Contro la repressione,
chiamiamo in campo i lavoratori


Una serie di inchieste e di arresti, l’incrudimento della legislazione sulla carcerazione preventiva, l’intervento puntuale della polizia contro le lotte di lavoratori bianchi e immigrati fanno emergere la punta dell’iceberg repressivo che s’è consolidato in questi ultimi anni sotto l’apparente tiepidezza ulivista.

La cosiddetta inchiesta sul caso D’Antona, partita col clamoroso flop del "caso Geri", s’è rivelata una costante spada di Damocle che lo stato e la magistratura fanno pendere su qualsiasi organizzazione politica non rispondente ai criteri di disciplina e ordine sociale e politico "imposto dai tempi".

L’ultimo atto, l’arresto di alcuni compagni dell’organizzazione "Iniziativa Comunista", come il precedente "caso Geri", si mostra sempre di più una bolla di sapone dal punto di vista giuridico, ma sarebbe un errore ritenerla un’operazione dettata dalla stupidità di qualche magistrato. Non solo perché, a onta di qualsiasi prova, la magistratura ha confermato alcuni arresti, ma anche perché il capo d’accusa "associazione sovversiva" rivela che l’operazione repressiva non ha bisogno sul piano tecnico-giuridico di rintracciare "legami con azioni terroristiche" per giustificare arresti e quant’altro sia ritenuto necessario per togliere dalla circolazione militanti anti-capitalisti e soprattutto per lanciare un monito alle lotte proletarie.

L’inchiesta sul caso D’Antona, quindi, si integra perfettamente con gli arresti dei militanti dei Centri Sociali a Roma, le cariche della polizia al "Global Forum" di Napoli, l’intervento della polizia contro le manifestazioni popolari sull’"affare immondizia", con i ripetuti attacchi alle manifestazioni di immigrati, ultimo a Roma il 17 maggio, o gli arresti, le inchieste, le perquisizioni, i fermi e le intimidazioni effettuate con puntigliosità contro le iniziative e le lotte più piccole non assurte agli onori della cronaca nazionale.

Il quadro è completato dal continuo e sotterraneo potenziamento delle strutture repressive e "di controllo", nonché degli strumenti legislativi necessari per rendere più "agevole" il compito di magistrati e questurini.

La nascita del governo Berlusconi riporta il "pericolo repressione" all’attenzione di tutti i militanti di classe e delle avanguardie di lotta, ed è molto probabile che questo governo faccia un uso meno occulto del gigantesco e parassitario apparato di repressione che quello precedente gli ha lasciato in consegna, passando dalla combinazione carota - e - bastone a quella di bastone - e - carota.

La necessaria risposta, la necessità di un adeguato attrezzaggio politico e organizzativo, la denuncia di massa del significato e degli scopi dell’azione repressiva emergono dunque con maggiore "urgenza". L’"urgenza" è dettata più che dalla novità e dal portato attuale dell’aggressione repressiva, dalla smobilitazione totale del movimento dei lavoratori che è stata indotta, anche su questo terreno, dalla politica e dall’operato delle organizzazioni della "sinistra", anche di quelle che non hanno partecipato direttamente al rafforzamento dell’impianto repressivo dello stato. Tra i meriti che il capitalismo può assegnare ai cinque anni di governo dell’Ulivo c’è sicuramente quello di aver diffuso a livello di massa e di avanguardia l’idea di uno "stato amico" da invocare a sostegno di un "ordine sociale" comune, disdegnando, al più, le storture e le "deviazioni" dei suoi apparati più "retrivi". Questa smobilitazione ha concorso alla creazione delle condizioni che, sul piano dei rapporti di forza sociali prima che elettorali, spianano la strada alla repressione. Ancora oggi, i pestaggi al "Global Forum" o gli ultimi episodi di repressione vengono interpretati come un rigurgito becero di alcuni apparati polizieschi incoraggiati dal "vento di destra berlusconiano" perfino dai militanti più "attivi" nel movimento "anti-globalizzazione" che ne hanno assaggiato i manganelli. Non c’è dubbio che tra la "truppa" degli apparati repressivi e tra i dirigenti dei gradi inferiori, l’ascesa, auspicata e poi realizzata, del governo di destra abbia avuto un effetto di rinvigorimento, dando la stura, nei commissariati e in piazza, alla natura e all’educazione anti-proletaria con cui questi apparati sono sapientemente costruiti. Ma sia i giovani militanti "anti-globalizzazione" che i proletari che hanno subito gli effetti della repressione e che intendono attrezzarsi a combatterla, non possono evitare di porsi la domanda: come è possibile che covi e proliferi sotto la cenere e nei meandri delle istituzioni tale propensione fascistoide in un corpo statale presuntamene neutro? Questi atteggiamenti sono davvero estranei alla natura dello stato e degli organismi in cui si sviluppano?

Le strutture repressive dello stato hanno continuamente bisogno di alimentare la bassa truppa di istinti e ideologie palesemente anti-proletarie perché lo scopo a cui sono destinate è quello di reprimere i proletari e garantire in prima linea l’ordine sociale di sfruttamento per il quale e nel quale sono costruite. Anche quando l’"ordine democratico" viene assicurato dagli strumenti più sofisticati dello stato moderno (la co-partecipazione corporativa nelle "istituzioni civili" e il consenso così ottenuto) non viene mai a cadere il bisogno di attrezzare il manganello con gli opportuni metodi materiali e ideologici. La stura dunque alla maggiore aggressività delle forze di polizia non nasce oggi, per l’ingresso della destra nel governo, né dalla forzatura dal basso della sua truppa becera, ma è un portato della complessiva e intima natura degli apparati repressivi statali; i quali oggi si attrezzano, non a cambiare natura, ma ad adeguare il proprio operato all’incompatibilità crescente tra gli interessi dei lavoratori e quelli della classe e del sistema che essi difendono coerentemente.

Precisazioni inutili di fronte a botte e arresti?

Noi riteniamo che una vera ed efficace strategia di lotta contro la repressione debba fare i conti con questo punto fondamentale. Se facciamo il bilancio complessivo di quanto pesi in favore della repressione l’illusione radicata di poterla contrastare attraverso gli strumenti legislativi o mediante un fronte democratico delle forze politiche che riconoscano una vera natura equa dello stato, ci accorgeremo che è proprio la ritirata materiale e politica dei lavoratori in favore di questa alleanza che ha prodotto il rafforzamento poliziesco-giudiziario degli apparati repressivi. Mentre ci si attardava all’ombra sempre più corta e trasparente dell’Ulivo si è contribuito in pari tempo a giustificare e consentire l’ulteriore blindatura statale (recentemente Rifondazione si è astenuta sui provvedimenti che peggiorano la legislazione in materia di carcerazione preventiva dichiarando poi di essersi "distratta" (sic!) nel valutare il provvedimento), e soprattutto si è contribuito a disperdere l’organizzazione e la fiducia nella propria lotta da parte dei lavoratori, a sterilizzare ogni risposta al complesso dell’offensiva capitalistica. Per non parlare dei casi un cui la stessa violenza statale è stata santificata, come nell’episodio delle rivolte degli allevatori, demonizzando al contempo l’organizzazione e la violenza opposte come attentati alle istituzioni pubbliche (vedi sempre Rifondazione nell’episodio del lancio delle uova contro il parlamento da parte degli allevatori stessi).

Un’unitaria e disarmante politica che vede la riorganizzazione o la difesa del proletariato, quando ancora se ne parla, tutta compresa nell’adesione alla parte sana delle istituzioni che lo reprimono, nascondendo l’assunto sostanziale su cui si basa la dominazione capitalistica: i rapporti di forza tra le classi. Non è un punto inessenziale, per la battaglia futura, prendere atto di come sia stata proprio questa politica ad aver dato un valido aiuto a quell’apparato repressivo che si intendeva esorcizzare per via democratica e interclassista e che può ben affondare oggi i suoi colpi, contando sull’attuale disorganizzazione dei lavoratori.

Cosa vuol dire questo concretamente nella lotta alla repressione? Rinunciare a ogni forma di difesa di diritto democratico? Non siamo così stupidi da rinunciare a quanto parzialmente viene ancora concesso contro montature della magistratura etc… Si tratta però di spostare l’asse della nostra fiducia e del nostro lavoro nella ripresa dell’indipendenza organizzativa e politica dei lavoratori, di farla finita una volta per tutte con lo smobilitante e nefasto distinguo che si fa tra la repressione complessiva che il capitalismo impone in tutti gli aspetti della vita sociale e la materiale repressione dei suoi apparati statali. I primi se pur limitati embrioni di lotta a cui stiamo assistendo, da Seattle agli abitanti dei comuni della Campania, agli immigrati, sono costretti ad affrontare la verità che si cela dietro la maschera democratica del capitalismo e la sua vera natura di dittatura di classe. Da essi viene un oggettivo richiamo ad attrezzare autonomamente la risposta proletaria alla repressione… e soprattutto a rilanciare attraverso un comune programma contro il capitalismo la battaglia generale contro di esso.

Su questa strada noi conduciamo e condurremo la più aperta delle lotte contro gli episodi repressivi in corso, cercando di estendere e unificare la risposta a essi, non indietreggiando di fronte agli ammonimenti che ci mandano padroni e propri rappresentanti, moltiplicando il nostro lavoro quotidiano per riorganizzare l’immensa forza di classe che può contrapporsi alla loro forza e violenza organizzata.