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Colonialismo a tutto campo

BOSNIA: LA SPINTA MULTI-ETNICA DI CLASSE E' VIVA.

L’ultimo Limes contiene, tra le altre cose, un articolo a firma J. Turnbull dal titolo inequivocabile: Perché in Bosnia abbiamo lavorato per i musulmani (ovvero: perché in Bosnia abbiamo difeso i nostri interessi per mezzo di Izetbegovic).

IL VATICANO E TITO

Dagli archivi USA è venuta fuori una "rivelazione": il Vaticano si mosse nel ’45 contro il "pericolo slavo" (slavo-comunista) rivolgendosi direttamente a Truman perché quest'"uomo della provvidenza" fermasse l’avanzata del "barbaro" verso i nostri confini. Auspice, si dice, il vescovo di Trieste Santin, testimone diretto delle "atrocità slave" dopo essersi chiusi gli occhi, tappati gli orecchi e sigillata la lingua di fronte a ventennali atrocità italiane (e germaniche).
La paura non era per l’espansione di un altro stato, quello jugoslavo, ai danni dell’Italia, ma per il pericolo di una marea proletaria incontrollabile che avrebbe potuto, a date condizioni, scavalcare sia i Tito che gli Stalin non da confini esterni, ma dentro i nostri stessi confini.
Difesa dell’italianità? No, difesa del sistema borghese contro lo spettro del comunismo. Fortuna che Togliatti è venuto a dare una mano...
E’ una conferma di come il Vaticano curi amorevolmente il gregge del capitale. Domani si saprà di come esso abbia proseguito la sua azione per disgregare definitivamente la Jugoslavia a maggior gloria dell’Occidente e per frantumare, altrettanto definitivamente, il potenziale residuo di unità dei proletari dell’area al di là dei confini statuali. Ed anche qui: per fortuna che ci sono sempre dei D’Alema e dei Bertinotti a dare una mano. La CIA ringrazia e.. incassa.

Di recente Lord Owen, "il celebre e vituperato mediatore britannico, anzi gallese, per la ex Jugoslavia" (parole di Turnbull), ha pubblicato un libro di memorie, Balkan Odyssey, in cui si documenta, con parole di fuoco, come "gli Stati Uniti sarebbero i grandi colpevoli del fallimento dei tre piani di pace che (egli) aveva elaborato insieme ai suoi colleghi, Cyrus Vance prima e Thorwald Stoltenberg poi. Una manovra squisitamente politica, condotta sulla pelle delle popolazioni bosniache, che avrebbero inutilmente subito due anni di guerra in più".

(Di questo libro ben poco, o nulla, si è parlato da noi, per non mettere in causa lo stereotipo delle "cause endogene" della crisi jugoslava ed allontanare ogni sospetto sull’intromissione occidentale pro domo sua nella faccenda; tanto più ogni e qualsiasi sospetto sugli interessi USA in collusione, sempre sulla pelle delle locali popolazioni, con quelli -non meno inconfessabili- delle potenze europee: altrimenti come si potrebbe sostenere quel che da un pezzo si legge sull’Unità, e cioè che agli USA va il merito in esclusiva di aver imposto la pace nella Bosnia martoriata da lotte intestine? Trattandosi, poi, di un libro assolutamente politico, e rigorosamente documentato, sarebbe dura cavarsela come col libricino di Handke, imputato di simpatie serbe e affidato alla spazzatura...)

Si noti bene. Turnbull non solo non smentisce, ma rivendica il ruolo che Lord Owen imputa agli USA e, con esso, "un antagonismo tra Europa e Stati Uniti con pochi precedenti nella storia recente". Lo rivendica in nome dei supremi interessi USA in questa vitale parte di globo in cui si trattava e si tratta non di controllare la Jugoslavia, ma... l’Europa.

Nessun pudore, perciò, ad ammettere che "nel corso del 1994, in seguito ad una richiesta croata, l’ambasciatore a Zagabria aveva ottenuto il tacito avallo di Washington a un ingente trasferimento di armi dall’Iran all’esercito bosniaco via Croazia". E "va sottolineato che all’epoca l’embargo sugli armamenti per la Bosnia era ancora pienamente in vigore"... sulla carta. Anzi. "Va detto subito che i due elementi portanti della politica dell’amministrazione Clinton nell’ex Jugoslavia sono stati l’appoggio globale, diplomatico e operativo, dato ai musulmani bosniaci, nonché, in subordine e in parallelo, l’adozione della Croazia come "Stato cliente" e referente regionale principale (in concorrenza con la "clientelizzazione" germanica, n.)".

Ciò, scrive il Turnball, per l’esigenza da parte di "un’amministrazione oggettivamente tra le più filoisraeliane della storia... di trovare meccanismi compensativi nei rapporti con il mondo arabo e musulmano". Il che significa: prendersi carico di una istanza musulmana, in quanto la più reazionaria e la più svenduta possibile all’Occidente, per dividere il fronte della reale insubordinazione di massa dell'Islam rivoluzionario contro l’Occidente grazie a straccetti come quello di un Izetbegovic e, all’ombra di ciò, completare l’opera di annientamento delle centrali statali musulmane ribelli (vedi Iraq); al tempo stesso: scalzare l’intromissione dell’Europa da un’area, come quella musulmana, per penetrare nella quale, beninteso sempre a scopo imperialista, occorrerebbero ben altri coefficienti politico-militari di divaricazione e contrapposizione alla concreta azione "globale" USA. (Vale poco anche la recente sparata anti-israeliana di Chirac, che tanto ha infiammato certi palestinesi se non si affronta globalmente la questione; ma, quando si è trattato, a più riprese, di colpire l’Iraq chi, in Europa, ha osato demarcarsi dagli USA?).

Dunque, buone anche le armi iraniane se e in quanto servono alla causa USA. Dopo di che, a guerra conclusa col successo USA ed un altro "stato cliente" da aggiungere alla serie, si può ben riprendere il filo delle provocazioni anti-iraniane (perché, nonostante tutte le giravolte anguillesche dei governanti di Teheran, l’Iran non si presta, né oggettivamente né soggettivamente, a fungere da altra Bosnia in svendita). Tanto per dire: apprendiamo il 17.11 da un trafiletto di "Televideo" che Izetbegovic ha licenziato, su preciso ordine USA, i ministri ("liberamente autodesignati") sospetti di collusione con Teheran... Quando si dice l’"auto-determinazione dei popoli"!

E su questo punto sarebbe ora che riflettessero i militanti rivoluzionari islamici: come può darsi che l’intervento iraniano in Bosnia sia servito a regalare un’altra pedina all’odiato nemico USA e ad indebolire, in immediata prospettiva, il fronte antioccidentale islamico, l’Iran in primis?; non è che qualcosa di marcio si annida nella politica degli stati, della borghesia "islamica"?; non è che ad essi va strappata la bandiera della lotta anti-imperialista?

Nel frattempo, sempre su Limes, leggiamo di un sondaggio condotto tra la popolazione di Tuzla sulle aspettative per il dopoguerra e sulle cause del conflitto. Sgranate bene gli occhi ed aprite bene le orecchie!

Gli intervistati (dei quali un 41,8% si dichiara nazionalmente bosniaco-musulmano, un 12,2 bosniaco, un 20,6 croato e solo un 12,2 serbo) dichiarano al 65,6% di desiderare uno stato multietnico (mentre la stragrande maggioranza dei croati ambirebbe ad unificarsi con Zagabria).

Prima "sorpresa", dunque: la guerra non ha cancellato la spinta multietnica che il titoismo aveva in qualche modo realizzato (lasciamo stare in che modo inconcludente ed aperto dal proprio interno all’opera di distruzione manovrata dai vari quisling nazionalisti a servizio dell’Occidente); evidentemente, quella spinta corrisponde agli autentici bisogni delle masse oppresse ed essa -questo lo aggiungiamo noi- non potrà realizzarsi di nuovo e veramente se non attraverso la loro unità nella lotta di classe contro le "proprie" borghesie e chi le tiene a bacchetta. Musica dell’avvenire, come al solito, ma i nostri timpani sono ben esercitati a sentirla e... suonarla in anticipo.

Seconda "sorpresa". Alla domanda: "Chi è più responsabile per l’inizio della guerra?", solo il 24,9% degli intervistati (soprattutto, quindi, la massa dei croati) risponde: "I serbi". Ma un eccellente 56,1% risponde senza esitazione: "Gli interessi delle grandi potenze". Ragazzi, forse quella musica di cui sopra non è proprio rimandata alle calende greche...

Si è irriso a noi quando sostenevamo questo e contro questo qui lottavamo. Oggi si scopre che una maggioranza di Tuzla avverte questo dato di fatto, forse ancora con un senso d’impotenza, ma non certo senza una rabbia cosciente. Lettori del Che Fare con la testa nelle nuvole? No, gente che sa come la guerra è nata e ne ha sofferto le conseguenze, e comincia a fare i suoi conti. Gente che ha tentato, fin dove le è stato possibile e nei modi, certo insufficienti e incoerenti, a propria disposizione di dire no ad essa, come nella indimenticabile manifestazione di massa di Sarajevo contro i burattini nazionalisti di casa propria agenti per gli interessi di casa altrui.

Un’altra conferma di ciò è lo sforzo in atto per riorganizzare il sindacato dei metalmeccanici bosniaci su basi inter-etniche, e la proiezione del suo organismo promotore verso il movimento sindacale dei paesi occidentali per ricevere da esso un aiuto e un sostegno alla difficile, ma ineludibile opera di ritessere le fila di una "base" tuttora inevitabilmente "dispersa e frastornata" (cfr. La nuova Venezia, 14.11 che riferisce di un incontro di sindacalisti bosniaci con la FIOM veneta). Questa proiezione sconta il permanere di malsane illusioni sulla possibilità di spingere "positivamente" in avanti l’intesa di Dayton, e la non molto più fondata speranza di trovare un'utile sponda nel sindacalismo nostrano che non si è certo distinto per sollecitudine verso gli interessi dei proletari jugoslavi. Ma quel che più conta è il riaprirsi di un'unitaria dinamica di classe, all’interno della Bosnia e verso l’esterno, che mai l’imperialismo e i sub-nazionalismi bosniaci sono riusciti a spegnere del tutto.

Questo fronte potenziale di classe c’era e c’è come noi, quasi da soli, sosteniamo da sempre, ma occorre vederlo e lavorare per farlo crescere ed organizzare. Un compito estraneo, chiaramente, alle anime, bianche o nere, del "solidarismo" che con una mano fa partire gli eserciti occidentali di occupazione, e fomenta la guerra "intestina", con l’altra scarabocchia "proposte" di pacificazione da affidare ai propri stati borghesi e, nel "migliore" dei casi, raccoglie e distribuisce aiuti alle popolazioni chiamate ad accopparsi.

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