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Guerra all’Iraq, 1999

LA RISPOSTA DELLE MASSE ARABO-ISLAMICHE E LA NOSTRA AZIONE

 

La nuova aggressione bellica di USA&C. ha riacceso nel mondo islamico la fiamma mai spenta della lotta all’imperialismo, che si veste spesso (meno di un tempo) di panni "religiosi" perché non dispone, al momento, di abiti più appropriati. Il pressoché totale black-out su questa risposta di massa e l’estrema limitatezza delle informazioni dirette a disposizione non ci consentono quell’esame dettagliato che più ci piacerebbe. Qualcosa, tuttavia, ci pare di poterla affermare con un ragionevole grado di certezza.

Anzitutto: la risposta è stata più pronta e concentrata nel tempo che nello stesso 1991, sebbene l’iniziativa diretta delle strutture ufficiali irachene e di altre forze che ebbero un importante ruolo nelle mobilitazioni di allora (FIS algerino ed OLP in primis) sia stata o inesistente o di freno. Sotto questo profilo e con prudenza, si potrebbe anche parlare di una risposta più spontanea. Ch’è stata, comunque, di raggio (non di massa) paragonabile a quella del 1991, estendendosi da Bangladesh, Malesia, Hong Kong, all’intera area mediorientale, fino al Marocco da un lato (a Rabat c’è stata una delle più imponenti manifestazioni con 100.000 partecipanti) ed al Sud Africa dall’altro (dove ci sono stati a Città del Capo duri scontri con morti e feriti tra i musulmani neri del People against gangsterism and drugs e la polizia).

In diverse di queste dimostrazioni, è stata percepibile la funzione promotrice e organizzatrice dei sindacati. Così al Cairo dove membri dei sindacati hanno sfilato gridando contro "gli sporchi governi arabi traditori" e contro gli attuali campioni dell’asservimento agli USA Mubarak e Arafat ("guardate il vostro amico Clinton, mentre massacra centinaia d’iracheni"). Così a Tripoli di Libia, dove il corteo anti-imperialista è stato indetto dai sindacati, o a Rabat. L’altro interessante segnale di novità è venuto da Damasco, teatro non solo della più massiccia manifestazione popolare degli ultimi 20 anni, ma anche -finalmente- di un’azione non semplicemente simbolica contro le sedi del potere neo-coloniale (con l’assalto alle ambasciate americana e britannica). Ancora poco, troppo poco, maledettamente poco, è vero: l’importante, però, è ricominciare a prendere le buone abitudini...

Non è pochissima cosa, invece, che il battage su Clinton speranza dei palestinesi sia durato un battito di ciglia. Clinton che va a Gaza, Clinton l’amico e protettore degli arabi più oppressi, Hillary a casa di povera gente araba (che emozione, boys, e che gran signora la regina di Washington, pensate, non si è voluta far fotografare con accanto gli straccioni!), poi passano due giorni e nonostante il coprifuoco ordinato ad Arafat e da Arafat, si sputava sulla bandiera a stelle e strisce e ci si affrettava a lavare le strade che il passaggio del macellaio Clinton aveva sporcate di sangue. La CIA allora ingiunge: niente immagini di manifestazioni anti-americane sulle Tv palestinesi (un bel segno positivo del passaggio di Clinton in Palestina, non c’è che dire, e qui da noi tutti i gran soffietti democratici zitti e muti su questo... allargamento della democrazia). Non vi basterà.

Chi pensava che il popolo iracheno sarebbe rimasto isolato, è stato deluso. In un mondo arabo-islamico fortemente impoverito (rispetto a 25 anni fa la sua popolazione è raddoppiata, le sue entrate da gas e petrolio si sono più che dimezzate, nonostante le produzioni siano incrementate, mentre per contro i prezzi dei beni di investimento e delle altre merci che questi paesi comprano in Occidente non hanno cessato di crescere, raggiungendo livelli usurari nei paesi soggetti -non è solo l’Iraq!- a embargo; e questo per tacere del più decisivo di tutti i prezzi, il prezzo dei prestiti...), in un mondo arabo-islamico fortemente impoverito e che sempre più identifica la causa prima del suo impoverimento nell’oppressione imperialista, la fiera resistenza all’imperialismo del popolo iracheno incontra la simpatia ormai incondizionata di larghissime masse di oppressi. Perfino dal regno saudita l’unica notizia filtrata è questa: l’82% dei sauditi è contro l’aggressione all’Iraq. Sintesi del notista de La Stampa, I. Man: "A Saddam restano i sanculotti di Allah", quelli, aggiunge, che nel Vicino Oriente hanno sempre fatto e disfatto "le fortune dei potenti". Non è un’inezia.

Ma davvero "restano" a Saddam? Sì e no, contemporaneamente. Perché già si vide nel 1991, e lo si era visto prima con Nasser, con l’FLN algerino, con il moto khomeinista, e dopo con l’"internazionale islamica" di al-Tourabi, i nazionalismi arabi, islamici o arabo-islamici non sono in grado, per la natura di classe borghese degl’interessi di cui sono espressione, di dare consequenzialità alla loro necessaria azione di contrasto dell’imperialismo. Si deve essere dei cretini matricolati per negare che Saddam abbia agito da incendiario, ma è altrettanto certo che egli, il suo partito, il suo stato, non sanno e non possono dotarsi di una strategia, di un programma, di una tattica d’azione, di una organizzazione capace davvero di atterrare il nemico imperialista. Poiché non possono e non vogliono passare al campo della guerra di classe internazionalista al sistema capitalistico, al campo della battaglia per il comunismo che detronizzerebbe anche loro e non solo i re della finanza e del terrorismo nucleare. Ecco perché, alla fin fine, i "sanculotti di Allah" possono costituire una grande riserva di forza esclusivamente per il proletariato internazionale.

Raddoppiare gli sforzi verso i fratelli arabo-islamici

Il dramma, ne abbiamo parlato più volte, è l’attuale sordità del proletariato metropolitano che, ancora una volta, si è limitato ad assistere (stoltamente) passivo allo spettacolo di sangue, come se non si stesse versando il suo stesso sangue. Che fare, in una simile situazione, un vero e proprio pantano, nel quale le "iniziative" si sono contate sulle punte di una mano, ed i partecipanti ad esse si sono contati a poche decine? Che fare in assenza di una qualsiasi risposta "di massa", sia pur la più spuria possibile?

Rafforzare ancor più la nostra propaganda e la nostra agitazione indipendente dalle "occasioni offerte da altri", anzitutto. Ciò che abbiamo fatto a partire dalla sera stessa dei primi bombardamenti e nei due giorni successivi affiggendo nelle principali città prima la nostra presa di posizione in lingua italiana, e poi la sua versione in arabo, e/o volantinando negli abituali luoghi di intervento. Dove abbiamo portata chiara e forte (all’altezza cioè delle nostre forze attuali) la nostra denunzia dell’imperialismo USA e dell’ipocrita social-imperialismo "buonista" di marca ulivista, e il nostro invito alla classe lavoratrice a dismettere ogni indifferentismo, ogni tipo di neutralismo o -peggio- di approvazione nei confronti dell’azione di morte imperialista, tanto di pace che di guerra, ed a schierarsi, senza ulteriori indugi e senza alcuna ricattatoria precondizione, a totale sostegno militante della resistenza del popolo iracheno e del moto di protesta anti-imperialista delle masse arabo-islamiche. Che, spieghiamo indefessamente alla classe operaia, non è un sostegno che si dà ad "altri" da noi, bensì a noi stessi, poiché indivisibile è la sorte del proletariato, da sempre e tanto più nel punto più estremo raggiunto dal processo di mondializzazione del capitalismo.

Contemporaneamente, abbiamo raddoppiato i nostri sforzi in direzione dei proletari immigrati, ed in specie di quelli arabi ed islamici, affinché essi sappiano e sentano che il comunismo autentico, che la nostra organizzazione, sono incondizionatamente al loro fianco, e provano per l’imperialismo, per il "nostro" imperialismo, un odio non meno feroce di loro. Siamo andati, quindi, a "cercarli" nei loro abituali posti di ritrovo, nei quartieri da loro più abitati, nei luoghi di lavoro in cui sono più condensati, nei mercatini ed infine presso le moschee, seguendo la consegna leninista di "essere là dove sono le masse". Con una precisa finalità: fare tutto ciò che ci è possibile per rompere il giustificatissimo muro di diffidenza e, se si vuole, di "razzismo" (degli oppressi!) che li separa dai lavoratori italiani e occidentali, perché il fossato che oggi divide i proletari bianchi da quelli di colore non diventi incolmabile, ma anzi s’innesti il processo inverso di avvicinamento, di convergenza, di solidarietà, di unità internazionalista.

Le reazioni che abbiamo raccolto sono state diversificate, e sono andate da una qualche diffidenza (ripetiamo: più che comprensibile, specie da parte di chi non conosceva ancora l’OCI, ma conosce fin troppo bene il trattamento che l’Italia riserva agli immigrati, anche quella di una "sinistra" che continua a disonorare la falce e martello) ad una frequente sorpresa (arrivata in uno di questi compagni di colore ad un "Non è possibile: voi non siete italiani!", che è tutto un programma), fino a manifestazioni di fraterna accoglienza e di solidarietà politica per le nostre posizioni molto incoraggianti, in qualche caso anche entusiasmanti.

In questi contatti che già da anni si vanno infittendo, e nel "clima" che da ambo i lati li caratterizza noi vediamo una piena conferma di una nostra tesi: il partito comunista che rinascerà sarà dall’inizio composto insieme di italiani e non italiani, di bianchi e colorati, uniti dagli stessi sentimenti e dagli stessi scopi, educati fianco a fianco nelle comuni battaglie. Tutto sarà difficile, lo sappiamo senza bisogno di lezioni "esterne" proprio perché è a questo che lavoriamo. Arrivarvi sarà difficile. Ma alla fine ci si arriverà. Solo questo per noi conta.

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