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CONTRO LA PACE IMPERIALISTA IN ALBANIA

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Il "successo" della spedizione militare a guida italiana è stato salutato con malcelata soddisfazione anche da coloro i quali, da "sinistra", avevano avanzato dubbi e perplessità sull’invio dei "nostri ragazzi" presso i turbolenti lidi albanesi. Costoro si erano "battuti" contro l’invio delle truppe, inscenando una fasulla opposizione, sin dall’inizio ragionevolmente accorta nel denunciare la pericolosità dello strumento prescelto (l’intervento militare diretto) e giammai i contenuti della complessiva aggressione imperialista in atto e il suo mandante, il governo italiano.

Quando si è capito che l’ "operazione di polizia" (nonostante i non pochi ridicoli incespicamenti) si stava districando accortamente e che, con la santa collaborazione dell’onnipresente Comunità di Sant’Egidio (vero esempio di impegno internazionalista... a prò del capitale!) il ricambio dell’odiato Berisha poteva essere contrattato senza eccessivi traumi, ecco la formidabile diga antimilitarista franare miserevolmente, lasciando il manifesto a recitare il mea culpa per aver sospettato chissà quali loschi intenti da parte del governo amico e la diplomazia bertinottiana a votare, tra un incontro e l’altro con il cardinal Tonini, il proseguimento della presenza italiana in Albania "per il tempo necessario a consolidare gli strumenti a tutela dell’ ordine democratico e socialista riconquistato".

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 Una spedizione militare per rilanciare la rapina dell’imperialismo

L’intervento militare aveva l’obiettivo dichiarato di "porre fine all’instabilità" provocata dalla rivolta popolare contro le conseguenze della prima fase dell’"apertura" dell’Albania alle delizie della democrazia occidentale.

Quest’apertura non è stata la conseguenza del "tradimento" o dell’"errore" di qualche dirigente albanese. Come abbiamo già detto nei precedenti numeri del nostro giornale e come documentiamo più diffusamente nell’opuscolo di recente pubblicazione che presentiamo qui a lato, la "perestrojika albanese" è stata l’inevitabile approdo dell’eroico tentativo delle masse lavoratrici albanesi di uscire dal sottosviluppo attraverso la costruzione di un "capitalismo indipendente" entro le maglie del capitalismo internazionale (questa la sostanza del "socialismo albanese"). Venute meno le speciali condizioni internazionali che nel secondo dopo-guerra avevano consentito all’Albania di difendersi dall’asfissiante invadenza dell’imperialismo, a metà degli anni Ottanta, per continuare a portare avanti il programma enverista di sviluppo del capitalismo nazionale, la "classe dirigente" è stata costretta a "scegliere" di inserirsi fino in fondo nel mercato mondiale. Lo ha fatto nell’unico modo in cui poteva farlo, e con l’inevitabile risultato che conosciamo: lo spappolamento dei precedenti indici di sviluppo economico e sociale.

Per quanto ciò possa turbare la buona coscienza del progressista d’Occidente, sempre pronto a scaricare sul dittatore straniero di turno le nefandezze che partono da casa propria, la svendita e la distruzione dell’apparato produttivo, l’emigrazione di centinaia di migliaia di lavoratori, la rapace e selvaggia speculazione finanziaria non sono dipese tanto dalla voracità e cattiveria del clan di Berisha, quanto dalle leggi impersonali del mercato, dalla forza di ricatto dei capitali occidentali, infine -diretta conseguenza delle prime e strumento per il pieno ripristino della libertà d’azione delle stesse- dall’intervento militare diretto (do you remember, ad esempio, la missione Pellicano?). La ribellione di massa d’inizio ’97 ha rappresentato una prima risposta e -a partire da questi eventi- un inizio di consapevolezza soggettiva, per i suoi settori di avanguardia, dei nessi (di classe) che legano i fatti albanesi alle vicende dell’intero globo. La missione Alba è stata la risposta militare dell’imperialismo a questa rivolta. L’ordine "democratico e socialista" che tanto piace a Bertinotti è l’ordine imperialista che torna a regnare, come e più di prima, a Tirana e dintorni.

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 Di nuovo in scena la trappola della democrazia

 Le elezioni di giugno, "tutelate" manu militari dall’Occidente, hanno assolto il compito di porre un freno alla rivolta. L’imperialismo italiano (molto più a suo agio negli intrighi diplomatici che sul campo di battaglia) ha cercato di rendere meno traumatico possibile il ricambio, lavorando intensamente ad accordi pre-elettorali che ridisegnassero a proprio favore gli equilibri politici del dopo-Berisha. Le esitazioni iniziali a mollare il leader del Partito Democratico hanno via via lasciato il passo a trattative sempre più serrate con l’opposizione, sotto l’incalzare della rivolta e della concorrenza statunitense, che già aveva ripuntato le proprie fiches sul ben addomesticato Fino. La diplomazia tricolore ha allora sfruttato le divisioni territoriali tra Nord e Sud del paese ed il seguito residuo che il P.D. conserva in alcune zone del Nord (il P.D. ha ottenuto il 25,7 % dei voti), per impedire che la defenestrazione di Berisha avvenisse sotto l’onda della rivolta e che i vincitori venissero a controllare con troppa esclusività il potere politico. L’unico ostacolo a questo disegno è stato frapposto dalle resistenze di Berisha, passato dal ruolo di manutengolo degli interessi italiani e statunitensi a quello di servo scomodo da scaricare. Il successo annunciato dei socialisti di Nano è il "male minore" che l’Italia ha dovuto accettare per garantirsi il controllo dall’interno sul protettorato albanese.

Quanto poi il ritorno della democrazia frutterà in solido alle masse albanesi è scritto nei bilanci di previsione delle ditte italiane in Albania e nelle aspettative degli investitori democratici sulla nuova "ricostruzione". Quanto poco il "nuovo" corso democratico a guida occidentale ed i "nuovi" capi potranno dare conseguenza alle ragioni della rivolta è dimostrato dalla condiscendenza con cui essi hanno accettato sia il protettorato militare che il compromesso pre-elettorale. Quanto poco la ricostruzione, dietro il finanziamento e la supervisione di Roma, delle forze armate locali avrà a che fare con l’"ordine socialista", lo si dovrebbe capire al volo dai compiti che le hanno assegnato i loro veri comandanti (che stanno qui): disarmo degli insorti, mantenimento delle condizioni necessarie per lo sviluppo delle "benefiche" iniziative dei nostri imprenditori, ripresa dell’iniziativa "albanese" nella regione balcanica (pro domo dell’imperialismo e dei suoi sporchi giochi nell’area).

Mostra chiara consapevolezza di ciò il Presidente della Associazione "Illiria", che, in una significativa intervista pubblicata su Liberazione del 19 agosto afferma: "Le ultime elezioni hanno dato vita ad un governo che ha fatto il proprio giuramento in Italia, non davanti al popolo albanese". Proprio così, e questo la dovrebbe dir lunga sui veri interessi difesi da esso. E quand’anche l’Italia, per le sue difficoltà come paese imperialista, dovesse lasciar il posto (anche parzialmente o in alcune parti del paese) a più agguerriti concorrenti (gli Usa già mestano nel piatto), il lavoro svolto dal governo ulivista (e applaudito dal PRC) sarà (è già) capitalizzato anche da questi ultimi e dall’imperialismo nel suo complesso.

Il ritorno "a casa" della missione "Alba" non chiude la partita in Albania: la apre a nuovi, più traumatici conflitti tra l’imperialismo e le masse lavoratrici albanesi (e balcaniche), tra i paesi imperialisti e i loro fantocci locali, e tra i paesi imperialisti tra loro. Ecco come il rappresentante di "Illiria" chiude la sua intervista a Liberazione: "Un paese sottosviluppato è una preda facile ed ecco che riemergono le vecchie mire; il Paese delle Aquile torna ad essere terra di conquista".

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 "Nulla sarà più come prima."

 La rivolta di gennaio ha marcato sul campo alcune acquisizioni importanti per la nostra prospettiva: una prima violenta reazione di massa alle conseguenze esportate in loco dalla democrazia occidentale; una prima sperimentazione di strumenti di organizzazione e di lotta, opportunamente violenti e radicali.

Il governo italiano può anche cantare momentaneamente vittoria, crogiolandosi nella pace ritrovata, e ringraziare "progressisti" e "democratici" nostrani per aver messo a disposizione i propri marchi di origine controllata "di sinistra" a garanzia dell’onestà e bontà dei blindati italiani. Può anche giocare sul sentimento di attesa che il nuovo governo albanese ha suscitato in una parte delle masse lavoratrici albanesi. Le acquisizioni che esse hanno fatto nella lotta dei mesi scorsi (e cioè l’inizio -vero- di un sentimento anti-italiano e le prime -preziose- scintille di coscienza) non mancheranno di ricevere nel prosieguo ulteriori potenti spinte oggettive in direzione della necessità di un complessivo attrezzaggio alla battaglia -internazionale- di classe.

Il guscio protettivo del "socialismo", che aveva preservato per decenni il proletariato skipetaro dalla cura occidentale, lo aveva al tempo stesso isolato dal proletariato internazionale. La caduta di quel muro protettivo proietta ora le masse albanesi sulla scena europea, alla ricerca della vera soluzione, internazionale e di classe, al problema del proprio sfruttamento. Rotto il disincanto di una tranquilla integrazione nel benessere "europeo", inizia ora un importante bilancio dei reali "benefici" offerti dall’Occidente rispetto alla situazione di "prima". Esso può indurre in alcuni casi a rivendicare l’operato di Hoxha o, più concretamente, a richiedere una maggiore autonomia nazionale contro l’invadenza dell’imperialismo. Si tratterebbe senza dubbio di un sentimento rivolto all’indietro, ma, in quanto passaggio decisivo di un necessario bilancio, esso è suscettibile di tradursi in arma di lotta e di azione. A certe condizioni, naturalmente. Tra cui il sostegno incondizionato del proletariato d’Italia, il quale (al contrario delle elucubrazioni tardo staliniste di certi stagionati gallinacci nostrani) aprirebbe le porte non già al ritorno al passato, sì invece alla lotta del presente contro l’imperialismo, richiamando quella risposta di classe e comunista che la storia mette all’ordine del giorno.

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 E tu, proletariato italiano, veramente non hai niente da dire?

 La rivolta albanese ha bussato alla porta del proletariato europeo ed italiano. Il "movimento operaio" italiano, indegnamente accompagnato dalle sue organizzazioni storiche alla coda della propria borghesia, non ha risposto. In preda alle difficoltà di cui parliamo a fondo anche in questo numero del giornale, si è mostrato disposto a credere che la "normalizzazione" del proletariato albanese sarebbe stato un atto di bontà vantaggioso per tutti. Per tutti i capitalisti, ma non per i proletari: per questi ultimi, la pace in Albania s’accompagnerà (si sta già accompagnando) a nuove dosi di sacrifici e reazione politica. E al loro improvviso coinvolgimento diretto nei fatti balcanici a seguito della riesplosione e dell’estensione della crisi dell’area oltre i suoi confini, verso l’Europa. Anche i proletari di qui saranno allora presi per la gola, e alle loro orecchie giungerà meno incomprensibile quello che da tempo andiamo sostenendo: la difesa dei nostri interessi ci chiama a immischiarci nei fatti albanesi (e balcanici), e a farlo stringendo l’unità con le masse lavoratrici contro il comune nemico; l’intervento sui fatti di casa altrui non è altra cosa dalla partita in cui siamo coinvolti, è intervento attivo del proletariato d’Italia (e occidentale) sulla propria, comune ed unitaria, questione di classe, all’unica scala realmente data, quella dello scontro internazionale a tutto campo con la borghesia.

Sulla base di questo punto fermo non mancheremo di proseguire incessantemente il nostro intervento nel proletariato di qui, incentrato sui seguenti punti: denuncia netta della complessiva aggressione imperialista italiana in Albania e nei Balcani; appoggio incondizionato alla lotta del proletariato albanese; lotta aperta contro tutti i respingimenti degli albanesi immigrati e la campagna di criminalizzazione e repressione in atto; intervento attivo per costruire l’unità di classe con i proletari albanesi e, innanzitutto, con gli immigrati; necessità -a partire dalla discussione sulla "questione albanese"- di un complessivo bilancio della controrivoluzione stalinista.

Il tracollo ulteriore delle organizzazioni storiche della classe operaia occidentale di fronte all’ennesimo test balcanico ha dato -per chi la voglia intendere- un’ulteriore conferma storica e pratica della validità dell’impianto teorico e politico su cui basiamo le nostre certezze. Su queste basi rinnoviamo, a chi intende battersi con noi contro il capitalismo, il vecchio invito rivoluzionario a tenerci stretti per mano camminando per un’erta scoscesa, lasciando nel pantano coloro i quali, offrendo coperture sinistre alla missione Alba, hanno deciso di accomodarsi sempre meglio nella melma borghese.

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