PROMESSE DI PRIMAVERA
CERTEZZA DI TEMPESTE

Viviamo una congiuntura particolarmente confusa e contraddittoria, almeno in apparenza, a cominciare da quel fattore di base che determina o condiziona tutti gli altri: la linea di marcia del capitalismo mondiale.

Dove sta andando il capitalismo?

Se si guarda ai due poli strutturalmente più dinamici dell'Occidente in quest'ultimo scorcio di anni, l'Europa e il Giappone, il barometro segna recessione, e non di quelle leggere.

Se si guarda agli Stati Uniti, invece, a stare a quanto narra soprattutto "L'Unità" ai suoi lettori (con a ruota "Manifesto" e "Liberazione"), s'annuncerebbe, con tanto di fioritura di mandorli, una dolce primavera. Non soltanto un risveglio di indici produttivi, il che -comunque- non guasterebbe. Addirittura una rinascita del welfare state, del riformismo, e, perché no, perfino del pacifismo (vorrete forse negare i tagli al bilancio militare?) nel -si sarebbe detto un tempo- punto più alto del capitalismo mondiale. Viva dunque Clinton il Messia e la sua "nuova" America dei diritti, del ripristino delle libertà pre-reaganiane e delle tasse sui ricchi! Che il suo vangelo si diffonda anche nel Vecchio Continente!

Nel primo caso sono tutti d'accordo, nel secondo, si tratta dell'ennesimo abbaglio di analisi e di prospettiva dei capi di una "sinistra" sempre più priva non solo di un minimo di nerbo, ma anche di comprendonio.

Il "grande" (a confronto di questo in corso) rilancio dell'era reaganiana non è stato in grado di portare stabilmente il sistema capitalistico fuori della crisi in cui sta sprofondando da un ventennio. Grazie all'intensificazione dello sfruttamento del lavoro operaio nelle metropoli e, soprattutto, ad una violenta offensiva contro le masse dei Sud del Mondo, essa era riuscita a dare una boccata d'ossigeno agli Stati Uniti e a tutto l'Occidente. Ma questa, non solo si è consumata in un breve volger di tempo, ma si è potuta dare al solo prezzo di rendere sempre più asmatico il respiro del sistema capitalistico nel suo complesso: tracolli borsistico-finanziari, carneficine come quella del Golfo, il continuo esplodere di aree di "crisi" che necessitano di "cure ravvicinate" da parte delle annate "umanitarie" e ONUiste dell'imperialismo. Clinton parte da qui. La "piccola" ripresa clintoniana non potrà che avere fiato ancor più corto, fondandosi, già ai blocchi di partenza, su quell'erezione di muri protezionistici che sono destinati non solo ad acuire la concorrenza con europei e giapponesi, ma a non far mollare neanche per un attimo, se non ad incrudire, la pressione sui diseredati del Terzo Mondo e sul proletariato delle metropoli.

Per quanto possano essere contrastanti i dati contingenti provenienti dalle due sponde dell'Atlantico e del Pacifico (ed è già indicativo che lo siano), la linea di marcia dei capitalismo è chiara: siamo ad un nuovo passaggio della transizione dalla "società del benessere" crescente (reale solo per pochissimi) ad una società in cui a crescere, ed esponenzialmente, sono i sacrifici, il malessere per il proletariato, la paura dei futuro. Ad un nuovo passaggio della transizione da un lungo in periodo di "pace" (nelle metropoli, che altrove ... ) ad un lungo periodo di guerre.

Questo passaggio dalle tinte contraddittorie è caratterizzato da quattro diversi effetti di un medesimo, unico processo causale di fondo: la acutizzazione di tutti gli antagonismi del capitalismo.

Primo: l'intensificazione degli attriti -e diciamo pure- dei conflitti aperti tra le massime potenze imperialiste. La stessa clintonomics ha come suo ingrediente fondamentale il principio del 'nazionalismo positivo" verso i suoi alleati di un tempo.

Secondo: la generalizzazione a tutta l'Europa delle politiche liberistiche di stampo thatcheriano ed il corazzamento autoritario delle democrazie in senso anti-operaio (finanche il paese più ricco e democratico, la Germania, deve rompere gli indugi ed incamminarsi su questa strada), e parallelamente la fine, in Giappone, del cosiddetto capitalismo del "posto a vita".

Terzo: una profonda crisi del riformismo che quasi ovunque batte in una ritirata scomposta dalle proprie postazioni precedenti, che pure erano di tipo sbracatamente socialdemocratico, incalzato senza tregua da una borghesia sempre più aggressiva ed indisponibile a compromessi con le stesse istanze immediate del proletariato.

Quarto: la moltiplicazione degli interventi diretti delle armate imperialiste nel Terzo ed anche nel Secondo mondo, dall'Irak alla Jugoslavia, dall'Albania alla Somalia, mascherate o meno da ragioni Il umanitarie", consacrate o meno, e solo come sperimentazione e prologo, dalla benedizione dell'ONU.

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In questo passaggio tumultuoso il proletariato occidentale c'è piombato con sua grande sorpresa. Non che avesse sentito l'89, al modo della canea piccolo-borghese, come una festa. Al contrario, pur senza identificarsi affatto in simulacri di regimi "socialisti" senza un'oncia di socialismo, quell'immondo carnevale "post-comunista" l'aveva lasciato freddo e finanche con qualche perplessità per l'arroganza che montava nel suo avversario a motivo della "vittoria" conseguita. Tuttavia, una speranzella che la "fine della guerra fredda" potesse dare nuova linfa a un generale rilancio dell'economia gli si era rinfocolata dentro.

Il sopraggiungere di questa crisi, più d'ogni altra priva di freni, è stata, dunque, per la classe operaia, non solo in Italia, una doccia gelata, del tutto inattesa. Un'altra illusione crolla e la classe operaia è costretta sempre più a fare i conti con la realtà di un attacco capitalistico -di una violenza che le era sconosciuta da decenni- diretto a colpirla non più essenzialmente soltanto sul piano ideologico-politico ma anche su quello direttamente materiale-sindacale.

Messo, per una prima volta, con le spalle al muro, il proletariato, di cui le carogne e gli scemi avevano decretato il tramonto, ha dimostrato di esserci, dalla Spagna alla Grecia, dalla Gran Bretagna all Italia, alla decisiva Germania. Di esserci, per ora, sul terreno della lotta immediata, della difesa del salario, del posto di lavoro, dei diritti sindacali.

Ma non passa giorno senza che un nuovo attacco si scateni alle sue postazioni costringendolo a sperimentare come la sua risposta sia, per quantità, qualità, direzione, organizzazione, insufficiente ad assicuragli una difesa delle condizioni materiali, e ancor più insufficiente a contrastare l'obiettivo centrale cui il capitale punta: cancellarne dalla vita sociale la presenza politica come classe distintamente organizzata, fosse pure nel più scolorito e rimpicciolito dei contenitori riformisti.

Solo ridimensionando la forza di classe del proletariato, la borghesia può sperare di veder realizzata la sua richiesta pressante: che la classe operaia si unisca al "suo" capitale per far concorrenza all'ultimo sangue alle altre nazioni, impegnandosi, prima, nella "competizione" economica e produttiva per conservare il pane a sé togliendolo di bocca ai proletari di altri paesi e accettando, poi, di calpestare i campi di battaglia mettendo la sua stessa vita a disposizione del "proprio" capitale.

Se il proletariato accettasse di mettersi su questa strada, se rinunciasse a difendere centimetro per centimetro le sue postazioni, sarebbe molto più difficile sottrarsi alla estrema conseguenza di farsi coinvolgere negli schieramenti di una guerra di cui egli in primis sarebbe carne da macello.

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L'incedere della crisi va delineando in modo sempre più chiaro i suoi passaggi obbligati, ma va, allo stesso tempo, segnando anche il cammino obbligato per il proletariato, che può verificare solo nel corso della lotta di resistenza, cui è costretto dall'attacco capitalistico, la necessità di abbandonare le politiche e le ideologie assunte nell'epoca precedente -che diventano, ormai, veri e propri ostacoli persino a una coerente difesa dei suoi più elementari interessi-, e di tendere a distinguersi ancor più come classe fino al punto di trasformare la sua lotta in lotta per il potere.

Perchè questo passaggio si realizzi è indispensabile che ci sia una saldatura nella lotta contro il comune nemico delle due sezioni del proletariato internazionale, la metropolitana e quella dei paesi oppressi dall'imperialismo.

I legami tra queste due sezioni sono, sempre, oggettivamente dati: la conflittualità sociale e politica del proletariato metropolitano condiziona e indebolisce l'aggressività imperialista dei "proprio" capitale, così come le difficoltà create all imperialismo dall'insorgere delle masse oppresse del Terzo Mondo ne fanno traballare la struttura complessiva rendendolo più vulnerabile anche sul piano interno.

Il corso della crisi aumenta in sommo grado le condizioni oggettive di questa saldatura costringendo il capitale a colpire, allo stesso momento, e con incrementata violenza nei due sensi, entrambe le sezioni, ma comincia a creare anche le condizioni per una saldatura soggettiva. E' quanto, per esempio, può iniziare ad avvenire nei paesi europei grazie soprattutto ai lavoratori immigrati.

Più d'ogni altra è importante la situazione della ex-Jugoslavia, cui non sarà mai troppa l'attenzione riservatale dai marxisti.

In questo paese si sommano, nel modo più esplosivo, i contrasti provocati dall'acutizzazione di tutti gli antagonismi del capitalismo. I diversi appetiti economici e politici (ognuno per le proprie ganasce) delle potenze imperialiste sulla cruciale arca balcanica passano attraverso lo smembramento della Jugoslavia, e per questo non esitano a indurvi guerra su guerra. Inoltre, mentre una sua parte si sente pronta a entrare nel circolo ristretto dei grandi paesi imperialisti, sia pure in posizione di "associata" con quote più che ridotte e a patto che il proprio proletariato non percepisca di media più delle 100.000 lire al mese e sia completamente sprovvisto di diritti sindacali, un'altra si vorrebbe, da parte dell'imperialismo, ricacciare al ruolo di divisa e debole colonia. In tutto questo il proletariato va sperimentando sulla sua pelle la durezza di un duplice sfruttamento ad opera della borghesia nazionale e del capitale internazionale.

Questa mistura di contraddizioni è, quanto mai, suscettibile di provocare una lotta contro l'imperialismo condotta da masse su cui svolga un ruolo di guida la classe operaia in un tutt'uno con la lotta contro la "propria" borghesia, e, che, per condurla nel modo più efficace, si appelli al sostegno del proletariato internazionale che, per di più, le è geograficamente tanto vicino, sia nella sua sezione della periferia che nella sezione metropolitana. Quest'ultima ha, a sua volta, urgenza di stabilire legami di lotta con il proletariato dell'ex-Jugoslavia -e d'ogni altro paese dell'Est- che, altrimenti, verrà, dal capitale europeo, sempre più utilizzato in funzione di mano d'opera a basso costo da contrapporre a quella autoctona.

Lotta in difesa delle condizioni d'esistenza, organizzazione autonoma di classe. rifiuto dello schieramento nei fronti di guerra economica e militare, programma di azione internazionale e internazionalista per il socialismo: l'attacco dei capitalismo li pone sempre più all'ordine del giorno per il proletariato, e con essi ripropone la necessità dell'integrale programma dei comunismo.