare «al primo colpo di vento sbarazzino uno chignon biondo, una camicetta civettuola, il trillo di una risata». E così conclude: «C’è figa a Baghdad.»”

 

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