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GERMANIA:
INIZIANO I GRANDI SCONTRI SOCIALI


Indice 

Un pacchetto di tagli da 70.000 miliardi
La socialdemocrazia alla corda
I kurdi e gli altri

 
Mentre scriviamo si va chiudendo in Germania la prima fase della mobilitazione dei lavoratori del pubblico impiego, quella degli "scioperi di avvertimento", con la rottura delle trattative tra sindacato e controparti e il ricorso all’arbitrato del governo (che prevede tre settimane di "obbligo alla pace" ovvero alla sospensione di ogni lotta). Questa fase ha visto la compatta scesa in campo, a scala nazionale, di questo settore contro il muro contrapposto dalle amministrazioni federali, regionali e comunali (su questo ferreamente centralizzate) alle richieste salariali per il rinnovo del contratto di categoria. Ma la mobilitazione si è indirizzata "naturalmente" contro il pacchetto presentato da Kohl nello stesso torno di tempo, scavalcando in alcune occasioni, con scioperi "spontanei", le indicazioni della direzione sindacale e, dato altrettanto significativo, con la presenza contemporanea e unitaria nei cortei di lavoratori organizzati degli altri settori. Intanto sono proseguite e si sono estese le iniziative dei sindacati di tutte le categorie contro le misure di "risparmio" varate dal governo, iniziative cui il sindacato confederale Dgb ha dato un primo sbocco unitario con l’annuncio di una manifestazione nazionale generale prevista per il 15 giugno a Bonn. La preparazione di questa mobilitazione è già iniziata; su di essa si stanno imperniando le iniziative per le altre vertenze contrattuali che acquisiscono così un carattere generale. La rabbia e la determinazione dei lavoratori sono state catalizzate dalla manovra del governo, alla quale essi stanno rispondendo con uno scatto di reni e un serrare le fila che rendono elettrica l’atmosfera sociale.
Insomma, tutto fuorchè l’immagine di un paese all’insegna della pace sociale e della "concertazione" è quella che ci torna in questi giorni dalla Germania. Ciò è tanto più significativo alla luce di un ritornello che dai lidi dell’Ulivo è rimbalzato con una certa frequenza alle orecchie dei lavoratori italiani in occasione del recente appuntamento elettorale e che suona: il nostro modello sociale e politico di riferimento è quello tedesco, con una crescita economica che garantisce oneri equamente distribuiti, con un federalismo "equo e solidale", con relazioni sociali basate sulla concertazione con il sindacato. Ma il quadro che sta emergendo è di tutt’altro tipo ed è bene che i lavoratori lo abbiano ben presente per quello che esso effettivamente è e per ciò che prefigura del nostro futuro.

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Il "pacchetto" Kohl

La durezza dello scontro contrattuale nel pubblico impiego è anche e soprattutto la conseguenza dell’offensiva del governo che, nel suo piano di risparmi, prevede il blocco per due anni della contrattazione per i dipendenti pubblici nel quadro di una "cura dimagrante" atta a risanare e snellire i bilanci statali ai vari livelli (da quello centrale a quelli regionali e locali).

Un pacchetto di tagli da 70.000 miliardi

Il piano di tagli che Helmut Kohl ha messo a punto con il Programma per la crescita economica e l’occupazione prevede:
Previdenza: per le donne l’età pensionabile passa da 60 a 63 anni, per gli uomini a 65 anni.
Mercato del lavoro: si abolisce il divieto di licenziamento per le ditte con meno di dieci dipendenti. Con ciò il governo formalizza, e quindi rafforza, una prassi già largamente diffusa nelle piccole aziende. I sussidi di disoccupazione vengono congelati e potranno essere concessi per non più di cinque anni. La durata dei contratti di lavoro a tempo determinato passa da 18 a 24 mesi, con la possibilità di tre rinnovi.
Sanità: il salario durante i periodi di malattia sarà ridotto del 20 per cento. Aumentati i ticket per i medicinali; tagliate alcune prestazioni.
Assegni familiari: rinvio a non prima del ’98 dell’aumento del 10 per cento degli assegni familiari.
Pubblico impiego: per un periodo di due anni sono congelati gli aumenti salariali.
Fisco: anticipata l’abolizione dell’imposta sul capitale per attività commerciali e industriali. Ridotta l’imposta di solidarietà destinata all’Est dal 7,5 al 6,5 e poi ancora al 5,5 per cento.

A questo passo il governo è stato spinto dalle necessità sempre più stringenti per l’azienda-Germania di tener testa ai concorrenti sul piano di una competitività che si misura oramai a scala di un’economia "globale", in cui i mercati delle merci e dei capitali sono sempre più internazionalizzati. Di fronte a ciò qualsiasi vantaggio competitivo, quale che sia la potenza economica accumulata, è rimesso in discussione dalla concorrenza e necessita, pena il suo venir meno, di un continuo rilancio in avanti. Il che significa, con l’attuale saturazione dei mercati, violenti cambiamenti negli assetti sociali e politici anche delle potenze capitalistiche maggiori, e innanzitutto crisi irreversibile del compromesso sociale tra proletariato e borghesia. Di qui le politiche di attacco e demolizione dello stato sociale, di abbassamento dei salari, di flessibilizzazione e precarizzazione della forza-lavoro, di indebolimento e ridimensionamento dei sindacati, che vanno imponendosi dalla Francia di Chirac agli Usa del democratico Clinton, dalla Germania di Kohl all’Italia di Prodi.

Il pacchetto del governo Kohl risponde a queste esigenze non ulteriormente rinviabili. Esso viene a fronte di una situazione economica interna segnata da una quasi recessione e del contestuale, deciso riorientamento della potenza tedesca verso le esportazioni e la conquista dei mercati esteri - strategia del resto mai abbandonata anche nell’immediato dopo-riunificazione. Ma ciò avviene oggi in un clima di acutissima concorrenza internazionale e non si può dare offensiva esterna, sui mercati mondiali, senza "normalizzare" all’interno, innanzitutto il proprio proletariato.

Il passaggio è netto e complessivo, per le misure varate (v. scheda a lato) come per l’impianto politico generale in cui sono calate. Dietro tali misure, infatti, c’è una strategia di classe ben precisa: scaricare i costi della crisi sulle spalle dei lavoratori in misura finora mai vista con uno spostamento ingente e diretto di risorse dal lavoro al capitale; precarizzare la condizione materiale del proletariato per dividerne e frantumarne il tessuto organizzato; dare un duro colpo al sindacato, infine, costringendolo a un arretramento secco pur nel quadro, formalmente, della non ancora infranta regola della concertazione, ma in vista -un domani non lontano- della sua definitiva messa a riposo.

E’ un passaggio preparato da tempo. Sia da una incessante propaganda di tutti i media sui "privilegi" del lavoratore tedesco, sulla non tenuta dello stato sociale, sulla previdenza non ulteriormente finanziabile, ecc., sia da prime concrete misure di limatura delle garanzie sociali. Per esplicita ammissione dello stesso governo non siamo che agli inizi della "cura" che, per essere efficace, deve prevedere il ridimensionamento complessivo dell’intervento statale, dalla spesa sociale alla consistenza del servizio pubblico (grazie alle privatizzazioni), l’abbassamento del costo del lavoro attraverso la riduzione degli oneri sociali (ovvero ulteriori tagli al salario indiretto), agevolazioni fiscali e di altro tipo per le imprese nel segno della deregulation e, ultima ma non meno importante, un’inversione di marcia rispetto alla redistribuzione "solidale" delle risorse statali ai diversi Laender finora attuata come perequazione delle (sempre più) ineguali ricchezze.

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Federalismo, arma della borghesia

Su quest’ultimo punto si è avuto un primo assaggio con la recentissima riduzione dell’imposta di solidarietà introdotta dopo la riunificazione a parziale contenimento della situazione sociale disastrosa venutasi a creare nei "nuovi" Laender. A spingere in questa direzione sono forze trasversali agli schieramenti politici rappresentative degli interessi delle regioni più ricche (in testa la Baviera) non più disposte a "pagare per gli altri", a "sprecare quanto viene prodotto qui da noi". Questa "protesta", nata sulla materia fiscale, va ora ampliandosi al piano sociale e potrebbe trovare un momento di coagulo proprio sulla questione del pacchetto Kohl. Al Bundesrat, la Camera delle Regioni, il presidente democristiano ha annunciato che le regioni si opporranno al pacchetto in quanto esso divide in modo squilibrato gli oneri tra il centro (il Bund) e gli enti regionali e locali. Questa linea trova pienamente consenziente la Spd che punta a spostare su questo piano l’opposizione alla manovra.

Ma è un piano sul quale la stessa Spd inizia a vedersi sottrarre la bandiera dei temi sociali da parte di un regionalismo alla Csu (democrazia cristiana bavarese) che se ne fa paladino, nei termini più reazionari, portando avanti nel quadro della difesa delle sorti del proprio Land i "comuni" interessi di borghesi e proletari. Emblematica è, in proposito, la recente vicenda della bancarotta dei cantieri navali Vulkan di Brema. Qui è stato un gioco da ragazzi scaricare -con la criminale complicità di socialdemocratici e sindacato- la responsabilità della chiusura sui cantieri della ex-Ddr, tenuti in piedi coi "nostri soldi" e che ora ci "tolgono il posto di lavoro" grazie alla maggiore produttività e ai minori costi del lavoro.

Se questa linea dovesse estendersi e far presa in misura consistente anche sulla classe operaia, sarebbe un disastro per la sua tenuta unitaria e quindi per la sua capacità di reazione all’attacco. Il segno di classe dell’ "autonomismo", del regionalismo, del localismo, è infatti chiarissimo se si tiene presente che i ceti e gli interessi che vi stanno dietro - i piccoli imprenditori, i ceti medi, la piccola borghesia - legano indissolubilmente la loro rivolta verso il grande capitale e il suo stato centralizzatore ad un attacco durissimo contro il "patto corporativo" stato- sindacati, chiedendo a gran voce e in modo sempre più pressante lo svincolamento assoluto dal potere di contrattazione e dalle "rigidità" delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, ree di penalizzare la piccola industria e i suoi operai.

Del resto le amministrazioni regionali, molte a guida Spd, sono da tempo sintonizzate sulla lunghezza d’onda del risanamento. Alcune di esse hanno addirittura anticipato il governo centrale su alcuni dei punti caldi in questione: per un Land come la Sassonia che propone una riforma totale del sistema previdenziale che vedrebbe una pensione-base pari al 40% del reddito da lavoro da affiancare con pensioni private, ce ne sono altri che, come la Renania, decretano il blocco completo delle spese. Più vicine ai "cittadini" o più subordinate agli imperativi del mercato?

Come si vede, si tratta delle stessissime bandiere che vengono agitate qui da noi. Su questo hanno di che riflettere i lavoratori. Così come su di altro, speculare elemento che la Germania, proprio in quanto potenza economica e politica maggiormente in grado di controllare le spinte centrifughe emergenti, mette bene in luce. Non sono solo gli interessi borghesi più penalizzati, nella crisi, dal grande capitale a usare la clava federalista (qualunque ne sia la forma) contro l’unità della classe operaia; è lo stesso stato centrale federale a servirsene per centralizzare sempre maggiori risorse a pro del capitale nazionale togliendole al proletariato. Il pacchetto Kohl dimostra che federalismo, liberismo e deregulation antioperaia vanno oggi assieme qualunque sia il livello cui la borghesia riesce a ricomporre i propri interessi di classe.

Il "modello tedesco", dunque, muta profondamente. Due dei suoi pilastri portanti, lo stato sociale e una certa qual ridistribuzione delle risorse dalle regioni ricche alle regioni povere, cominciano a venire erosi. Sta forse resistendo il terzo pilastro, il metodo della concertazione politica e sindacale, che ha uno dei suoi più evidenti e pregnanti risultati nei contratti collettivi di categoria e, come presupposto, il "contropotere" delle organizzazioni sindacali nei posti di lavoro?

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Per il padronato è ancora troppo poco

La reazione degli imprenditori al varo delle misure governative è stata univoca: passo positivo, ma ancora insufficiente. Positivo solo a condizione che la "cura" iniziata diventi permanente. Insufficiente, però, perché per i capitalisti questi tagli sono ancora troppo poco rispetto alla bisogna. Tant’è che nell’organo del grande capitale (la Frankfurter Allgemeine Zeitung) si parla sempre più apertamente di abbattere il "partito dello stato sociale" che raccoglierebbe i suoi adepti trasversalmente ai partiti politici esistenti. In questo quadro lo stesso Kohl sarebbe eccessivamente legato al modello del consenso sociale proprio del capitalismo "renano" post-bellico.

E’ un vero e proprio programma di guerra ad ampio raggio che il padronato lancia al proletariato. Non si tratta semplicemente di risanare l’azienda Germania, ma di metterla al passo con le nuove esigenze della concorrenza con i paesi a bassi salari. Si tratta quindi di arrestare e invertire il processo di diminuzione dell’orario di lavoro, di flessibilizzarlo e differenziarlo; di abbattere gli sprechi dello stato sociale e di creare un mercato del lavoro a più basso costo e meno garantito, perchè è di questo lavoro, non privilegiato, che l’economia tedesca ha bisogno". Così il presidente degli industriali annunciava meno di un anno fa l’offensiva. E così ha effettivamente proceduto l’insieme del padronato.

Pochi, ma significativi dati bastano a far luce su ciò. Si calcola che un terzo delle imprese tedesche non rispetti più i contratti nazionali, ma questa percentuale sale paurosamente in settori come il tessile e l’edilizia. E’ sempre più forte poi la spinta da parte degli imprenditori, e non solo più quelli piccoli, a uscire dalle associazioni di categoria per sottrarsi al rispetto dei contratti firmati con il sindacato a livello generale. Ciò va insieme alla prassi oramai usuale di "concordare" coi rappresentanti sindacali a livello di singola azienda -sotto il ricatto della delocalizzazione, dei licenziamenti, ecc.- arretramenti in termini assoluti. Particolarmente pubblicizzato è stato un accordo alla Viessmann (quattro mila operai) che prevede l’allungamento dell’orario a 38 ore pagate 35 in cambio... della promessa a non spostare le produzioni nella repubblica Ceca (con la Confindustria che prende le "difese" del consiglio di fabbrica contro le critiche dell’IG Metall). E’ tutto un pullurare di accordi simili, non solo in Germania Est (che pure continua ad essere usata come cuneo per attaccare la condizione operaia in tutto il paese), ma all’Ovest e financo nelle grandi aziende: alla Opel di Ruesselsheim, ad esempio, è stato fissato un "limite di tolleranza" per le assenze causa malattia; alla Daimler Benz i sindacati hanno accettato su più punti lo sforamento al ribasso del contratto nazionale. E’ chiaro che questa offensiva fa leva su un esercito oramai imponente di disoccupati (ufficialmente oltre i quattro milioni), lavoratori precarizzati (ad Est il 30% della forza-lavoro ha un’occupazione anomala, dal part-time al lavoro nero), proletari immigrati dall’Est Europa (e non solo).

Alla luce di ciò non stupisce la sempre maggiore determinazione con cui le associazioni degli industriali e delle banche richiedono ad alta voce l’allungamento assoluto dell’orario di lavoro, la diminuzione secca dei salari nonché il loro sempre più forte legame ai vincoli della produttività e dell’utile aziendale, misure per una più ampia deregolamentazione del mercato del lavoro.

Se gli obiettivi sono chiari, lo è anche la strategia per conseguirli: svuotare e demolire i contratti di categoria per assestare un colpo decisivo all’organizzazione sindacale centrale dei lavoratori. E’ con tutta un’epoca che la si vuole fare finita, quella in cui "i sindacati sono stati viziati a credere che non si possano prendere decisioni senza di loro" (Henkel, presidente degli industriali). Non è, nella sostanza, quanto va dicendo da noi un Romiti su contratti nazionali e gabbie salariali?

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O sacrifici o... battaglia per gli autonomi interessi di classe

Osservatore attento di quanto è avvenuto in Europa negli ultimi anni allorché si è trattato di far ingoiare i primi grossi tagli alle prestazioni sociali e ai salari (dall’Italia alla Francia), il governo tedesco sta andando alla carica del proletariato non senza porsi il problema di costruirsi in qualche modo un consenso, nella "popolazione", intorno al passaggio politico avviato. Per questo, oltreché per indebolire e contenere una risposta di lotta che sa comunque inevitabile, esso non può rivestire semplicemente la maschera del "capitalismo puro", come gli ha rinfacciato il sindacato. Non può cioè presentare semplicemente un programma di lacrime e sangue senza legarlo in forma esplicita alle sorti della nazione e alla prospettiva di un suo rilancio. Sta qui la necessaria differenziazione dal puro e semplice "partito degli industriali" che a volte sembra sottovalutare la necessità di un programma complessivo organicamente nazionalista e sciovinista indispensabile per andare allo scontro duro con quella parte della "nazione" che si chiama proletariato. Il governo deve farsi portatore ed esecutore degli interessi complessivi della borghesia, consapevole di essere di fronte ad una classe operaia organizzata e determinata.  

I kurdi e gli altri

In coincidenza dell'inizio delle "ostilità" assistiamo non a caso a un giro di vita repressivo dello stato tedesco nei confronti dei kurdi. Con la scusa del presunto terrorismo del Pkk vengono vietate e represse con estrema brutalità tutte le manifestazioni dei militanti kurdi. Si colpiscono i kurdi per colpire e intimidire anche tutti i proletari immigrati. Per ostacolare il percorso di unificazione delle diverse sezioni del proletariato tedesco. La definitiva revisione costituzionale del diritto d'asilo, col plauso della SPD, è un chiaro segnale di ciò.

Non a caso Kohl ha perorato i sacrifici richiesti presentandoli come necessari a recuperare il gap competitivo con gli altri paesi responsabili della messa in discussione del benessere e della prosperità dei tedeschi. Una rinuncia, dunque, destinata a un rilancio per il futuro, nella consapevolezza però della svolta in atto sui mercati mondiali, per cui ogni posizione va letteralmente strappata ai concorrenti. L’azione del governo è pesante, si riconosce, ma viene fatta alla fin fine per i lavoratori e non contro di loro! E’, questo, un appello mirato a legare il proletariato al carro della borghesia, a metterlo in contrapposizione con i lavoratori degli altri paesi, a battere preventivamente ogni sua autonoma prospettiva di classe. Il tutto travestito con colori "sociali": "Né il capitalismo né il socialismo sono in grado di fare i conti con un’economia forte e la solidarietà con i più deboli: la cosa è possibile con l’economia sociale di mercato", così Kohl.

Con ciò la borghesia tedesca pone al proletariato più organizzato d’Europa un ricatto pericolosissimo, i cui termini però danno la misura della profondità delle contraddizioni in cui si dibatte oramai anche il cuore del capitalismo mondiale, rilanciando lo scontro di classe ai suoi livelli più alti: o sottomissione al carro borghese o battaglia autonoma per gli interessi di classe del proletariato in uno scontro in cui esso dovrà riallacciarsi alla prospettiva del socialismo. Una prospettiva per forza di cose internazionale, cui già oggi il proletariato tedesco -il più plurinazionale in assoluto- è chiamato da una borghesia che sta approfondendo la sua campagna sciovinista anti-immigrati nonché il proprio interventismo imperialista all’esterno. La repressione anti-kurda, la revisione del diritto di asilo, i pogrom e le intimidazioni contro gli immigrati, l’occupazione armata nella ex-Jugoslavia -solo per citare alcuni esempi- non potranno più a lungo trovare indifferente un proletariato che sarà costretto, nella scesa in campo contro la propria borghesia, a riacquisire il suo attrezzaggio classista e internazionalista.

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Il sindacato propone il "Patto per il lavoro"... e si ritrova un "Patto contro il lavoro"

Espressione della combattività, della compattezza, del grado di organizzazione della classe operaia tedesca, il sindacato è sicuramente uno degli obiettivi principali dei colpi di maglio della borghesia tedesca. Di fronte all’entità di questo attacco, però, esso si trova sostanzialmente impreparato nell’approntare un argine di difesa solido. Ancorato a un programma di equa distribuzione delle risorse nella prospettiva di una ripresa economica e di tenuta del potere di acquisto in funzione di stimolo alla domanda, il sindacato è stato via via costretto a un percorso a ritroso sulla strada delle concessioni alle controparti e alle esigenze di competitività dell’azienda-Germania. Ciò a misura che, con l’approfondirsi dell’offensiva capitalistica, si appalesa che anche sul terreno della difesa immediata sono in gioco gli interessi sempre più contrapposti del proletariato e della borghesia e che non è possibile difendere i primi se non spezzando il quadro delle compatibilità imposto dai secondi.

La proposta di un "Patto per il lavoro" avanzata dall’IG Metall lo scorso inverno, pur rappresentando il tentativo di arginare l’offensiva antisindacale con un’iniziativa generale mirata a preservare il potenziale unitario dell’organizzazione dei lavoratori, si colloca su questa linea di arretramento e di sostanziale accettazione delle compatibilità dell’economia nazionale e aziendale. La proposta prevedeva infatti una sostanziale moderazione salariale e concessioni sulla flessibilità degli orari e delle condizioni di lavoro in cambio dell’impegno di governo e padronato a creare 300 mila posti di lavoro in tre anni. In tal modo si concedeva alla controparte sul punto essenziale, la necessità cioè di dover arretrare su salario e flessibilità per poter limitare il peggioramento della condizione operaia complessiva, rafforzando nei lavoratori le illusioni sull’utilità della moderazione e dei sacrifici. A conferma della pericolosità di questa via è puntualmente arrivato lo schiaffo del padronato prima, del governo poi. Non è senza significato il fatto che nella base la proposta abbia incontrato non poche riserve nel giusto sentore che "dai una mano e ti prendono il braccio".

Disposti, pur tra i dubbi, ad accettare qualche sacrificio in cambio di una lotta vera alla disoccupazione, i lavoratori hanno subito una doccia fredda, dovendo registrare che le controparti non solo proseguono nei loro obiettivi antioperai, ma fanno delle concessioni sindacali un proprio punto di forza. Questa "scoperta" e la rabbia accumulata -oltrechè, senza dubbio, un inizio di consapevolezza sorta alla luce delle vicende francesi- rappresentano l’immediato antecedente delle mobilitazioni di questi giorni contro il pacchetto Kohl.

Zwickel, segretario dell’IG Metall, ha parlato al riguardo di "capitalismo puro, di un complotto contro il lavoro", definendo inutile la prosecuzione degli incontri con il governo e la Confindustria per il Patto. Nei comizi del 1° maggio si è denunciato il "voltafaccia" di Kohl rispetto al patto per il lavoro, segnale di un percorso verso un’"altra repubblica". Ciò non toglie che il sindacato lavori a mantenere un profilo politicamente basso, attento a non diventare cassa di risonanza di una mobilitazione che ampliandosi potrebbe iniziare ad aggredire i nodi politici dello scontro. Del resto si è già dichiarato disposto ad una revisione delle prestazioni sociali nel quadro di una "riforma" del sistema sociale. Come già verificatosi nelle lotte contro Berlusconi in Italia e in quelle contro il piano Juppé in Francia, il riformismo -anche quello più duro- non può portare fino in fondo la battaglia contro l’offensiva borghese, perchè per far ciò dovrebbe mettere in discussione il proprio capitale, gli interessi nazionali, e con ciò il capitalismo cui invece è irreversibilmente legato. Ciò non vuol dire che, se attaccato, non risponda con la lotta come pure il sindacato tedesco sta facendo sull’onda della spinta dei lavoratori. Al punto che in un paese come la Germania tradizionalmente "blindato" si inizia a parlare anche di sciopero politico contro il governo. Il sindacato, sicuramente, non intende in alcun modo arrivare a tanto, ma dovrà comunque fare i conti con la volontà dei lavoratori di ingaggiare la lotta. A ciò il proletariato è spinto dalla sua stessa forza e organizzazione, dalle sue tradizioni, dalla percezione della posta in palio. Stretta tra questa spinta e un attacco che chiude ogni facile scappatoia, il sindacato difficilmente potrà sottrarsi a un passaggio di scontro duro con la controparte. Se così sarà, la classe operaia inevitabilmente sarà portata a fare i conti con una politica riformista sempre più inadeguata e inconcludente e a trarne, nel vivo della lotta, le prime debite conseguenze. Un primo significativo obiettivo per il quale noi tifiamo e lavoriamo.

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E noi?

Gli attuali fatti tedeschi dimostrano chiaramente che la partita che si gioca lì avrà ripercussioni ovunque. Un arretramento della classe operaia tedesca significherebbe condizioni peggiori per tutti. Un suo rafforzamento darebbe fiducia e forza a tutti.

Guardare a quanto sta avvenendo in Germania è dunque di interesse vitale per il proletariato internazionale. Non solo perché il poderoso attacco antioperaio lì si ripercuote immediatamente anche altrove, ma anche perché la risposta ad esso è un’occasione per riconoscerci parte di un esercito internazionale di classe, che riceve la sua forza e la sua capacità di resistenza da ognuna delle sue sezioni e dall’unità che si costruisce tra di esse. La lotta dei lavoratori tedeschi contiene un appello, che non tarderà a diventare esplicito, a una mobilitazione unitaria contro un attacco che è altrettanto unitario. Per questo è fondamentale appoggiarla attivamente. La forza di reazione che la classe operaia tedesca sta dimostrando di possedere (e di voler mettere in campo) può conservarsi e rafforzarsi soltanto se viene alimentata da una risposta di lotta da parte del proletariato internazionale, che rompa i mille lacci nazionali e particolaristici e tracci nella contrapposizione tra le classi, tra proletariato e borghesia, la linea di una propria coerente difesa.

Non è una possibilità teorica. La ripresa delle lotte in Germania, come ieri in Francia e in Italia, dicono chiaramente che il proletariato c’è, esiste, è centrale. Non solo. Esso, pur tra mille difficoltà e ritardi, si sta ridestando dal torpore in cui l’aveva precipitato per un lungo periodo la partecipazione, in subordine, al banchetto imperialista nonché l’opera corruttrice del riformismo. Oggi la crisi capitalistica lo risospinge sulla scena da protagonista. Ciò esige dai comunisti e dalle avanguardie un’attiva opera di riallacciamento dei legami internazionali della classe nella riproposizione di un’autonoma, classista prospettiva di potere sulla società.

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La socialdemocrazia alla corda

Non è solo la concertazione con il sindacato ad essere nell’occhio del ciclone. E’ anche la concertazione politica, con una socialdemocrazia pur pienamente integrata nei meccanismi statali, ad essere messa nei fatti in discussione. La manovra governativa e più in generale le esigenze del capitale tedesco stringono all’angolo la Spd richiamandola perentoriamente alle supreme necessità della nazione. Ciò le riduce drasticamente i margini di manovra nei confronti della sua base sociale e del suo "diverso", più "equo" progetto di gestione del capitalismo.

Da questa contraddizione insanabile nei confronti della classe operaia la socialdemocrazia (sotto ogni latitudine) non può uscire; essa può solo svolgere fino in fondo un ruolo di diversione verso la lotta operaia e di subordinazione del proletariato ai diktat capitalistici.

Nell’attuale svolto l’opposizione dei socialdemocratici al pacchetto Kohl non va al di là della richiesta di singole correzioni del piano di smantellamento. Il piano alternativo presentato mutua poi dall’impostazione governativa le idee di fondo, cioè l’alleggerimento fiscale per le imprese e la maggiore "selettività" delle prestazioni sociali; nè sono diverse le concessioni al vento "leghista" che spira in un Ovest sempre più insofferente per l’assistenza all’Est (si propone di abrogare del tutto l’imposta di solidarietà).

Un piano insomma del tutto inconsistente per le esigenze di difesa dei lavoratori, ma altrettanto incapace di catturare i ceti medi in marcia accelerata a destra. Per intanto la Spd si presenta come diretta controparte dei lavoratori del pubblico impiego in numerose regioni, non discostandosi in nulla dalle ragioni di risanamento dei bilanci avanzate centralmente dal governo nè dalla richiesta di rinnovi a costo zero per due anni. Ciò non può che rendere sempre più evidente ai lavoratori la contraddizione tra i propri interessi e una linea che mette al primo posto gli imperativi capitalistici, e dunque l’inadeguatezza di un partito che se ne fa portatore. Non prevediamo per l’immediato, è ovvio, l’abbandono in massa del partito socialdemocratico da parte del proletariato, tanto più che assisteremo all’approfondirsi delle linee di frattura già esistenti al suo interno e che non lasceranno, con tutta probabilità, indifferente i militanti operai. Delineiamo però un percorso obbligato di sempre maggiore divaricazione e, in prospettiva, rottura tra il proletariato e la "sinistra" borghese a partire dai segnali che nel vivo delle lotte già oggi si danno e che cerchiamo di seguire con attenzione militante.

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