Bosnia-Erzegovina

INTERVENTI DI PACE
CHE ESTENDONO LA GUERRA

Indice

Mentre scriviamo più che mai "fervono i tentativi della Comunità Europea di risolvere il problema bosniaco" e quello ex-jugoslavo più in generale.

Commovente impegno!, se non sapessimo come alla base dello scatenamento del conflitto in Bosnia è stato proprio l'appoggio offerto dall'Occidente al disegno secessionista di Izetbegovic ed al conseguente referendum concordato tra croati e musulmani per "ripulire etnicamente" il paese dall'ingombrante presenza serba, cancellando con un tratto di penna il diritto dei popoli all'autodeterminazione a pro' di quello degli Stati che fanno comodo. Il riconoscimento dello Stato Bosniaco da parte dell'Occidente ha battuto tutti i record di celerità precisamente a misura che la legittimazione di una tale mostruosità sostanziale, ma anche giuridica, si prestava all'opera di ulteriore destabilizzazione dell'area balcanica e quale campo di scontro tra le varie spinte imperialiste ad occupare tale arca. E si pensi, per converso. alla Macedonia, tranquillamente transitata all'"indipendenza" e già all'inizio del '91 riconosciuta dalla Commissione Badinter come dotata di tutti i requisiti necessari al riconoscimento, ma tuttora in lista di attesa, cioè ... in attesa che vengano a maturazione contraddizioni sufficienti a scatenare anche qui dei conflitti (cfr. in proposito M. Lachi. Il pericolo Macedonia, in Est-Ovest, n° 4 del '92).

I piani di "pace" dell'Occidente per la Bosnia-Erzegovina valgono ora quanto quelli. non scritti, di guerra che li hanno preceduti. li accompagnano e li seguiranno. Basta dare un'occhiata alla cartina di spartizione "amministrativa" del paese proposta, o imposta, alle parti per rendersi conto di come si tratti di un piano di libanizzazione fatto apposta per rinfocolare i conflitti a venire. Le tre nazionalità presenti sul territorio verrebbero spezzettate in una decina di unità "amministrative" collidenti tra loro secondo impensabili serpentine ed intersecazioni; poi, tutte e tre dovrebbero, pur nella loro reciproca larga autonomia, far capo al governo centrale di Sarajevo. Ma come è mai pensabile che quest'ultimo, non essendo riuscito a darsi neppure una parvenza di statualità prima della cantonalizzazione attuale, ci riesca ora, dopo che "persino" all'interno della coalizione anti-serba si è passati al conflitto aperto ed alla spartizione militare del territorio?

E' inevitabile, in una situazione del genere, che i serbi del "nuovo stato" faranno riferimento culturale, economico, politico e, all'occorrenza, militare al proprio retroterra nazionale e statale serbo. Così come è altrettanto ovvio che i croati erzegovesi si faranno un baffo dell'autorità di Sarajevo, avendo già stabilito nei fatti che "qui è Croazia" e a nessun altro è dato di metterci il becco. Il Novi Vjesnik dello scorso dicembre non ha tema di dichiararlo apertamente: "Non si può rilevare quanto fosse giustificato il timore del popolo croato di fronte ad una eventuale creazione di uno Stato laico unitario della Bosnia ed Erzegovina." Si noti bene: dopo aver per mesi imputato ai serbi di attentare all'unità dello stato bosniaco-erzegovese, tranquillamente si ammette che i croati per primi hanno da sempre considerato quest'unità come un ... eventualità" inaccettabile. E gli 80 mila effettivi dell'esercito di stato della Croazia inviati in loco per difendere la Bosnia" la dicono già lunga...

In conclusione: è certo che. stando ai piani occidentali, uno stato unitario non prenderà qui mai corpo. In compenso, la sua "libanizzazione" servirà a meraviglia quale punto d'appoggio per gli scontri a venire.

Nazionalismo pan-serbo o lotta proletaria pan-jugoslava?

Per un lungo periodo si è presentato il problema bosniaco come originato esclusivamente dall'"aggressione serba" guidata da Belgrado (perciò "sanzionata"). Riesce difficile, però, spiegare come oggi si parli di una "minaccia d'intervento da parte dell'Esercito Federale" di Belgrado in seguito alla rottura dei "patti di pace" da parte di croati e musulmani: ma non s'era sempre detto che quell'esercito era già presente in massa nelle Krajne e in Bosnia (salvo non accorgersi della presenza dichiarata dell'esercito croato fuori dai propri confini)? Da dove sbuca ora?

Fa niente: l'importante non era e non è stabilire se Belgrado abbia mosso o meno effettivamente il proprio esercito, ma por fine all'anomalia di un paese che non ha accettato di farsi supinamente disciplinare dall'Occidente ed ha reagito alla polverizzazione indotta dell'ex-Jugoslavia con una sollevazione popolare, nazionale, per la riunificazione statale di "tutti i serbi"

Torniamo a precisarlo per l'ennesima volta: quest'aspirazione nazionale, per quanto possa suonare come del tutto legittima stando ai principi democratici astratti (di cui nulla ci cale) dell'"autodeterminazione dei popoli" non rappresenta per noi un alternativa" da appoggiare in alcun modo. Uno Stato 'Ai tutti i serbi" oggi si presenta come rigurgito storicamente in arretrato rispetto ai compiti nazional-borghesi, "risorgimentali" che potevano avere una giustificazione progressiva in passato (quando si posero e furono "risolti" in senso non "serbista", ma jugoslavista. nonostante tutto quel che si potrà dire dell'egemonismo serbo ma non diversamente da quello che si potrebbe dire dell'egemonismo piemontese rispetto al Risorgimento italiano). Tra l'altro, in questo ricostituito stato non si capirebbe a che titolo dovrebbero stare sotto Belgrado croati. ungheresi ed albanesi. Quando respingiamo la carica antiserba dell'Occidente lo facciamo schiaffeggiando sonoramente una politica, qual è quella belgradese, che da un lato ha lasciato volontariamente cadere quanto era già stato borghesemente acquisito dalla Jugoslavia, e cioè un'unità statale plurietnica conquistata a prezzo di dure lotte "risorgimentali" (ultimo Garibaldi: Tito), e dall'altro si oppone da cima a fondo alla ricomposizione di quell'unità nel solo modo in cui essa è oggi storicamente possibile: attraverso una lotta proletaria di tutte le nazionalità jugoslave contro l'imperialismo e per il socialismo.

Quest'ultima è la sola ed unica soluzione cui noi guardiamo, crediamo di esser stati sempre chiari in merito. Il che non esclude, poi, che nell'esame delle varie forze nazional-borghesi (e sotto-nazional sotto-borghesi) agenti sul territorio della ex-Jugoslavia si debba distinguere tra quelle che direttamente si acconciano ai dettati occidentali e quelle che ad essi (incoerentemente ed antiproletariamente sempre) si oppongono. A noi interessa sbirillarle tutte. ma non ci serve affatto a tal fine porle tutte in fila in quanto "perfettamente eguali". Così almeno ci hanno insegnato i Padri del Marxismo...

Detto questo, veniamo al punto del ventilato intervento militare da parte dell'Occidente nell'area. O, meglio, alla sua prosecuzione ultima. posto che una presenza militare occidentale è già da tempo in atto (complice anche Belgrado) fin oltre i confini dell'ex-Jugoslavia (per chi si ricordi almeno quel che si passa in Albania). Ciò significa concretamente venir qui a bombardare le postazioni serbe fuori dalla Serbia e, ove non basti, attuare qualche "operazione chirurgica" fin nella stessa Belgrado.

Dove non sono riuscite le sanzioni e le manovre elettorali potrebbe valere la forza delle armi per chiudere i conti con l'anomalia della piccola Jugoslavia serbo-montenegrina. E, tuttavia, l'Europa si mostra esitante ad imboccare questa misura estrema (suscitando, tra l'altro, le scandalizzate proteste dei vari quisling o semitali croati, sloveni e bosniaci, che si sentono "traditi" dall'Europa e sempre più volentieri si indirizzano speranzosi verso gli USA per un'Operazione Golfo Balcanico).

Naturalmente è del tutto assente dalle preoccupazioni europee una qualche considerazione morale. Si tratta, più semplicemente, di far di conto, mettendo in bilancio attivi e passivi. L'attivo consisterebbe, sulla carta. in un'ulteriore via libera al pieno controllo dell'area. Ma i rischi sarebbero non da poco.

Primo: un intervento militare diretto, anche se "limitato" alla Bosnia od alle Krajne provocherebbe una risposta popolare e nazionale di tutti i serbi che non lascerebbe più spazio agli equilibrismi di Belgrado per star a metà fuori dalla mischia. L'intera ex-Jugoslavia brucerebbe e. ne siamo certi, con costi non da poco per i "normalizzatori" occidentali. Il che potrebbe provocare seri contraccolpi nelle metropoli dove alla sostanziale apatia proletaria di fronte ai problemi internazionali non si è sostituita una mobilitazione sciovinista ed i costi dell'intervento. aggiungendosi a quelli già scaricati dalla crisi sulle spalle dei lavoratori. potrebbero anche dar luogo ad un movimento acceso di protesta sociale e politica.

In secondo luogo, i contrasti tra le forze occidentali -solidali nel brigantaggio, ma ognuna per i propri appetiti- si vanno acuendo. L'Europa, al solito. non è unita al proprio interno e la posizione di primato della Germania suscita sempre maggiori preoccupazioni da parte dei "partner" (mentre sulla Germania grava tuttora l'handicap di non poter agire militarmente in proprio oltreconfine); tra Europa ed USA le ragioni del contendere sono destinate a crescere; la "nuova" posizione di insofferenza russa verso il ruolo subordinato cui la si è relegata dall'Occidente sta già producendo delle differenziazioni di posizioni che, in futuro, sono destinate non solo a non rientrare, ma ad allargarsi.

In terzo luogo, uno schiacciamento della Serbia renderebbe ancora più incontrollabile il regime croato, il cui grado di irresponsabilità è già arrivato al punto da suscitare un primo distinguo da parte tedesca. L'offensiva croata nei confronti della Bosnia rimetterebbe immediatamente in causa i risultati raggiunti sul fronte anti-serbo portando più direttamente in rotta di collisione le spinte interventiste che premono da Nord e quelle che partono da Sud (Turchia in primo luogo).

E si potrebbe continuare. Ma tanto basti a dar l'idea di un "incasinamento" in crescendo che minaccia crescentemente di sfuggir di mano a chi l'ha provocato.

Non escludiamo in assoluto che comunque si possa arrivare ad una qualche forma d'intervento e mettiamo soprattutto nel conto di una tale eventualità un "colpo di testa" USA volto a spiazzare la presenza europea nell'area e a precostituire un muro "difensivo" nei confronti di un possibile ritorno della Russia ad un suo ruolo protagonista in politica estera. Nutriamo i nostri dubbi. però. sulla fattibilità immediata di una tale operazione e più ancora sul suo carattere indolore per l'aggressore. E ribadiamo la previsione formulata nel numero precedente del nostro giornale sulla possibilità per la Serbia di uscire dal precedente "isolamento assoluto" e trovare insperate sponde in qualcuna delle parti in giuoco a misura che i nodi balcanici andranno ulteriormente complicandosi ed aggrovigliandosi.

"Pacifismo" e militarismo

Ci teniamo a precisarlo nettissimamente: l'assenza o la sospensione di un intervento militare diretto occidentale contro Belgrado non sposta d'un millimetro il senso e la determinazione contro la sua presenza qui già in forze e determinante. Non siamo di quelli che hanno bisogno della scossa della chiamata alle armi nostre o di nostri fratellini, figlioletti etc. per muoverci. Chi ha bisogno di tanto per vedere l'aggressione che è in atto difficilmente saprà intenderne il senso ed opporvisi sino in fondo quando sarà suonata "l'ora delle decisioni solenni". In un certo senso. diciamolo pure "cinicamente", un precipitare delle tendenze interventiste dirette potrebbe riuscire utile a chiarire materialmente sul campo la sostanza della politica occidentale ed a produrre prime tempestive forme di reazione ad essa qui nelle metropoli. ed a livello di massa. I primi costi, su di un terreno ancora non perfettamente predisposto, tanto economici (peggioramento delle condizioni di vita) quanto umane (primi "patrii" cadaveri), rischierebbero di provocare vere e proprie scosse telluriche. E non è appunto un caso che la borghesia occidentale stia innanzitutto dissodando il campo, badando a predisporre adeguatamente le "coscienze" alla "necessità ("umanitaria", of course) del l'intervento" prima di metterlo eventualmente in atto.

L'aspetto più grottesco della questione sta precisamente nel fatto che qui nelle metropoli proprio mentre resiste una forte opposizione dichiarata ad "avventure militari" considerate "inutili" "pericolose", "controproducenti", non riesca a manifestarsi alcuna seria reazione contro l'infezione propagandistica pro-bellica dell'imperialismo. Al contrario, essa sta dilagando nelle fila delle "anime belle". Notizie vere e soprattutto notizie false tornan buone a diffondere un effetto di smarrimento ed impotenza. Il numero dei morti in Bosnia (che d'un tratto passa dai 17 mila accertati a 120 mila -sentita al "progressista" TG3- o ai 230 mila di "Radio Capodistria" che vi aggiunge, di suo, 300 mila e passa "desaparecidos"). Il numero dei profughi che, senza contare i serbi (idem per i morti), vengono fatti ammontare ad un milione o su di lì su una popolazione complessiva di 4, e nonostante la relativa delimitazione delle zone di scontro. Il bravo "pacifista", o magari il "comunista rifondato", di fronte a questo diluvio di cifre è portato a domandarsi: "Ma non dovremmo fare qualcosa?" Cioè: "Non dovremmo intervenire?" E si risponde: "Certo, se quest'Europa non fosse quella dei padroni (o: del padrone, intendendo per esso solo quello tedesco e statunitense), se l'ONU funzionasse a dovere secondo i "fini istituzionali" per i quali è sorta, si potrebbe, si dovrebbe intervenire."

Quando poi -tocco finale della propaganda bellica nostrana- si tirano in ballo gli "stupri etnici", sempre e rigorosamente solo serbi, su decine di migliaia di donne di ogni età, dagli 8 agli 80 anni (!), e si fanno nascere a bizzeffe i "figli degli stupri". tutti mostriciattoli serbi provvisti di coda e coma. al seguito di gravidanze di pochi mesi. ecco che si rompono le ultime dighe e poco ci manca che plotoni di femministe e femministi si arruolino volontariamente. (Sia detto, beninteso, senza alcuna indifferenza da parte nostra di fronte al problema, ma per inquadrarlo, come si deve, quale "normale", atroce conseguenza di ogni guerra che va affrontata alla radice di essa, pena la conversione di ogni "umanitarismo" in militarismo nei fatti; col che...).

I più "antimilitaristi" arrivano, bontà loro, ad avanzare questo dubbio: "Ma perché le torture serbe fanno più male e danno più scandalo delle torture croate"' (N. Vendola in Liberazione, n° 3 del'93), non senza premettere che anche "un solo proiettile", da qualunque parte e per qualsiasi motivo parta, è "già un abisso di barbarie".

Questa specie di lacrimevole "pacifismo" suona per noi quale perfettamente complementare al gioco della propaganda imperialista. Il messaggio primo che esso veicola è che laggiù, per misteriose ragioni che, alla fin fine, si spiegano con un ... "innata natura barbarica" propria della Balcania, ci si prende gusto a sgozzarsi reciprocamente. Che laggiù, e solo laggiù, stanno i responsabili del massacro in atto. Che in questo non c'entrano affatto gli interessi di determinate classi e ceti sociali. né laggiù né tantomeno (figuriamoci!) qui. Che di conseguenza laggiù non esistono forze di classe cui collegarsi in grado di reinvertire la rotta fratricida, ma, al massimo, dei "cittadini" e preferibilmente dei preti che nutrono il nostro stesso civile amor di pace. In breve: dateci un'ONU "vera", un'Europa che non sia dei padroni, e saremo pronti a fare la nostra parte per disarmare le fazioni" (Somalia è il mondo, ormai ... ) e portare a quei barbari la "pace" e la civiltà''.

Quando si abbandona il terreno della teoria, del programma, dell'organizzazione internazionalista di classe è inevitabile che si ruzzoli in questi burroni.

Chi. di costoro, ha mai visto i centomila lavoratori di Sarajevo, di tutte le nazionalità, scesi nelle strade per manifestare la propria opposizione alle manovre di guerra? Chi ha mai cercato di gettare ad essi un ponte? Chi ne ha mai diffuso qui il messaggio? E chi ha mai preso in considerazione i lavoratori di Ljubljana scesi in piazza replicando al secessionismo: "Vogliamo pane e non anni"? 0 i lavoratori croati che stanno pagando col sangue il tentativo di riorganizzarsi in quanto classe (recentissimo è l'assassinio di uno dei loro capi sindacali, simbolo eloquente di una guerra di classe interna strettamente correlata a quella esterna, antiserba)?

Il proletariato jugoslavo ha dietro di sé una storia gloriosa di battaglie attraverso le quali ha saputo costituirsi in passato quale forza unitaria di tutte le nazionalità, tutte fraternamente vincolate alla prospettiva del socialismo (che è quanto ci basta per mandare a farsi fottere i venditori di Civiltà). Il suo ripiegamento successivo non ha nulla a che fare con fattori "endogeni", ma si spiega alla luce del generale ripiegamento internazionale dipartitosi ed incarnato dallo stalinismo. Con lo stalinismo (di cui certi rifondatori recuperano il peggio dopo essersi accuratamente cancellati di dosso l'ultima residua macchia presente in esso di classismo rivoluzionario ed internazionalismo) il movimento rivoluzionario internazionale del proletariato si è andato dividendo e corrompendo. Oggi tutte le condizioni oggettive richiamano l'esigenza della sua ricomposizione, del suo ritorno sulle barricate internazionali della lotta rivoluzionaria per il socialismo. Dal punto di vista soggettivo c'è "solo" da raccogliere nella pratica questo messaggio.

Al di fuori di ciò, tutte le lacrime umanitarie" posson solo servire ad oliare meglio le armi dell'imperialismo. Noi marxisti siamo interessati acchè si predispongano le armi della nostra classe. Ed ogni pallottola sparata da esse la saluteremo come un vertice di civiltà.