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Situazione politica italiana

 

      Nord-Est

 All’ombra dell’Ulivo, si prepara una secessione nella secessione.

A parole dice di essere nato come argine all’incipiente piena secessionista. In realtà ne è espressione e ne alimenta lo straripamento, secondo una dinamica tipicamente jugoslava. Stiamo parlando del neonato "partito del Nord-Est", fondato il 15 febbraio a Venezia sotto l’impulso di vari esponenti dell’Ulivo e del mondo della piccola e media impresa (con adesioni fin dentro F.I. e il trasversale "partito dei sindaci").

Il programma del nuovo "partito" si può sintetizzare con queste parole: "il Nord-Est è il traino economico dell’Italia, eppure da un punto di vista politico è penalizzato sia rispetto a Roma che rispetto a Milano; questo accade perché non ha una classe politica autonoma che ne faccia valere gli interessi contro le morse centraliste della burocrazia romana e della finanza milanese; bisogna costruire questa classe dirigente locale, altrimenti il Nord-Est sarà mangiato dalle... tigri asiatiche".

Il partito del Nord-Est, dunque, è sì contro la secessione alla Bossi, ma solo perché persegue un progetto ancor più particolaristico: il nostro territorio vuole giocare in proprio, dicono i Carraro, i Treu, i Costa, i Cacciari; non vogliamo far munger la nostra economia da nessuno, neanche da Milano, come invece piacerebbe alla Lega (il che porterà a farla mungere da mani estere ben più ruvide di quelle di Roma e Milano, mani già ben visibili in loco).

Per ora questo partito è ancora allo stadio di ectoplasma virtuale. Nessuno dei suoi illustri padri putativi muove un dito per farlo. Non è un caso. Da un lato, le forze economiche promotrici sono mobilitate più al vertice che alla base. Dall’altro, mancano di una centralizzazione oggettiva capace di dargli forza, senza contare poi che, altra faccia della stessa medaglia, nel movimento del Nord-Est si scontrano interessi territoriali contrastanti da cui si dipartono ulteriori spinte centrifughe (del "Veneto-produttivo" contro il "centralismo burocratico di Venezia", del Trentino Alto Adige contro il Triveneto, ecc.). Oltre a ciò, c’è da registrare che queste forze non dispongono di alcuna organizzazione politica militante né ne stanno realmente pianificando la costituzione.

Ma, riesca o meno a enucleare un vero partito (noi crediamo di no), la campagna "anti-Lega" lanciata dal movimento del Nord-Est sta già producendo la spaccatura secondo linee leghiste (o sub-leghiste) della struttura nazionale dell’Ulivo, del Pds, del movimento sindacale e, attraverso di essi (e questa è la cosa che ci sta a cuore), del proletariato.

Il gruppo dirigente del PDS veneto, ad esempio, si oppone a coloro i quali -dall’interno della Quercia- spingono per confluire nel "trasversale partito del Nord-Est". Ma esso lo fa perché ritiene che ci sia un altro modo per permettere al Veneto di far pesare di più i suoi interessi territoriali a scala nazionale e internazionale: quello di stabilire una collaborazione regionale tra PDS e Polo. Per fare questo chiede la regionalizzazione della Quercia, il che comporterà di fatto la sua federazione in un Ulivo del Nord-Est e, alla fin fine, a un partito del Nord-Est. Anche in campo sindacale la dinamica non è dissimile, con una Cisl a fare da traino dopo l’"utile sperimentazione" avuta nel corso del contratto dei meccanici, quando si è giunti in Veneto a un soffio dalla firma di un contratto regionale separato. "Positivissimi", è ovvio, gli effetti di questo lavorìo sul proletariato, chiamato a non consegnarsi a Bossi, ma per mettersi alla coda di una micro-borghesia pidocchiosa che gli offre il paradiso di un Nord-Est... "asiatico"!

E’ così difficile prevedere dove porterà tutto questo? E fino a quando, compagni, vogliamo restare imbambolati a guardare come ci spingono nell’abisso?

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