[che fare 48]   [fine pagina] 

SULLE RECENTI ELEZIONI AMMINISTRATIVE

Il primo dato che ne vien fuori sta nell’astensionismo in crescita ed a percentuali di tipo "americano".

Solo degli stolidi del calibro di un Bertinotti possono accontentarsi di fare il conto delle percentuali conseguite sui voti espressi e ricavarne che, tutto sommato, "il partito tiene". Sì, tiene qualche seggiola, ma su un terreno sempre più friabile, espressione di una società vieppiù staccata dalla politica, dalla partecipazione, dalla militanza. L’astensionismo registrato in questa tornata (per la prima volta così palpabile tra i ceti proletari e popolari) è l’immagine palmare di una società che non si riconosce nella politica. In questa politica. E nessuno gliene sa fornire un’altra in alternativa. Il varo di una nuova legge elettorale più "selettiva" finirebbe per spazzar via definitivamente di scena "opposizioni" come quella di Rifondazione che si accontentano di campare sulla sempre più evidente finzione di un voto di opinione scisso da dinamiche di classe reali. Per questo Bertinotti si preoccupa che non venga troppo toccato il meccanismo fittizio della legge elettorale da cui riceve ancora qualche boccata d’ossigeno, e lo può fare in buona compagnia del PPI od altri "soci di minoranza", magari del Polo, minacciati di schiacciamento da parte del monopolio bipolare.

Il secondo dato sta nell’accentuarsi del "trasversalismo" destra-sinistra con la conseguenza di un facile passaggio di roccaforti tradizionali della "sinistra" alla omologa destra. La linea di direzione è unica in ogni caso: si corre a destra a spron battuto, perché anche laddove la "sinistra" tiene o riconquista posizioni provvisorie lo fa in concorrenza con la destra sullo stesso terreno. D’altronde, Cacciari lo ha già detto: è ora di finirla con questa vecchia e superata visione destra-sinistra antagoniste. Quel che contano sono i fatti... a destra per cui ci contendiamo gli scranni.

Terzo dato: la Lega ha dimostrato di non essere stata cancellata, beccandosi Treviso ed Udine. Ma, anche in questo caso, registriamo che la "vittoria" è stata conseguita rifluendo dalle ambizioni padaniste globali di Bossi, sulla base di un federalismo che si risolve in municipalismo spinto. La tendenza alla frammentazione ed alla melma propria della situazione sociale e politica attuale ha colpito al cuore anche la Lega anche laddove essa "vince". Nel caso di Udine, ad esempio, si è avuto, a stramaggioranza, un sindaco leghista, ma sulla base di un blocco localista di interessi incapace di sollevarsi sia pure alla sola altezza del federalismo padano: vi sono confluiti, oltre alla Lega, tutti gli spezzoni del vecchio separatismo friulanista (che data dal ’46, e da matrice DC, passando per il fu Movimento Friuli messo in piedi dai preti), l’indipendentismo di ex-DP e verdi "autonomi" od anche ex-PCI, e sulla barca cominciano ora a voler salire in molti in nome degli interessi "friulani", e solo friulani. A cominciare dagli industriali ed affaristi locali che guardano con ovvio favore alla possibilità di trovare in ciò condizioni di particolare privilegio per sé. Questa la realtà "vincente" di un "blocco padano" che riesce appena a farsi "blocco municipale".

(Potremmo aggiungere che nulla di diverso ha l’exploit dell’UDR in certe zone del Meridione. L’UDR non esiste come partito nazionale radicato nella società, ma dei blocchi municipali all’insegna del clientelismo possono ben imporsi in questa o quella situazione sulla base dell’acquisto dei clientes)

Un’ultima nota riguarda il relativo successo delle due liste di estrema destra a Roma (un 3% complessivamente in una situazione elettoralmente polarizzata attorno alla sfida "decisiva" Polo-Ulivo). Chi ha votato per queste due liste? Fette di sub e sotto-proletariato, purtroppo, "dimenticate" da una "sinistra", Rifondazione compresa, attenta solo alla conquista dei "salotti borghesi buoni" (con il vomitevole Rutelli capintesta). Si tratta, per lo più, di giovani che dovrebbero far parte delle nostre file e condannati, invece, al ruolo di mazzieri verbalmente antiborghesi, di fatto anticomunisti della più bell’acqua. Avversari e nemici ostici, oggi, sul campo, ma che mai e poi mai vorremmo abbandonare a questo loro innaturale stato immediato e men che mai, ancora, fronteggiare assieme ai Rutelli ed ai "poteri forti" che per noi costituiscono il vero nemico naturale.

Attenzione, ragazzi: l’infezione antiproletaria lambisce sin qui "solo" frange marginali della nostra classe, ma se non s’inverte la rotta potremmo domani trovarci con un’infezione a decorso esiziale nel cuore stesso del proletariato (al di là delle provvisorie sigle di... Fiamma). Solo una riconquistata "centralità di classe", come si suol dire, può impedirlo. Il partito comunista deve rioccupare il posto che gli compete nella classe, e condizione di ciò è separarsi dall’abbraccio ammorbante delle altre classi a noi estranee ed avverse. Precisamente quelle cui Bertinotti si stringe per "salvare la democrazia".

[che fare 48]  [inizio pagina]